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V. 



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STUDI SUL LEOPARDI. 



- ATTRAYEHBO LO • ZlBALDOm ». 






FIRENZE, 
G. BAKBÈEA, EPITORE. 



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l ' 1902. 




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Pacific Adda 
WMtotoM New York 



STUDI SUL LEOPARDI. 



B. ZUMBINI. E 



STUDI SUL LEOPARDI. 



VOLUME I. 



- Attraverso lo ■ Zi 



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FIRENZE, 
(J. BARBÈRA, EDITORE. 



THE HIW TOM 
PUBLIC LIBRARY 

ASTim, LK1TOX ANP 

tUDm WUNDATlGNg 

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Compiate le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione 
e traduzione sono riservati. 



AI MIEI COLLEGHI 

DELLA FACOLTÀ NAPOLETANA 

DI 
FILOSOFIA E LETTERE. 



PREFAZIONE. 



Io non avrei più pensato a far altri studi sul 
Leopardi, e forse, dopo i saggi di un mio antico 
lavoro, pubblicati in vari tempi, non mi sarei nean- 
che indotto a darne il resto, se i nuovi manoscritti 
del nostro autore, accrescendo la mia ammira- 
zione per lui e ridestando insieme le più care 
memorie della mia giovanezza, non mi avessero 
quasi sforzato a mutar proposito. Come certamente 
ad ogni altro studioso, così anche a me, quei ma- 
noscritti offrivano un* immagine vivente del suo 
ingegno sovrano, della sua dottrina non meno stu- 
penda e dei suoi innumerevoli disegni di opere 
nuove, per ciascuna delle quali egli veniva adu- 
nando tesori di pensieri e di erudizione. Ci par 
quasi di essere presenti a quelle incredibili fati- 
che, a quegli atti eroici di volontà, a quel consa- 
pevole olocausto di se medesimo in vantaggio dei 



Vili PREFAZIONE. 



grandi fini che s' era proposti : ed ecco che tutta 
la sua vita stessa ci riesce non meno poetica 
delle sue più belle opere di arte. 

Or che altro occorreva perchè un suo vecchio 
ammiratore sentisse riaccendersi dentro sé V antica 
fiamma e riponesse mano all'opera ? E poi quanti 
e quali aiuti e agevolezze non doveva egli im- 
promettersi dai nuovi documenti ! 

Volli dunque imprendere nuovi studi. E volli 
insieme rifare i miei antichi scritti editi ed ine- 
diti, conservandone soltanto ciò che mi paresse 
trovare conferma nella mia interpretazione delle 
carte napoletane. Or mi è sembrato che se ne con- 
fermassero quelle idee generali onde, nei miei primi 
saggi, sperai chiarire le successive concezioni che 
il Leopardi ebbe della vita e le corrispondenti tra- 
sformazioni della sua arte. Né dopo le mie nuove 
fatiche m' è parso di dover rifiutare quel com- 
mento, fondato più particolarmente sulla dottrina 
classica dell' autore e sullo studio dei suoi affetti 
più profondi, che adoperai per le canzoni della 
Primavera, di Bruto Minore e di Saffo. Anzi, salvo 
qualche abbreviatura e le non poche correzioni di 
forma, ho stimato di poter ristampare quei saggi 
nel presente volume, quali furono pubblicati la 



k w 
t, 

» 



» 






PREFAZIONE. IX 



prima volta. 1 E di fronte ai tanti lavori del genere 
stesso, fatti poi da altri, possano almeno far fede 
che, pur nella loro povertà, vissero di vita propria ! 

Studiando io dunque i nuovi documenti e ri- 
studiando gli antichi al modo che ho detto, spe- 
ravo di poter compiere un lavoro più o meno or- 
ganico: un lavoro le cui parti, pur trattando i 
singoli lati del soggetto, concorressero, ciascuna 
in sua maniera, a illustrarne quell'idea sovrana, 
onde lo vorrei tutto animato. Vana speranza, pro- 
babilmente; perchè temo assai che quella bella 
unità nella varietà delle parti e quel vagheggiato 
organismo non sia riuscito ad oltrepassare i ter- 
mini della mia immaginazione. 

In ogni caso, il mio piano è questo. Coi primi 
tre capitoli del presente volume, io narro del 
Leopardi sino al 1818, cioè sino al tempo in cui 
da non più di un anno egli aveva incominciato il 
suo Zibaldone; col quarto, poi, cerco e seguo in 
questo, eh' è una vera e propria enciclopedia, l'ori- 
gine e lo svolgimento delle idee che costituiscono 
la precipua sostanza delle sue opere. Così la prima 
parte della mia qualsiasi storia, fondata quasi tutta 



1 In Giornale Napol., Napoli, Perrotti, fascicoli del lu- 
glio 1879 e del novembre 1880. 



X PREFAZIONE. 



sui documenti antichi, viene naturalmente a con- 
giungersi con la seconda che ha il suo precipuo 
fondamento nei nuovi. E poiché questa è senza pa- 
ragone più ricca e più ampia, così, arrivando noi 
ad essa con la prima, ci par quasi d' entrare da 
un fiume nel mare. 

Percorso dunque, con quel solo intento per 
ora, tutto lo Zibaldone, io ritorno al punto onde 
ero mosso; e ripigliando V interpretazione lette- 
raria delle cose del Leopardi, interrotta in sul 
principio per giovarmi dei nuovi sussidi, la con- 
tinuo nelle altre che sono il suo meglio e si 
può dire ancora quasi il suo tutto. Così, tenendo 
sempre un ordine largamente storico, esamino 
gì 5 Idilli, le Canzoni composte fino al '23, e poi le 
Operette Morali e i componimenti dei successivi 
periodi poetici sino alla fine. Per tal modo si pos- 
sono seguire per entro V arte le medesime idee 
seguite per entro il ragionamento e la medita- 
zione filosofica. E le cose vedute durante il primo 
viaggio, benché anche allora non prive di poesia 
(chi saprebbe fingersi nella mente un Leopardi 
che, per quanto assorto nelle più severe specula- 
zioni, non continuasse a immaginare e a palpitare?), 
quelle cose, dico, le rivediamo, nel secondo, come 



PREFAZIONE. XI 



animate di novella vita e mentre tutte hanno per 
noi affetto, parola e sorriso: qualche cosa di si- 
mile a quello spettacolo primaverile del mondo, 
che il nostro poeta stesso sospirava e descriveva, 
reiterando in sé la coscienza degli antichi. 

Aggiungo queste altre poche avvertenze. I di- 
fetti del mio libro sono certamente molti, di che 
si accorgeranno subito anche i men severi lettori ; 
ma qui ne accennerò uno io stesso, per averne 
cagione a lodare debitamente altri cultori degli 
studi leopardiani. Scarsissime sono nel mio scritto 
quelle notizie intorno alla vita e ai tempi delP au- 
tore, che pur sarebbero state necessarie ad una 
compiuta trattazione del soggetto ; ma senza ricor- 
rere alla scusa, buona sempre presso tutti, di esser 
voluto riuscire breve al possibile, dirò subito che, 
per quanto riguarda la biografìa e la storia, ho in- 
teso di rimettermene, nel più dei casi, ai molti 
lavori e documenti che ne sono stati pubblicati sin 
ora. E già chi guardi a quanto, pur con la mag- 
giore diversità di criteri e d'intenti, hanno fatto 
il Viani, il Pellegrini, il Mestica, l'Antona-Traversi, 
il Piergili, l'Avoli, il Costa, il Benedettucci, la Teia- 
Leopardi, la Boghen-Conigliani, il Patrizi, il Ce- 
sareo, il Ridella e altri, di cui forse non mi ricordo 



Xn PREFAZIONE. 



in questo momento, riconoscerà che poco o nulla 
di veramente nupvo resterebbe da fare a quelli 
che venissero dopo. 

Per ciò che riguarda poi gli studi più pro- 
priamente critici di questi medesimi scrittori e di 
quanti altri hanno atteso $ interpretare il pen- 
siero e T arte leopardiana, essendomi quasi im- 
possibile il citarli tutti e largamente, come avrei 
voluto, mi sono ristretto a farne quei ricordi che 
i termini e l'indole del mio lavoro potevano con- 
sentirmi. E neanche a poca stima dell'opera altrui 
mi si voglia imputare se, specialmente nei miei 
primi capitoli che trattano delle cose giovanili del 
nostro autore, ho citato dalle antiche anzi che dalle 
più recenti edizioni delle medesime. Il presente 
lavoro era stato già condotto per gran parte su 
quelle ; e del resto le mie citazioni, scarse e rare 
sempre, non hanno forse una parola che sia di- 
versa dalle une alle altre edizioni; né occorreva 
di più perchè mi servissero di prova o fonda- 
mento alla mia interpretazione storica o estetica. 
Aggiungo che non pochi accenni a parecchi egregi 
critici, insieme con altre mie annotazioni, sono stato 
costretto di rimandare alle giunte che avranno il 
loro posto nel secondo volume. 



PREFAZIONE. XIII 



In ultimo, io sarei più che contento se il mio 
lavoro potesse parer non indegno di essere con- 
siderato pur come un atto di partecipazione a quel 
culto leopardiano che per il bene della poesia, 
anzi di tutta la letteratura nazionale, è da sperare 
non venga mai meno. Pochi fra tutti i nostri scrit- 
tori degli ultimi secoli- mirarono tanto in alto 
quanto il Leopardi. Egli ebbe la mente sempre in- 
tesa a cercare le supreme leggi della vita e del 
mondo, e Y arte volle eterna compagna ed inter- 
prete della mente in tutti quegli ardimenti e in 
tutte quelle lotte, non meno che nelle angosce che 
gliene venivano. Quanti e quali si siano i suoi di- 
fetti, egli è sempre quel nostro poeta moderno in cui 
il pensiero italiano grandeggia più che mai libero 
da ogni vincolo e da ogni soggezione secolare, e in 
cui l'arte, degna di un tanto pensiero, è degna 
emula nel tempo stesso dei più illustri esempi an- 
tichi. Finché quel culto sia vivo, la decadenza è 
per noi impossibile. 



Portici, maggio 1902. 



Capitolo I. 

STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 



I. 

Fu tale, come tutti sanno, la precocità del 
Leopardi, che la storia del suo pensiero potrebbe 
prender le mosse dal tempo in cui egli, pur do- 
dicenne, cessando di essere lo scolare dei peda- 
goghi, mantenuti espressamente in casa da suo 
padre, non ebbe più altro maestro che se mede- 
simo. 1 Ma per intendere appieno i principii di una 
tanta storia, occorrerebbe abbracciare insieme collo 
sguardo tutte le cose da lui fatte intorno al 1810 
e nei quattro o cinque anni seguenti: studi di 
lingue, di letteratura e di scienze; dissertazioni 
storiche, teologiche, metafìsiche, e persino fìsiche ; 
componimenti in prosa e in verso, italiani e latini; 
lavori preparatorii e opere o ideate o abbozzate o 
compiute sopra un'infinità di soggetti. Sospette- 



1 Epistolario di GIACOMO LEOPARDI, raccolto e ordi- 
nato da Prospero Viani, quinta ristampa ampliata e più 
compiuta. Firenze, Succ. Le Monnier, 1892, II, 173: lettera 
al conte Carlo Pepoli, colla data : Bologna, 1826. 



ZUMBINI. 



2 CAPITOLO I. 



remmo che in sì gran ricchezza di studi e fecon- 
dità di lavoro, egli, per molto tempo, non avesse 
avuto davanti alcuna meta certa, a cui indirizzare 
costantemente una parte almeno di tante fatiche. 
Ma chi di lui segua con attenzione amorosa ogni 
movimento dello spirito, si avvede ben presto che, 
fra le molte vie tentate, ce n'erano alcune per 
cui egli procedeva più spedito e con manifesto 
presentimento di futura grandezza. 

Certo, dei moltissimi lavori ideati o compiuti 
tra il finir della puerizia e il cominciar dell' ado- 
lescenza, quelli di maggior pregio appartengono 
alla poesia, quale egli allora poteva concepirla. 
Per essa, più felicemente che per qualunque altra 
forma della sua operosità mentale, egli passava 
dal lavoro della scuola, forse proposto dal maestro, 
a quello di sua scelta ; per essa lo scolare comin- 
ciava ad essere o almeno a credersi autore. E già 
le sue primissime traduzioni da Orazio in italiano 1 
e da scrittori italiani, come il Roberti e il Min- 
zoni, in latino, e poi i componimenti di data certa 
(come le Notti Puniche, il Diluvio Universale, il Ca- 
tone in Affrica, tutti e tre del 1810) e i molti altri 



1 Odi di Orazio, tradotte da GIACOMO LEOPARDI nel- 
V anno decimo dell' età sua, essendo precettore D. Sebastiano 
Sanchini, libro I ; Odi di Orazio, tradotte da G, L. nell'anno 
undecimo dell'età sua ec, libro II. 

I titoli di questi e d'altri innumerevoli scritti del giovi- 
netto recanatese, che si conservano nella biblioteca di sua 
casa, sono riportati dal Cugnoni in Opere inedite di Gia- 
como Leopardi, pubblicate sugli autografi recanatesi. Halle, 
M. Niemeyer, 1878-80, I, xxxv e segg. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 



senza data, ma pur vicini di tempo a questi, ci 
dimostrano che Y adolescente era ancor più pre- 
coce nei lavori d'indole poetica che in quelli di 
qualsivoglia altro genere. 

Il rapido svolgersi e trasformarsi della sua 
mente si scorge anche in certi lavori che egli, a 
breve distanza di tempo, fece intorno ad uno stesso 
autore. Così di Orazio, voltate, come s' è visto, le 
Odi, voltò la Poetica l con ben altri intendimenti. 
Quali questi fossero si scorge a prima vista pur 
da quel lieve mutamento eh' ei fece di una parola 
nei versi di Fedro, tolti ad epigrafe: 

Duplex libelli dos est: qttod risum movet, 
Et qwd prudenti vatem Consilio monet. 

Qui fìngeva di avere anch' egli due fini; ma 
evidentemente simulava il secondo per crescere 
efficacia al primo, ch'era suo fine unico. Or que- 
sto egli intendeva recare ad atto con certi im- 
provvisi ravvicinamenti di antico e di moderno, 
di eroico e di comico, i quali, a volte, arieggiano 
la maniera della Secchia Rapita, di cui è pur qui 
citato il primo verso. 2 E certamente egli ebbe tal- 
volta arguzie e tratti di spirito felici e degni delle 
sue concezioni comiche future, come, ad esempio, 



1 L'Arte poetica di Q. Orazio Fiacco, travestita ed espo- 
sta in ottava rima da GIACOMO LEOPARDI. Ediz. originale 
sull'autografo del 1811. Camerino, tipogr. Borgarelli, 1869. 

2 Stanza xxni : 

Vorrei cantar quel memorando adegno. 



4 CAPITOLO I. 



là dove accennò alle battaglie dei sorci e delle 
rane. 1 Ma la sua vena satirica era molto scarsa, 
almeno in proporzione delle altre belle doti onde 
già si mostrava così ricco. E veramente qui man- 
cano quelle allusioni a fatti e a costumi umani, 
che, in una concezione di tal genere, sono pure 
le più adatte a suscitare in noi il riso, e ci abbonda 
invece la celia, direi, spicciola, che, mancando gli 
elementi più intrinseci dell' arte, non basta a tanto 
effetto. Si può, insomma, affermare che il meglio 
del travestimento consista in una perizia della lin- 
gua e dello stile poetico, che, a soli 13 anni di 
età, è sempre pregio raro pur nella vita dei pre- 
destinati ad eccellere nell'arte della parola. 

Qualche cosa di simile può dirsi degli Epi- 
grammi (1812), parte originali e parte imitati e 
tradotti. 2 Anche qui non abbondano i pregi più 
propri del genere trattato ; ma il verso del giovi- 
netto vince talvolta quello degli autori eh' ei cita, 
con alcuno dei quali aspira persino a gareggiare 
nella traduzione di un medesimo testo. Tanta pre- 
cocità di arte ci si fa ancor più chiara, se la poesia 
si confronti al Discorso Preliminare, la cui so- 
stanza parmi tolta dalle Lettere del Bettinelli a 



! Stanza xv: 

Le battaglie de' sorci e delle rane 
Come dobbiani cantar mostrocci Omero. 

8 Pubblicati primamente dal prof. Giuseppe Piergili 
in Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Gia- 
como Leopardi. Firenze, Succ. Le Mounier, 1882, p.265 e segg. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 5 

Lesbia Cidonia sopra gli Epigrammi. 1 Ed anzi di 
esse talvolta si conservano persin le parole : come 
là dove si discorre intorno alle qualità delF epi- 
gramma, ai migliori epigrammisti francesi ed agli 
esempi del Boccaccio e dell'Alamanni. 2 Ma se an- 
cor mediocre nelP erudizione e nella critica, il 
giovane recanatese era prossimo, come dissi, a di- 
venir maestro neir arte. 

Degno di attenzione, per questo lato, è pure 
il suo Pompeo in Egitto, composto, secondo il fron- 
tespizio, anche nel 1812. 3 Il lavoro, che egli dava 
per una tragedia in tre atti, nulla ha di vera- 
mente tragico, e si direbbe piuttosto una sequela 
di discorsi e dialoghi, il cui tono ondeggia tra 
T oratorio e il melodrammatico. Vi si sente un eco 
dei francesi e del Metastasio, ma assai languido 
e fioco, come quello che a lui giungeva in parte 
per bocca di suo padre, sulle cui tragedie (anche 
a questa gloria aspirò Monaldo !) s' era fondato, 
secondo che afferma egli stesso nella dedicatoria. 4 

Eppure, in tanta imitazione di un esempio non 
bello, due cose non debbono passare inosservate. 

1 In Opere edite ed inedite in prosa e in versi dell' abate 
Saverio Bettinelli, seconda ediz. Venezia, presso Adolfa 
Cesare, MDOCCI, t. XXI e XXII. 

1 Si confronti il Discorso coir opera del Bettinelli e spe- 
cialmente col tomo XXI, 8-10, 12, 178. Anche quanto ad alcuni 
epigrammi in particolare, va confrontato con le pp. 75-78 e 
117 dello stesso tomo. 

3 Pompeo in Egitto, tragedia inedita di GIACOMO LEO- 
PARDI, pubblicata per cura di ALESSANDRO AVOLI. Roma, 
tipogr. A. Befani, 1884. 

4 Questa lettera ha la data del 24 dicembre 1811. 



CAPITOLO I. 



L' una è il nobil carattere del re Tolomeo, nel 
quale è assai verosimile che l'autore, come ben 
dice l'Avoli, <r abbia voluto ritrarre se stesso e 
farci vedere chi fosse lui in queir età ». Né i 
consigli del perfido Teodolo suo confidente, né 
alcun pericolo o alcuna minaccia bastano a rimuo- 
vere il giovanetto dalla difesa di Pompeo. 1 Si sente 
romano anche lui : 

No che non vede solo il Tebro altero 
Nascer gli eroi, del Nilo ancor la riva, 
Di alcun Romano per valore è madre. 2 

Moverà contro Cesare e saprà soccombere anche 

solo: 

Che se pur anco all'empio Duce in faccia 
Fugga l'infido stuolo, e insegne, ed armi 
In preda lasci alle nemiche squadre, 
Sol me vedrà la turba ostile al suo 
Insano, empio furor far fronte immoto, 
Me sol pugnar, me sol cadere estinto 
Del fier tiranno appiè. 3 



1 Come il Leopardi, nella sua prima età, ammirasse Pom- 
peo possiam vedere anche da certi accenni che si leggono 
nelle Carte napoletane tuttora inedite. Ricordate le « batta- 
glie » sue e di altri fanciulli « a imitazione delle Omeriche » 
e di quelle della storia romana, seguita: « Mio discorso latino 
contro Cesare recitato a babbo — e riflessioni su questo mio 
odio pel tiranno e amore ed entusiasmo in leggere la sua uc- 
cisione ec. — Simili rappresentazioni che noi facevamo se- 
condo quello che venivamo leggendo. — Nota ch'io sceglieva 
d' esser Pompeo quantunque soccombente, dando a Carlo il 
nome di Cesare eh' egli pure prendeva con ripugnanza ». 

2 Att. I, se. III. 

3 Att. I, se. VII. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 



Chi non sente in tali parole qualche cosa di simile 
a quei versi ce 1/ armi, qua 1' armi » ec, scritti 
sei anni dopo? Certo qui non si trattava dell'Ita- 
lia; che nel nostro adolescente, come non il poeta, 
così non era ancor nato il patriotta ; ma già fer- 
vevano in lui sin d'allora l'aspirazione ad alti 
egregi e la brama d'immolare se stesso ad una 
nobile causa. L'idea di un siffatto olocausto, che 
ora gli si affaccia per la prima volta, splenden- 
dogli poi costantemente alla vista, avrà una delle 
sue più chiare manifestazioni nel citato luogo della 
canzone all'Italia, e l'ultima, poco prima che si 
spegnesse egli stesso, nella persona di Rubalocchi, 
l'eroe dei Paralipomeni. 

L'altra delle due cose degne di nota è la stessa 
perizia della lingua poetica, già dimostrata nei com- 
ponimenti anteriori. Qui vediamo anche il verso 
sciolto, trattato con non minor garbo degli altri 
metri. Per questi pregi, l' adolescente era già più 
vicino e più simile al giovane che ammireremo 
fra breve, che non gli fosse per lutti gli altri 
studi a cui insieme attendeva. 

II. 

A tali primissimi segni dell'amore leopardiano 
per il classicismo e la poesia, forse non è stala 
data sin ora la debita importanza, come dimostrerò 
fra poco, quando mi converrà chiarire in che con- 
sistesse quella famosa conversione letteraria che 



8 CAPITOLO I. 



sogliamo considerare quale principio e cagione di 
tutto il bene che venne poi. Solo dico qui, non 
esser vero che il nostro adolescente, volto a studi 
di altra natura, disprezzasse i classici e l'arte. 
Un' affermazione così assoluta e incondizionata bi- 
sogna ridurre al suo giusto valore, pur, fino a un 
certo punto, contro la sentenza dello stesso Leo- 
pardi, esagerata poi, come suole avvenire, dai suoi 
interpreti. E veramente, prima che si desse, come 
doveva fare ben presto, all' erudizione, cioè prima 
che incominciasse per lui quel periodo di prelesa 
barbarie, da cui, secondo la comune sentenza, si 
sarebbe salvato colla conversione al classicismo, 
una non mediocre conoscenza dei classici egli già 
l'aveva. Conoscenza, senza dubbio, formale e in 
ciò non diversa da quella poesia a cui nel tempo 
stesso attendeva; ma chi oserebbe dire che tali 
principii fossero poca cosa in loro medesimi, o, 
peggio ancora, che potessero rimanere senza effi- 
cacia sull'avvenire di un Leopardi quattordicenne? 
Ma intanto, senza precorrere il tempo a cui 
siam giunti col nostro discorso, vediamo il Leopardi 
concedere la maggior parte di sé all'erudizione, 
nella quale poi doveva perdurare sette anni, come 
qui esattamente notava egli stesso. 1 Ed eccolo 
subito a concepire disegni di opere che abbrac- 
ciassero o un' intera disciplina o tutta un' età sto- 
rica, coli' espresso intendimento di giovare alla 



1 Bpt8t. } II, 174 : lettera citata al Pepoli. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 



scienza e alla vita. Così compose quella Storia del- 
l'Astronomia, 1 che, prima fra le maggiori opere 
della sua adolescenza, ci porge una compiuta e 
vivace immagine del suo pensiero a quel tempo. 
Il giovinetto è tutto ammirazione verso « la più 
sublime, la più nobile tra le fisiche scienze », 
quella per cui « Y uomo s' innalza.... come al di 
sopra di se medesimo, e giunge a conoscere la 
causa dei fenomeni più straordinari ». 2 Utile a 
tutte le discipline, sommamente benefica al viver 
civile, r astronomia, nel concetto del giovine au- 
tore, non cedeva di pregio se non a quella scienza 
che ha per oggetto immediato Iddio e le cose 
divine. 

Due sono i pensieri o piuttosto gli amori da 
cui egli è qui governato: l'uno della scienza; l'al- 
tro, assai più forte, della religione. Al secondo 



1 Storia dell* Astronomia dalla sua origine fino all'anno 
MDCCCXI di Giacomo Leopardi : MDCCCXIII in Opere 
inedite cit., II, 19 e segg. Vedi anche F. Moroncini, Studi 
sul Leopardi filologo. Napoli, Morano, 1891, p. 33, n. 1. 

Tra le Carte napoletane, ancora inedite, trovasi pure una 
Dissertazione sopra V origine, e i primi ^progressi delV Astro- 
nomia di Giacomo Leopardi, 1814. £ un quaderno di 46 
pagine; e il discorso si compone tutto di notizie aridissime 
e di citazioni di antichi e moderni. Abbiamo qui l'argomento 
stesso di cui si tratta nel primo capitolo della Storia; ma, 
neir opuscolo, non è traccia delle considerazioni filosofiche 
onde in quella sono commentati i fatti celesti. Né i ricordi, 
che pur non vi mancano, di poeti classici, p. es., di Omero e di 
Virgilio, sono accompagnati, come nell'opera maggiore, dalle 
immagini ch'esse stesse destavano nel cuore del Leopardi. 
Il quale, e s' intende facilmente, era qui dunque in una delle 
condizioni più rare e fugaci del suo spirito. 

2 Ibid., II, 23. 



10 CAPITOLO 1. 



accenna sovente egli medesimo; tuttavia, quasi 
temendo non altri possa meravigliarsene come di 
cosa inopportuna al suo proposito, se ne scusa col 
« carattere avventuroso di seguace dell'Evangelo, 
di cui» egli andava « per divina mercè rivestito». 1 
Sincerissimo colai sentimento religioso, ma, non 
senza qualche artifizio, richiamato continuamente 
al pensiero dei lettori. Poi, scarse allora o imper- 
fette le sue cognizioni scientifiche, il nostro autore 
discorre assai meno delle scoperte astronomiche 
in se stesse, che della vita degli astronomi e della 
parte, direi, esterna dei loro studi. Questa dunque 
non è propriamente una storia, ma piuttosto una 
raccolta di notizie così ingegnosamente ordinate, 
da simulare un organismo che non ci era, e che, 
per la predetta ragione, non ci poteva essere. Fa- 
cile sarebbe mostrarne il difetto di valore intrin- 
seco e come la stessa erudizione vi sia talvolta o 
posticcia, o attinta a fonti di poca importanza. E 
poi T autore, se già dotto nelle cose antiche, mo- 
stra però di conoscere assai scarsamente le mo- 
derne e persino quelle più corrispondenti all'in- 
dole del suo lavoro. 

Ma una siffatta analisi potrebbe sembrare in- 
giusta e anche pedantesca, tanto più che l'opera, 
in qualsiasi modo giudicata, è sempre documento 
prezioso per la storia del Leopardi. Che se qui, 
com' era naturale, egli non riesce ad essere lo sto- 



1 Storia dell 1 'Aslron., II, 60. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. il 

rico di una scienza che non possedeva, ben comin- 
cia invece a dar notevoli segni di quelle sue rare fa- 
coltà di filologo, di critico e anche di poeta, onde fra 
poco farà cose universalmente ammirate. Evidentis- 
sime fin d'ora quelle varie attitudini, alcune delle 
quali però, se non più vivaci e forti, certo più ope- 
rose e felici delle altre. Il che si spiega benissimo 
colle condizioni poste da fortuna al vivere di lui : 
cioè, coir indole dell' insegnamento avuto sin a 
poco tempo innanzi e colla biblioteca eh' era tutto 
il suo mondo ; ma soprattutto cogl' incitamenti ed 
esempi del padre. Perchè quel Monaldo, da cui così 
doveva ben presto allontanarsi colla mente e col 
cuore, da richiamarci al pensiero il paragone dei 
due astri nemici, che lo Schiller pose in bocca al suo 
don Carlos, 1 quel Monaldo, al tempo di cui qui si 
parla, gli era ancor guida e consigliero, e, sin 
dove potesse, quasi collaboratore. 

Studiavano insieme lì, tra quelle montagne di 
libri, amendue intenti a lavori di vario soggetto; 
e talvolta ponevan mano ad opere di quasi identico 
argomento; così è del padre la Serie dei Vescovi 
di Recanati, con alcune brevi notizie di quella Chiesa 
e Città; 2 del figlio, le Notìzie istoriche e geografiche 

1 Schiller, Don Carlos, atto I, se. II : 

Hier, Roderich, siehst du zwei feindliche 
Gestirne, die im ganzen Lauf der Zeitou 
Ein einzig Mal in scheitelreckter Bahn 
Zerachmetternd aich beriihren, dann auf immer 
Und ewig auseinander fliehn. 

9 A. ÀVOLI, Autobiografia di MONALDO LEOPARDI, con 
Appendice. Roma, A. Befani, p. 399. 



12 CAPITOLO I. 



sulla Città e Chiesa arcivescovile di Damiata. 1 Mo- 
naldo poi corrispondeva con editori e librai anche 
per cose di Giacomo, e ne copiava persino i la- 
vori, come si vede dalla traduzione di Frontone, 
trascritta in parte di sua mano. 2 A ciò si aggiunga 
che il figlio, avviato al sacerdozio, e aspirando al 
favore dei sommi prelati, si affidava di ottener 
T intento col metter fuori qualche suo cospicuo 
lavoro di erudizione e di storia ecclesiastica. Or 
da tutto ciò è manifesto come in lui dovessero al- 
lora mostrarsi operose, più che altre, quelle facoltà 
che venivano ad essere maggiormente eccitate 
dalle dette cagioni, e come gli sembrasse urgente 
lo attendere a quegli studi, ond' ei poteva meglio 
e al più presto conseguire i fini e soddisfar le 
brame comuni a lui e al padre. 

Ma tali impulsi e tali sforzi, se non opprime- 
vano del tutto, certo aduggiavano alquanto quei 
moti deir immaginazione e del cuore, che già, come 
vedremo or ora, si fanno sentire in quest'opera 
slessa. Perchè le attitudini del nostro spirito così 
sottostanno air impero delle condizioni storiche, da 
svolgersi non pure più o meno prosperamente, ma 
persino da prevalere, per alcun tempo, le une sulle 
altre, secondo il vario potere delle condizioni stesse. 
Or queste ultime, al tempo di cui qui si ragiona, 



1 In Studi filologici di GIACOMO LEOPARDI, raccolti e 
ordinati da Pietro Pellegrini e Pietro Giordani, se- 
conda ediz. Firenze, Le Monnier, 1853, p. 120 e segg. 

1 Pibrgili, Nuovi documenti cit, terza ediz., p. 42, n. 1. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 13 

fecero sì che nel Leopardi l'erudito e il filosofo 
tenessero il campo, e, a volte, dessero stupende 
prove del valor loro. E già quelle testimonianze 
dei Padri della Chiesa, qui raccolte e spesso egre- 
giamente interpretate, sono, nel loro complesso, 
una larga preparazione ai due prossimi lavori sui 
Padri medesimi. E di quello stesso Saggio sopra gli 
errori popolari degli antichi (1815), 1 non molto più 
lontano di tempo, ma di tanto maggior pregio, tro- 
viamo nella presente Storia, non solo una buona 
parte dei materiali, ma le stesse idee sovrane che 
lo governano. 2 

Benché dunque più rare, non mancano, come 
dicevo, le tracce del poeta; e queste, anche se 
scarse, son pur degne di nota; perchè dentro il 
giovane, inteso alla più minuta erudizione, c'è già 
un cuore che « a palpitar si sveglia ». Si sveglia 
quasi percosso dallo splendore e dalle armonie di 
quegli astri medesimi, a cui pure non avrebbe 
allora dovuto volgere lo sguardo se non come sto- 
rico della loro scienza. Per entro questa selva di 
citazioni, in più lingue, fitte e intricate, ecco errar 
qua e là qualche immagine lucente verso cui, quasi 
obliando il suo cammino, ei corre fino a che quella 
non gli si dilegui allo sguardo. Di tali visioni è 
siffattamente innamorato, che talvolta giunge a 
non distinguerle dalle idee scientifiche e storiche, 



1 Pubblicato per cura di PROSPERO ViANl. Firenze, Le 
Mounier, 1855. 

8 MORONCINI, Op. cit., p. 34, n. 1. 



14 CAPITOLO I. 



e persino le commenta come se fossero cose ap- 
partenenti anch' esse alla disciplina di cui nar- 
rava le origini e le vicende. Così, tratta sovente 
le belle immaginazioni, venute dalla vista degli 
astri ad autori più o meno celebri. Spesso poi, 
avendo come un* incerta consapevolezza del proprio 
errore, chiama digressione quel suo abbandonare 
la scienza per correre dietro ai fantasmi poetici. 
Se non che, quanto più s'allontana dalla scienza, 
tanto più si stringe al suo dittatore interno ; così, 
ad esempio, là dove, tutt' altro che a proposito, 
ricorda, e anzi par faccia sua una lunga medita- 
zione del Young. 1 In essa ei trovava una fedele 
interpretazione di quel sentimento dell' infinito e 
del divino, che già gli riempiva il cuore; e vera- 
mente del tutto simile a quella del poeta inglese 
è anche qualche altra delle sue stesse meditazioni. 
Si fermava poi con particolare diletto a quella 
specie di errori cui è madre Y ignoranza delle vere 
cagioni: errori che doveva poi considerare come 
precipua, anzi unica fonte di ogni felicità umana ! 
Così in un suo luogo 2 ammira come il Pontano 
descrivesse un pescatore, il quale, di notte, guar- 
dando la luce zodiacale, temeva non gli Dei aves- 
sero rapiti e assunti al cielo i monumenti del- 
l' Egitto. 

Tunc aliquis limosa agitans ad fi u mina Nili 
Piscator, dum nocte oculos ad sidera tollit, 



1 Storia dell' Astron., II, 126 e segg. 
* Ibid., II, 188. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 15 

Obstupuit, doluitque simul super astra referri 
Pyramidas, veterumque rapi monumenta virorum, 
iEgyptumque suis superos spoliare trophaeis. 1 

Se prima di lui altri scrittori avevan ricordato il 
presente luogo con intendimento storico o scienti- 
fico, il Leopardi, pur citandolo forse di seconda 
mano, dovè innanzi tutto ammirarvi l' inganno del- 
l' ingenuo pescatore. Quanto gli sarà piaciuto quel- 
1' « obstupuit »! E la condizione d'animo del pesca- 
tore come gli dovè sembrare simile a quella del 
pastorello, descritto poi da lui medesimo nel suo 
canto Alla Primavera: 

.... tremar l' onda 
Vide, e stupì, che non palese al guardo 
La faretrata Diva 

Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda 
Polve tergea della sanguigna caccia 
Il niveo Iato e le verginee braccia. 

L'erudito giovinetto, pur così ricco d'immagini 
proprie, ammirava anche quelle in cui altri seppe 
felicemente ritrarre le cose della scienza o della 
storia. Così ei ricorda « la graziosa espressione di 
Fontenelle e di Algarotti », secondo la quale, Co- 
pernico « fé' man bassa sopra gli epicicli degli 
antichi, e spirato da un nobile estro astronomico, 



1 Ricordando questi versi, il Leopardi non cita, com' egli 
snoie in simili occasioni, l'opera a cui appartengono; ma essi 
leggonsi nel poemetto pontaniano intitolato: Meteororum liber, 
585-589 : in /. /. Pontoni Opera. Basilea?, ex officina Henric- 
petrina, MDLVI, t. IV, 3114-5. 



16 CAPITOLO I. 



dato di piglio alla terra, cacciolla lungi dal centro 
dell' Universo ingiustamente usurpato, e a punirla 
del lungo ozio, nel quale avea marcito, le addossò 
una gran parte di quei moti, che veniano attribuiti 
a' corpi celesti, che ci sono d'intorno». 1 Or quella, 
che egli qui chiama semplicemente « graziosa 
espressione», era piuttosto una vera rappresen- 
tazione fantastica della dottrina copernicana. E, o 
gliene fosse rimasto vivo il ricordo, o ubbidisse 
a un moto spontaneo del proprio pensiero, certo 
è che, dopo ben quattordici anni, appunto nel 
dialogo il Copernico, ei significò più felicemente 
che mai la sua concezione del mondo. 

Ma nella Storia dell'Astronomia nulla è più no- 
tevole delle impressioni che al giovinetto venivano 
dagli astri e dai fatti celesti. In certe occasioni 
particolari si direbbe che avesse fin da qui prin- 
cipio quella sua brama di sfogare gli affetti più 
intimi alla vista dell' immensità ! Quante volte, da 
qui sino alla fine dei suoi giorni, con gli occhi e 
con la mente agli spazi infiniti, ei ritrasse gì' inef- 
fabili moti del suo spirito! Nella sua contempla- 
zione dei cieli si ha la storia più vera e più su- 
blime delle sue idee: ma quante trasformazioni 
a cominciare dalle immagini che, come aurora, 
sorgono per entro la presente opera, sino a quelle 
che lampeggeranno, quasi lugubre tramonto, nel 
canto della Ginestra! 



1 Storia dell' Aslron.f II, 217 e aeg. 



j 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 17 



HI. 

Questi primi ardimenti del poeta dovevano, an- 
cora per un pezzo, cedere in tutto o in parte ai 
fini delio storico e del filologo; tale fu la natura 
delle opere scritte intorno a quel tempo stesso o 
poco dopo. Or se di coteste nuove opere io volessi 
ragionare espressamente, 1 uscirei del mio proposito, 
eh' è di segnare a grandi tratti lo svolgimento del 
pensiero leopardiano : mi contenterò dunque a po- 
chi generalissimi cenni. 

Col metodo stesso sono condotti i tre lavori 
intorno ad Esichio Milesio, 2 a Porfirio 3 e ai Re- 
tori. 4 Di questi s'illustrano la vita e gli scritti, 
aggiuntevi quante testimonianze era possibile rac- 
cogliere intorno ai medesimi autori. Molta, benché 
non sempre rara né discreta, l'erudizione; ma 
scarsa al confronto la critica delle dottrine. Del 
lavoro sopra Esichio, eh' è il solo in italiano, sono 

1 Tra i lavori di tal genere ricordo quello già citato del 
Moroncini. Del Leopardi filologo ha scritto anche bene il 
prof. F. COLAGROSSO in Studi sul Tasso e sul Leopardi. Forlì, 
Gherardi, 1883. 

1 Commentario della vita e degli scritti di Esichio Mile- 
sio in Op. ined., I, 169 e segg. 

8 Porphyrii De vita Plotóni, et ordine Librorum ejus 
Commentariu8 Grasce, et Latine Ex Versione Marsilii Fidni 
emendata. Or ceca illustrava, et Latina emendavit JACOBUS 
Leopardi, 1814. 

* Commentarti De Vita et scriptis Rhetorum quorumdam 
Qui secundo post Christum soeculo Vel primo declinante vixe- 
runt Auctore JACOBO LEOPARDI Qui et selecta Veterum Opu- 
scolo Ad calcem adjecit Et Observationibus illustravit, 1814. 

Zumbivi. 2 



48 CAPITOLO I. 



forse il meglio quei volgarizzamenti Degli uomini 
illustri in dottrina e Delle cose patrie di Costanti- 
nopoli. Parecchi epigrammi e luoghi di diversi 
poeti tradusse il Leopardi anche in versi, quasi 
per concedere un breve sfogo a quel suo poetico 
sentimento eh' era costretto a tacersi durante il 
faticoso lavoro. 

Ma se, da una parte, comprime in sé cotesto 
sentimento, s' ingegna, dall' altra, di mettere in 
mostra e quasi di ostentare quello della fede. E 
già, ad un certo punto, quasi temendo non le 
sue indagini circa la religione di Esichio possano 
riuscire contrarie air affermazione dei più, che 
quegli fosse stato cristiano, conchiude o, meglio, 
tronca il discorso così : ce La quistione pertanto, 
ridotta a tale stato, potrà esser decisa da chi, o 
più ingegnoso, o più coraggioso di me, si farà ad 
esaminarla». 1 E con ciò sembra voglia dire: Chi 
vuol correre un tal pericolo, lo corra. Per me, 
prima di far cosa che possa sembrare men che 
favorevole al nome cristiano, lascio la scienza 
dov'essa sta, e parlo d'altro. 

Più pregevole per maggior saldezza di criteri 
è il lavoro sulla Vita di Plotino, scritta da Por- 
firio, che il Leopardi credeva importante anche 
perchè vi si leggono cose degne di essere cono- 
sciute intorno a parecchi illustri contemporanei, 
che altrove appena si trovano nominati. Se la cri- 



1 Op. ined.f I, 180. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 19 

■ ■ ■ ■ »■ ■ » ■ ■ ■ ■ ■ . ■ ■ ■■■ ■ - ■ — ■ i . — ■ i ■ ■ 

tica non è ancor profonda, mirabile è già la sua 
perizia nelle due lingue classiche, come si vede 
dalle molte emendazioni al testo greco e dalle 
osservazioni alla versione latina del Ficino, che 
pure gli sembrò potesse dispensar lui dal farne 
una nuova. Certo, alcune di quest'ultime sono 
forse troppo sottili e suggerite dal criterio, a cui 
egli allora si atteneva, dover la traduzione ren- 
dere il concetto dell' originale con fedeltà estrema 
e quasi parola per parola; tuttavia quel commento, 
chi ricordi Y età dell' autore, è nel suo complesso 
testimonianza di una rara dottrina filologica, accom- 
pagnata, per giunta, da un finissimo gusto lettera- 
rio che tra non molto darà di sé prove stupende. 
Nell'altro commento sui quattro Retori, benché, 
come nei precedenti lavori, l'erudizione tenga il 
campo e le indagini siano subordinate allo stesso, 
direi, arido schematismo, pure vi si comincia a far 
sentire qualcosa di più vivo e di più personale. Av- 
vertiamo l'ardore segreto del giovane che ha posto 
mano all' opera ammirando l' alto ufficio delle let- 
tere e la nobiltà degli esempi antichi, degni, per 
lui, sempre di esser anteposti ai moderni. Direi 
che, non più contento alla sola interpretazione dei 
suoi autori, cominciasse anche a consentir con 
quelli, benché pagani, e che volesse già partico- 
larmente farne sue le sentenze sulla gloria e sul 
fato; dalle quali certo non è dissimile il proprio 
sentimento, espresso alquanto più tardi in prosa 
o in verso. Poi, nella parola concettosa e solenne 



20 CAPITOLO I. 



di Frontone e in quel romanesimo di pensiero e 
di accenti, oramai non iscevro di reltorica, par- 
rebbe trovasse maggior diletto che nella sua re- 
ligione: benché, per qualche anno ancora, se non 
il sentimento, l'idea cristiana dovesse guidarlo 
nello studio e stimolarlo ad egregie imprese. 

Ce ne danno prova le due opere sui Padri 1 e 
sugli autori ecclesiastici 2 (1814-1815). La prima 
è divisa in due parti: l'una di 224, l'altra di 
180 pagine grandi e in caratteri fittissimi. Inten- 
dendo a illustrare alcuni Padri della Chiesa, Y au- 
tore ne raccoglie i frammenti sparsi, e vi aggiunge 
le testimonianze riguardanti i padri medesimi. 
Certo, anche qui ordina e distribuisce gli elementi 
molteplici della sua erudizione coir arida unifor- 
mità dei lavori precedenti. Se non che, volendo 
ora dar soltanto ciò che di più prezioso o di men 
noto ci fosse intorno a quel soggetto, egli, nel 
suo commento, riesce più succoso e anche più va- 
rio, almeno quanto alle proporzioni. Così, mentre 
non ha più di poche righe per Sabiniano 3 e al- 
trettante per Candido, 4 spende oltre settanta pa- 
gine intorno a San Clemente Alessandrino. 5 

Dalle innumerevoli citazioni è poi facile inten- 

1 Fragmenta patrum grcecorum secundi sceculi, et veterum 
auctorum de illis eorumque scriptis testimonia collecta et il- 
lustrata in Carte sinneriane. 

2 Fragmenta grcecorum veterum Ecclesiasticce historice 
scriptorum collecta et illustrata', in Carte cit. 

3 Parte II, p. 3. 
* Parte I, p. 67. 
8 Ibid., p. 62. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 21 

dere con quanta diligenza egli avesse studiato i 
Padri greci e gli scrittori di cose ecclesiastiche 
di ogni tempo e paese. E poiché in tutti i suoi 
primi studi abbiamo avvertiti non pochi germi di 
cose future, si avverta qui come la gran domesti- 
chezza acquistata sin d'ora con Eusebio, gli do- 
vesse riuscire di molto giovamento quando, pochi 
anni appresso, ne annotò la Cronaca pubblicata dal 
Mai. Al paragone dei suoi studi classici sono na- 
turalmente scarsi quelli di teologia e di storia ec- 
clesiastica ; ma non per questo egli si rimane, al- 
l' occorrenza, dal farci intendere che, anche su tali 
materie, il suo giudizio non è da disprezzare. A 
ciascuna di queste due parti, che dovevan formare 
il solo primo volume dell' opera tutta, ei fa seguire 
un indice delle varie lezioni tratte dai codici a lui 
noti; e queste dà spesso con osservazioni proprie; 
ma suo fine supremo è sempre quello di racco- 
gliere materiali eh' erano documenti preziosi delle 
dottrine dei Padri e dei loro interpreti. 

Di molto minor mole (non va oltre le 59 pagine, 
scritte orizzontalmente e solo a metà) è la seconda 
delle opere poco avanti nominate. Benché incom- 
piuta anch'essa, pure avvertiamo subito averla 
l' autore concepita come un lavoro parallelo a quel 
primo ch'ei potè condurre molto più oltre. Coli' uno 
intese a illustrare i Padri, coli' altro più partico- 
larmente gli scrittori di storia ecclesiastica: in 
amendue gli stessi criteri scientifici, e, per lo più, 
le stesse fonti di erudizione. 



22 CAPITOLO I. 



Se nella Storia dell' astronomia prevale sopra 
ogni altro il sentimento cristiano, qui tal senti- 
mento piglia forme crudamente teologiche e tono 
battagliero. Parrebbe che il fervente cattolico si 
considerasse oramai come ascritto alla chiesa mi- 
litante, e che traesse spiriti e ardori novelli da 
quei medesimi campioni della fede, alla cui gloria 
consacrava tante fatiche. Nel suo linguaggio, an- 
che ristretto, com' è d' ordinario, alle poche avver- 
tenze con cui intendeva illustrare i frammenti dei 
Padri e le testimonianze intorno ai medesimi, si 
sente spesso V enfasi e l'acerbezza tutta propria dei 
polemisti ecclesiastici. Chiama Ireneo cGalliaedecus, 
hsereticorum malleus, Ecclesise propugnaculum» ;* 
e parlando di Tiziano, incomincia: « Execrando hae- 
resiarcharum albo funestissime adscriptus ». 2 

Questi lavori leopardiani sono d' indole storica 
e in parte filologica ; ma, il più delle volte, la sto- 
ria si restringe alle vite degli autori e la filologia 
alla mera interpretazione letterale del testo. Ora, 
tenute in così angusti termini, difficilmente le due 
discipline potevano darci quella compiuta idea del 
personaggio e del suo tempo, illustrantisi a vicenda, 
che pur esse danno quando trattate con la debita 
ampiezza. E notisi che se, da una parte, nel gio- 
vinetto Leopardi il possesso delle lingue e T eru- 
dizione erano addirittura maravigliosi, non sarebbe, 
dall'altra, stato possibile che, dai 12 ai 14 anni, 

1 Fragm. Patr. grcec. ec, I, 177. 

2 Ibid., IT, 120. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 23 

oltre a tante cognizioni, egli avesse acquistate pur 
quelle più propriamente filosofiche e scientifiche, 
di cui si è fatto cenno. Vedemmo come, volendo 
far la storia dell' astronomia, ei non avesse notizia 
sufficiente di tale scienza; ed ora vediamo che 
quantunque delle discipline storiche e morali fosse 
senza paragone più esperto che delle fisiche, pure 
non e' era ancor così addentro, da poter illustrare 
sufficientemente il pensiero di Esichio, di Plotino 
e dei Padri greci. Grande la sproporzione fra la 
parte strumentale e quella più propriamente scien- 
tifica del suo sapere; e, a spiegar bene il fatto, 
oltre alla ragione che neir età prima tali disu- 
guaglianze sono molto frequenti, bisogna tener 
conto anche qui della mancanza dei libri più ne- 
cessari per quegli studi, degli esempi, ancora più 
efficaci su lui, di Monaldo, e della sua brama, 
sempre più ardente, di compiere in breve tempo 
qualche opera egregia che gli fruttasse onore e 
fortuna. 



IV. 



Fino a qui dunque, nel condurre a compimento 
o neir ideare molte e varie opere di erudizione 
storica e filologica, il Leopardi s' era attenuto alla 
forma biografica o ad altre somiglianti. Aveva, cioè, 
adunati gli elementi della sua dottrina intorno al 
nome di qualche uomo illustre ; e, per quanto ei 
paresse talvolta allontanarsene, pure non perdeva 



24 CAPITOLO 1. 



mai di vista quel personaggio : una specie di ca- 
botaggio nel mare della scienza. Ritornerà ancora 
a cotesto genere di lavori, anzi, fra poco, ne com- 
pirà un altro, forse più notevole per ampiezza e 
precisione d' indagini, qual è quello su Giulio Af- 
fricano ; * ma intanto egli comincia ad avventurarsi 
per T alto mare aperto col citato Saggio sopra gli 
errori popolari degli antichi 

Qui egli ha allo sguardo non più un grand' uomo 
solo, ma insieme parecchi lati di tutta la vita an- 
tica e ciò che di quella continuò a essere efficace 
nei secoli posteriori : alta impresa e di non poco 
ardimento, alla quale però egli si era venuto de- 
gnamente addestrando con tutte le sue forze. Per 
compierla, potè molto giovarsi anche dei tesori 
raccolti nelle sue stesse ultime opere, e che, col 
nuovo uso, venivano ad acquistare nuovo e mag- 
gior valore. Dalla Storia dell'Astronomia più parti- 
colarmente trasportò nella nuova fatica i numerosi 
accenni agli errori fisici dei popoli antichi; e se 
colà ne fece ricordo perchè si potessero intendere 
meglio i progressi della scienza, qui, sottoponen- 
doli a più rigoroso esame, ne determina il danno 
morale. Dalle due opere sui Padri, poi, continua 
qui lo svolgimento di tutte quelle idee teologiche 
suir uomo e sulla natura, eh' ei professò sin dalla 
fanciullezza, e, dacché s'era messo a raccogliere 



1 Iulii Africani quee supersunt omnia a J. L. nunc pri- 
mum collecta, recognita, nova versione donata, prolegomenie 
et notis illustrata. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 25 

e interpretare questi frammenti, applicò sempre 
più largamente alla scienza e alla storia. 

Qui dunque ricompare bensì lo stesso teologo, 
da noi visto poco avanti; ma con cresciuta dot- 
trina e coir animo volto a fini più alti. Nella sua 
religione tutto era verità; e fuor di essa, tutto 
errore. Gli stessi innumerevoli pregiudizi degli 
antichi si avevano a considerare come una riprova 
di quella parola divina che, se per ragioni imper- 
scrutabili, non li bandì interamente dal mondo, 
volle però chiarirli falsi e dannosi alla salute delle 
anime. Secondo i Padri, le speculazioni più vere, 
le massime della morale più pura e quanto altro 
di meglio si potesse trovare nel gentilesimo, pro- 
cedevano dalla religione ebraica, quasi una parziale 
anticipazione di quelle verità che il cristianesimo 
doveva poi rivelare in tutta la loro pienezza. Or 
questo appunto è il concetto onde il Leopardi in- 
forma i primi capitoli del Saggio, e che talvolta 
difende con argomenti non diversi da quelli già 
attinti alla stessa patristica. E veramente, pur git- 
tando gli occhi sulle carte dei Padri, ci possiamo 
facilmente imbattere in. quelle medesime sentenze, 
che, talvolta con parole simili e quasi pompeg- 
giandosene, aveva ripetute il nostro teologo gio- 
vinetto. 1 



1 Mi basta citare l'esempio di uno dei Padri ch'egli meglio 
conobbe, di Clemente Alessandrino, in alcune pagine del 
quale {Clementis Alexandrini Opera quce exlant, r ecognita 
et illustrata per Joannevi Posterum, episcopum oxoniemem. 
Oxonii, e teatro Sheldoniano, MDCCXV; Cohortatio ad gentes, 



26 CAPITOLO I. 



Ma s' egli cominciava e poi finiva il Saggio con 
sentenze rigorosamente teologiche, non procedette 
sempre alla stessa maniera durante il suo lungo 
lavoro. Perchè in questo veniva facendo uso, ognor 
più largo, delle sue facoltà critiche, già poderose, 
senza arrestarsi neanche davanti alle contradizioni 
tra la fede e i risultamenti della sua analisi. In 
lui parrebbe essere due persone diverse: il cre- 
dente e il filosofo ; e se il primo vede la religione 
mettere in fuga Terrore, come il pastore fa col 
lupo della montagna ; il secondo si accorge che gli 
stessi Padri, soggiacendo qualche volta agli errori 
più grossolani, possono air occasione mostrarsi da 
meno dei filosofi antichi. 1 Non di rado, poi, pro- 
ferisce sentenze come queste : « Credere una cosa 
perchè si è udito dirla, e perchè non si è avuta cura 
di esaminarla, fa torto all' intelletto dell'uomo ». 2 
« La sola scienza può fissare il punto preciso, ol- 
tre il quale non debbono estendersi gli effetti di 
una virtù, o di una prevenzione giusta ed oppor- 
tuna ». 3 

Tuttavia, se spesso procede libero e ardito, non 
però ha criteri veramente saldi, né quella fermezza 
di spirito attribuitagli dal Sainte-Beuve che pure 

cap. II, p. 10 e segg.) trovasi la sostanza di quanto il giovane 
recanatese scrive in quei luoghi del Saggio, dove considera 
l 1 idolatria e la superstizione come nate dalla falsa interpre- 
tazione dei fenomeni naturali e dagli stessi mal regolati af- 
fetti umani. 

1 Saggio cit., cap. XII, p. 177 e segg. 

2 Ibid., cap. I, p. 9. 

3 Ibid., cap. XIX, p. 298. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 27 

intese benissimo e chiarì con mirabile delicatezza 
parecchi altri pregi del nostro autore. 1 Il quale, 
dunque, riconosceva gli avanzamenti che il mondo 
fece dal paganesimo al cristianesimo, compiacevasi 
del continuo aumento della civiltà, ma, sostenendo 
insieme che V uomo, per essere composto sempre 
degli stessi elementi, non è modificabile mai, ve- 
niva ad escludere la possibilità d'ogni vero pro- 
gresso. Così, quasi dubbioso fra le varie dottrine 
ch'era venuto esaminando, si accosta or più al- 
l' una, or più all' altra, e, a volte, par che aspiri 
ad accordarle tutte fra loro. Meno incerto e assai 
più acuto si dimostra quando restringe le sue in- 
dagini ai fatti particolari e specialmente a quelli 
onde abbia avuta personale esperienza. Fra le sue 
più notevoli osservazioni sono quelle intorno al 
coraggio, considerato come « una delle doti più 
proprie a render meno infelice che sia possibile 
la vita dell'uomo». 2 Qui la parola prorompe da 



1 Revue des deux mondes, 1844, VII, 910 e scgg. — Degli 
stranieri colui che meglio intese questo punto, credo sia 
H. F. Brown, il cui scritto sul nostro autore è forse rimasto 
ignoto ai critici italiani (Leopardi, in Macmillan's Magazine, 
June, 1887).— Una delle sue osservazioni è questa: « The re- 
ligious faith of his cliildhood fell to pieces before the sanie 
criticism which had exposed the fallacy in earlier forms of 
belief ». — Tra i particolari da lui notati, come non privi d'in- 
teresse, c'è che il Leopardi conoscesse anche l'opera di 
T. Browne. Questa, nel Saggio, è citata (p. 3) col suo titolo 
inglese: Pseudodoxia Epidemica: or JEnquiries into very 
many received Tenets ; titolo, che nella traduzione italiana, 
fatta sulla francese, fu mutato in quest'altro: Saggio sopra 
gli errori popolareschi ec. Venezia, voli. 2, 1754. 

8 Saggio cit., p. 98. 



28 CAPITOLO I. 



un cuore memore dei tanti affanni patiti per 
una educazione che favoriva invece il sentimento 
della paura, e quasi presago delle sue future mi- 
serie, contro cui nulla gli sarebbe mai valso fuor- 
ché il coraggio. 

Dissi che, quanto a dottrine, idee e sentimenti 
generali, il Leopardi mostrasi ancora ondeggiante, 
mutevole e non iscevro di contradizioni. Fra tali 
sentimenti però ce n'è uno che comincia a pre- 
valere anche su quelli da cui pur egli era o si 
credeva più dominalo : il sentimento, com' è fa- 
cile intendere, della poesia. Ei si compiace sempre 
più degli scrittori classici, continuamente cita da 
essi, in specie dai poeti ; e, tutto inteso a quelli, 
spesso par che dimentichi il suo vero e proprio 
soggetto storico per la bellezza ideale, V erudi- 
zione per le ridenti immagini che egli stesso ne 
fa rampollare. A causa delle numerose e ampie 
citazioni, il Saggio, segnatamente in alcune sue 
parti, mutasi in una specie di enciclopedia poetica. 
Quella grande e varia famiglia di favole leggiadre 
era per il Leopardi come uno di quei castelli o 
isole incantate della poesia romanzesca, dove, an- 
che se trattovi per inganno, il cavaliere si deli- 
ziava, senza più curarsi delle gloriose imprese a 
cui erasi consacrato, e quasi immemore di se stesso. 
Or le immagini antiche e medievali, descritte nella 
presente opera col fine di mostrare quanti e quali 
errori ingombrassero un tempo lo spirito umano, 
dovevano per il nostro autore essere ben presto 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 29 

argomento di felicissime ispirazioni. E già, per 
entro quelle, balena di lontano tanta parte delle 
sue concezioni future, in cui entri l'astronomia. 
Così questa, che fin da principio aveva destato in 
lui tanti moti profondi, diviene ora una inesauri- 
bile fonte di visioni poetiche. È vero che le im- 
maginazioni antiche egli ancor qui considera come 
errori ; pur non di meno è innegabile che il lin- 
guaggio del filosofo cristiano discorda ogni giorno 
più da quello del poeta. 

Degno singolarmente di nota è V effetto che la 
parola classica, per quanto ancora non pienamente 
intesa, faceva sulla sua coscienza. Dalle sentenze 
filosofiche e storiche degli stessi pagani, i Padri 
e gli autori ecclesiastici avevano creduto poter 
trarre nuovi argomenti in favore del cristianesimo, 
e persino visto in esse come una riprova di quanto 
la novella fede sovrastasse all'antica. Ma il Leo- 
pardi, benché avesse posto mano ali! opera con in- 
tendimenti così ortodossi, comincia qui a mutarsi, 
e delle parole dei classici, ricordate per fini pole- 
mici dai Padri, si compiace manifestamente assai 
più che delle dottrine religiose che anche egli vo- 
leva difendere. Or se le sole citazioni lo diletta- 
vano tanto, di qua! godimento non gli sarebbero 
state cagioni le stesse opere a cui appartenevano ! 
Se così maravigliose di bellezza e se di tanta ef- 
ficacia sul suo spirito quelle poche e sparse scin- 
tille, che sarebbe stato mai tutto il sole da cui 
traevan V origine ? Ed ecco il nostro giovane cer- 



30 CAPITOLO I. 



care bramosamente quel sole, e bearsi a quella 
vista, e scaldarsi e quasi immergersi in quella luce. 
Per tal modo egli si consacra al culto di quei clas- 
sici, cominciati a conoscere, come vedemmo, fin 
dalla sua fanciullezza, e poi alquanto negletti per 
i suoi nuovi studi di erudizione sacra e profana. 
Ritorna dunque ai classici, ma « con altro vello » ; 
e passando dagli elementi formali a quelli più in- 
trinseci della loro arte, s' interna in quella co- 
scienza, in tutta quella vita di cui essa arte era 
stata la più gloriosa manifestazione. 



V. 



La poesia classica fu per lui dunque come la 
persona cara che lo fece innamorare di tutta la 
famiglia a cui ella apparteneva, o, per usare un'im- 
magine forse più adatta al caso, fu l'Armida che 
indusse il cavaliere cristiano (un cavaliere quale 
lo aveva educato e lo avrebbe sempre voluto Mo- 
naldo) 1 a passare da un campo all'altro. 

Se non che il passaggio non si compì d'un 
tratto, ed ebbe anzi tutte quelle incertezze, inter- 
ruzioni e riprese che sono inevitabili in ogni pro- 



1 Proprio questa parola usò Monaldo per significare ciò 
che avrebbe voluto che Giacomo fosse : « Insomma lo elet- 
trizzi », scriveva egli il 9 aprile 1820 a Pietro Brighenti 
(E. COSTA, Due lettere inedite di M.L.: in Note leopardiane, 
Parma, L. Battei, 1886, p. 38), « lo infiammi a qualche occu- 
pazione degna di un Cavaliere Cristiano.... ». 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 31 

fonda trasformazione dello spirito. Certo, poiché 
la bellezza era stata la cagione di quel suo primo 
impaganirsi, il sentimento e la stessa idea ch'egli 
ebbe della vita antica ritennero poi sempre qual- 
che traccia di quella medesima cagione e, direi, 
di quel peccato di origine. E veramente, anche 
quando ci pare che il Leopardi meglio intenda e 
riproduca nell'arte quella vita, anche allora egli 
continua a idealizzarla a modo suo, e a guardar 
tutto insieme il mondo classico alla luce di quel- 
1' arte onde s' era primamente innamorato. Ma 
di ciò avremo a ragionare appresso. Qui, innanzi 
tutto, occorre notare che questo principio di con- 
versione dal cristianesimo al paganesimo precorre 
quell' altra conversione, meramente letteraria, di 
cui parlò l' autore stesso e che ai dì nostri è 
stata argomento molto gradito ad alcuni suoi in- 
terpreti. 

E non pure la precorse, ma le diede, com'era na- 
turale, la prima spinta. Si consideri, fra le altre cose, 
che il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi è 
scarsissimo di quelle citazioni d'autori italiani, che, 
se scritto alquanto più tardi, vi sarebbero abbon- 
date ; appena alcune dal Tasso ; e queste proprio 
là dove sarebbero state più opportune le testimo- 
nianze di altri nostri sommi, neanche ricordati in 
tutta l'opera. Ragionando più particolarmente de- 
gli errori antichi relativi a cose astronomiche, non 
cita dal Petrarca nemmeno quei versi che poi gli 
parvero così adatti ad illustrare il suo concetto, 



32 CAPITOLO I. 



quando, nella canzone al Mai, toccò dell'argomento 
medesimo. 1 

Ma si badi principalmente a questo, che il 
Saggio è scritto in quella forma che ben presto 
doveva condannare severamente egli stesso, e che 
qualche suo critico, esagerando, come succede, le 
esagerazioni dell'autore, disse infranciosata e poco 
men che barbara. È dunque manifesto che, pur 
giunto, com' era, intorno a quel tempo, a inten- 
dere e gustare i greci e i latini, egli non faceva 
ancora altrettanto degli italiani. Né lo studio di 
quelli si restringeva alla bellezza della forma poe- 
tica, ma estendevasi ai concetti, ai sentimenti, alle 
opere, a quanto di più grande avessero gli antichi 
pensato o fatto. E così, anche l'esempio che ne 
abbiamo nel Saggio ci attesta che una conversione 
di coscienza precedette e diede origine alla con- 
versione meramente letteraria. 

Del resto, il tempo preciso in cui quest' ultima 
avvenne, ci è indicato da due notissimi luoghi del 
Leopardi stesso. Il 30 aprile 1817 scriveva al Gior- 
dani: <r Io da principio aveva pieno il capo delle 
massime moderne, disprezzava, anzi calpestava, lo 
studio della lingua nostra ; tutti i miei scrittacci 
originali erano traduzioni dal francese; disprezzava 
Omero, Dante, tutti i Classici ; non volea leggerli, 
mi diguazzava nella lettura che ora detesto: chi 



1 Cioè i versi (canz. Nella stagioni, st. in) : 

Quando vede il pastor calare i raggi 
Del gran pianeta al nido ov' egli alberga. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 33 

mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; ma 
niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a 
imparare le lingue che mi erano necessarie? la 
grazia di Dio». 1 

Il secondo luogo è in un'altra lettera, del 
30 maggio dello stesso anno, anche al Giordani : 
« Io sono andato un pezzo in traccia della eru- 
dizione più pellegrina e recondita, e dai 13 anni 
ai 17 ho dato dentro a questo studio profonda- 
mente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi 
non piccoli sopra cose erudite.... È un anno e 
mezzo che io quasi senza avvedermene mi son 
dato alle lettere belle, che prima non curava; e 
tutte le cose mie che ella ha vedute, ed altre che 
non ha vedute, sono state fatte in questo tempo, 
sì che avendo sempre badato ai rami non ho fatto 
come la quercia che A vieppiù radicarsi il succo 
gira, Per poi schernir d'Austro e di Borea l'onte; 
a fare il che mi sono adesso rivolto tutto». 2 Or 
questi due luoghi bisogna saperli interpretare. Se 
nel primo parlasi in termini generali dello stato 
anteriore alla conversione letteraria; non perciò 
abbiamo a credere che i fatti di cui quivi è cenno, 
appartengano tutti allo stessissimo tratto di tempo. 
Che anzi, da quanto fino a qui si è visto, alcuni 
di essi debbonsi riferire a due momenti dello 
spirito succedutisi a breve distanza. Così, quello 



1 EpisL, I, 56. 
1 Ibid., I, 71. 

Zumbuti. 



34 CAPITOLO I. 



che l'autore chiama disprezzo, ed era piuttosto 
scarsa conoscenza o non sufficiente perizia della 
lingua nostra, durava ancora, quando già egli 
aveva cominciato ad innamorarsi dell' arte e delle 
favole antiche. Che se pure, alquanto prima, non 
avesse pregiato insieme né Omero, né Dante, cer- 
tamente poi, al tempo in cui lavorava intorno al 
Saggio, dimostrò a prova che, se non ancora per 
il secondo, Y amore era già vivo e operoso per il 
primo, anzi per tutta la poesia greca. E quanto 
altro egli abbia potuto narrare nella prima delle 
citate lettere, non toglierà mai valore a queste sue 
ancor più notevoli testimonianze di fatto, né, tanto 
meno, alla vivissima rappresentazione che di tutto 
se stesso, qual era allora, ci lasciò nel Saggio. Ag- 
giungasi poi quesf altro particolare, che di poco 
posteriore è la traduzione delle Inscrizioni greche 
triopee (1816), la quale ci dimostra quanto già 
delicato e profondo fosse il suo sentimento della 
grecità : sentimento accompagnato, anche qui, dalla 
più chiara consapevolezza di se medesimo, come 
si scorge nella Prefazione al predetto lavoro. 

Nella seconda lettera, poi, la conversione che 
si dà come incominciata un anno e mezzo avanti, 
corrisponde esattamente al tempo dei primi lavori 
letterari, ideati o compiuti tra la fine del '15 e 
i principi dell'anno seguente: lavori che, nel loro 
complesso, ci riescono una novella prova di quel- 
T ammirazione ai classici, fondata sopra uno studio 
che non poteva essere stato né breve né di re- 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 35 

cente data. Notisi infine che in nessuna delle 
due lettere P autore allude a quel suo anteriore 
studio dei greci e dei latini, a quella brama di 
voltarne sin d' allora le sentenze che, come sto- 
rico, gP importava di citare, a quella, insomma, 
sua primissima classicità che ci è attestata anche 
dal Saggio. Perchè in esse lettere non volle te- 
nerne conto ? Senza dubbio, perchè non gli parve 
degna di ricordo una classicità rimasta quasi se- 
polta sotto il grave peso delP erudizione, e anche 
perchè non credette che una vera conversione 
letteraria potesse aver avuto effetto durante il 
tempo in cui egli, pur già caldo ammiratore degli 
antichi, era stato così poco esperto della lingua 
materna e delle patrie lettere. E chi consideri 
quanti avanzamenti avesse poi fatti dai principi 
del 1816 al maggio delP anno seguente, intenderà 
benissimo in qual conto potesse egli tenere il suo 
primo culto degli antichi, congiunto ancora a 
quella eh' ei descriveva come una barbarie del 
proprio spirito in fatto di cultura italiana. 

In ogni modo, quel contrasto ci fu, benché du- 
rasse per brevissimo tempo. Era naturale, era ine- 
vitabile che Puno amore suscitasse subito P altro; 
che la bellezza antica, accendendolo di sé, lo ac- 
cendesse ugualmente delle bellezze di arte ch'essa 
generò fecondando della sua luce le menti dei no- 
stri padri. La letteratura italiana, conP egli scri- 
veva intorno al medesimo tempo, era per lui « la 
sola figlia legittima delle due sole vere tra le an- 



36 CAPITOLO I. 



tiche a. 1 Così il suo amore, già forte per le due 
genitrici, egli allargò ben presto alla figliuola, ed 
ebbe poi sempre tutte e tre in conto di cose per- 
fette e inseparabili: quasi una nuova trinità, ma 
più adorata nel suo segreto e più feconda in lui 
di moti intimi, che non quell'altra davanti alla 
quale, come filosofo cristiano, protestava d' inchi- 
narsi. 

Or il tempo in cui cominciarono a manifestarsi 
gli effetti più notevoli di una tanta trasforma- 
zione di coscienza, fu certamente quello stesso 
che il Leopardi indicava per la sua così nota con- 
versione letteraria. 2 Ma chi, a intender appieno la 
cosa, volesse risalire alle prime origini, ricono- 
scerà che quella <r grazia di Dio », colla quale 
egli spiegava la conversione, era piovuta su lui 
da più tempo eh' ei non credesse. E più che di 
Dio, vorremmo dirla <r grazia degli Dei » ; perchè, 
veramente, era scesa dall' Olimpo anzi che dal Pa- 
radiso; e, anche per entro le aspre e buie selve 
deir erudizione teologica e patristica, gli aveva 
fatto balenare allo sguardo il riso e la luce di 
lontani paesi, dove tutto era godimento ineffabile 
dello spirito e dei sensi, e dove la stessa bellezza 

1 EpisL, I, 42. Lettera del 21 marzo 1817 al Giordani. 

* Mi sarebbe impossibile citare tutto ciò che dagli altri, 
forse meglio di me, certo più o meno diversamente da me 
è stato detto intorno a questo argomento. Basta eh' io ricordi 
al proposito i due scritti del Mestica: La conversione let- 
teraria e la Cantica giovanile e Lo svolgimento del genio 
leopardiano, in Studi leopardiani. Firenze, Succ. Le Mon- 
nier, 1901. 



STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 37 

creata dall' ingegno umano inalzava questo al più 
alto grado cui la nostra natura potesse aspirare. 

Uno dei primi e più chiari segni di cotesta 
trasformazione di coscienza lo vediamo nel secondo 
lavoro su Frontone, 1 compiuto ai principi del 1816. 
La scoverta del Mai, annunciata dai pubblici fogli 
nel decembre dell' anno antecedente, gli aveva su- 
scitato dentro un tumulto indicibile. Vedere come 
quel Frontone, da lui commentato due anni prima, 
e del quale s' era così innamorato da parlarne 
<c spesso, e sempre con trasporto » pur nei suoi 
discorsi familiari, dopo tanta notte di oblio ricom- 
parisse d' un tratto alla luce del sole ! 2 Sentirne 
ora, non più per testimoni antichi, ma dalla stessa 
bocca di lui la parola viva! E poiché le avver- 
tenze premesse agli scritti frontoniani dallo stesso 
Mai avevano <r ingoiate » le sue, fatte due anni 
prima, egli imprenderà subito tale una nuova fa- 
tica, che, almeno in parte, lo compensi del danno. 
In ogni modo, se non partecipe alla gloria della 
scoperta, egli aveva precorso il fortunato scopri- 
tore nel pensiero di rinfrescar la memoria di 
Frontone. 

Anch' egli dunque si adoperava, e non in- 
darno, a quella resurrezione dell' antico, eh' era 
ciò che di più grande potesse allor tentare un 
vero figlio d'Italia. Ecco il sentimento che spira 



1 Volgarizzamento delle opere di M. Cornelio Frontone, 
in Op. ined., I, 323 e segg. 

* Discorso premesso al citato Volgarizzamento, p. 329. 



38 CAPITOLO I. — STUDI GIOVANILI DI ERUDIZIONE. 

dalle sue parole, non meno fervide nella prosa di 
quello che saranno fra non molto nella poesia. 
Quanta differenza, nel discorrere intorno a Fron- 
tone stesso, tra il Leopardi di soli due anni fa e 
il Leopardi di oggi ! Il primo vedeva nel suo au- 
tore un dotto non meno degno d' essere illustrato 
che gli altri dotti famosi già tolti ad argomento dei 
suoi studi; il secondo ammira in lui più partico- 
larmente il romano e le incomparabili virtù civili 
dei nostri antichi ; ammirazione che non si distin- 
gue più dall'amore e che supera di gran lunga 
quella avuta per i Padri e per gli stessi eroi della 
religione. E se la sentiamo così potente e operosa 
per entro gli studi di erudizione, come avremo a 
sentirla per entro quelli d'indole letteraria e poe- 
tica, a cui intanto ei poneva mano? 



Capitolo II. 

STUDI GIOVANILI LETTERARI. 



I. 

Tali studi possiamo considerare come divisi in 
traduzioni, critiche e imitazioni: forme di lavoro 
tutte e tre antiche per il nostro autore, ma che 
ora si rinnovellano nel nuovo culto a cui erasi 
consacrato. Per toccare della, prima, ricordo le 
versioni di Mosco, della Batracomiomachia, del- 
l' Odissea e dell' Eneide, 1 le quali, benché condotte 
con criteri mutevoli, sono evidentemente i frutti 



1 Da un indice del « 25 Febbraio 1726 », che trovasi fra 
le Carte napoletane, prendo le seguenti date: 

1815. Discorso sopra Mosco, pubblicato nello Spetta- 
tore, 1816; 

1815. Poesie di Mosco, tradotte, pubblicate ivi, 1816; 

1815. Discorso sopra la Batracomiomachia, pubblicato 
ivi, 1816 ; 

1815. Traduzione della Batracomiomachia, pubblicata 
ivi, e a parte in Milano, 1816, e nel Florilegio di poeti vi- 
venti. Milano, 1822, e nel Caffè di Petronio. Bologna, 1825; 

1816. Traduzione del primo canto dell'Odissea, pubbli- 
cato nello Spettatore, 1816 ; 

1816. Traduzione del secondo libro dell'Eneide, pubbli- 
cato in Milano, 1817. 



40 CAPITOLO li. 



di uno stesso amore. Nulla potrebbe più fedel- 
mente renderci Y animo del traduttore che le sue 
medesime parole : <r Letta la Eneide (sì come sem- 
pre soglio, letta qualcosa è, o mi par veramente, 
bella), io andava del continuo spasimando, e cer- 
cando maniere di far mie, ove si potesse in al- 
cuna guisa, quelle divine bellezze : né mai ebbi 
pace infinchè non ebbi patteggiato con me me- 
desimo, e non mi fui avventato al secondo Libro 
del sommo poema, il quale più degli altri m'avea 
tocco; sì che in leggerlo, senza avvedermene, lo 
recitava, cangiando tuono quando il si convenia, 
e infocandomi e forse talvolta mandando fuori 
alcuna lagrima a. 1 Chi non sente qui come una 
vampa di queir amore che scaldò i nostri umani- 
sti e segnatamente il Petrarca, il quale con tutta 
consapevolezza ne descrisse in se medesimo gli 
effetti stupendi? 

E poiché questo. è un punto di molta impor- 
tanza nella storia del nostro poeta moderno, ri- 
corderò, fra le mille testimonianze del poeta antico, 
che confermano il paragone, quella dov' ei narra 
come il padre gli bruciasse i suoi prediletti clas- 
sici, e come, quasi sentendo divorare da quel fuoco 
le proprie carni, il suo strazio fosse pari soltanto 
al diletto provato nella lettura degli autori che 
così crudelmente gli eran tolti. Questi egli aveva 



1 Studi filol., 190. Discorso premesso alla tradazione del 
secondo dell'incìde (Cfr. EpisL, I, 61). 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 41 

amati anche prima d'intenderli, sol per la dolcezza 
ineffabile della loro parola: « Siquidem ab ipsa 
pueritia, quando caeteri omnes, aut Prospero inhiant, 
aut jEsopo, ego libris Ciceronis incubili.... Et illa 
quidem aetate, nihil intelligere poteram, sola me 
verborum dulcedo quaedam et sonoritas detinebat, 
ut quidquid aliud vel legerem, vel audirem, rau- 
cum mihi longeque. dissonum videretur a. 1 Molti 
altri riscontri si potrebbero notare fra i due poeti 
per ciò che riguarda V origine di queir amore, le 
sue prime impressioni e gli effetti, sempre più 
forti, sul cuore, sulla mente, su tutta la vita ! Ne 
toccherò appresso ; e intanto, ritornando alle tra- 
duzioni, senza rifare l'analisi che altri ne hanno 
fatto, noto che, per quanto diligentemente lavo- 
rate, esse mi sembrano le manifestazioni meno 
felici dell' amore del Leopardi all' arte classica. 
I brevi saggi di versione in prosa dal greco, che 
diede appresso, quantunque di molto pregio, non 
bastano a farci persuasi che, continuando, egli sa- 
rebbe riuscito a compiere una traduzione vera- 
mente insigne di qualche gran poema antico. Du- 
bito che, fra le sue molte attitudini, avesse anche 
in alto grado quella del tradurre. E già i presenti 
saggi, per quanto giovanili, appartengono pure al 
tempo in cui egli scriveva cose letterarie assai 
lodate e, certo, per bontà di criteri e sentimento 



1 Senili, XV, I, in Opera omnia F. Petrarchce. Basile», 
MDLIIII, p. 1046. 



42 CAPITOLO II. 



di arte, non inferiori' a quelle dei suoi contempo- 
ranei più maturi di età e di studi. 

Ma il voltar da una lingua in un' altra è ben 
diversa cosa. Si è spesso detto che a tradurre un 
gran poeta sia a dirittura necessario un altro poeta 
pur grande; ma il fatto non sempre ha dimostrato 
che questa seconda grandezza sia per se medesima 
sufficiente a interpretare e rendere appieno la 
prima. Chi traduce ha bisogno di una facoltà par- 
ticolare che, come può far difetto a un poeta an- 
che insigne, così può trovarsi benissimo in un 
altro minore. Ne abbiamo esempi in tutte le lette- 
rature; e nella nostra basti citare quello del fa- 
moso traduttor dell'Iliade, il quale né fu poeta ori- 
ginale e profondo come il Leopardi, né delle cose 
classiche ebbe tutta la notizia che in questo am- 
miriamo. Nello stesso Foscolo tale notizia fu mag- 
giore che nel Monti ; eppure, anche prescindendo 
dalle proporzioni dei rispettivi lavori, che cosa è 
mai il suo saggio di versione da Omero al confronto 
deir opera montiana ? Per me, insomma, il tradut- 
tore è, a un di presso, come l'attore drammatico: 
il quale (salvo che in qualche rarissimo caso) non 
saprebbe fare né ciò che fa il poeta, né ciò che 
il critico; non dar vita ai fantasmi dell' immagi- 
nazione, e non interpretarli storicamente ed este- 
ticamente. Ma invece fa ciò che, di solito, né il 
primo, né il secondo: ritrae nell'azione l'idea che 
il poeta aveva già ritratto nella parola, aggiun- 
gendole così quasi una nuova forma sensibile, per 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 43 



cui essa idea muovesi non pure nella fantasia, ma 
davanti agli occhi stessi dello spettatore. 

Mediocri, in ogni modo, le traduzioni del Leo- 
pardi; senza paragone migliori i discorsi critici 
onde soleva accompagnarle. Benché le maggiori 
speranze di gloria ponesse nelle versioni, pure è 
chiaro eh' egli si andava accostando alla mèta pre- 
fissa meno con queste che con quelli. Il critico, 
interpretando mirabilmente le bellezze dei suoi 
poeti e chiarendone le ragioni, era di una felicità 
che talvolta mancava al traduttore. Per tal modo 
egli spesso mette vasi in comunicazione col cuore 
di qualche poeta antico, meglio che non facesse 
traducendolo in quei suoi versi, così faticosamente 
fedeli all' originale. Scarso di dottrina storica, sot- 
tile più che profondo nelle argomentazioni e, quasi 
come nei primi lavori d'erudizione, studioso piut- 
tosto degli elementi estrinseci che degli intrinseci 
dell' opera, ei si mostra nel Discorso della fama 
di Orazio presso gli antichi, benché questo fosse 
alquanto posteriore agli altri due che accompa- 
gnano la traduzione delle Poesie di Mosco e quella 
della Batracomiomachia. Negli ultimi due incomin- 
cia, per mio giudizio, a penetrar meglio nella so- 
stanza delle cose, a mettere in relazione le qualità 
estetiche del componimento con quelle personali 
e storiche dell' autore. Persino, con descrizione e 
delicatezza non troppo frequenti nei critici, tocca 
di quelle derivazioni e somiglianze fra diversi 
scrittori, che, quando bene comprese, conferiscono 



44 CAPITOLO li. 



grandemente alla piena intelligenza delle opere 
d' arte. 1 

Nuove e più belle prove del suo valore egli 
diede nel breve discorso di due anni dopo (1817), 
premesso alla versione di quel frammento della 
Teogonia che chiamò Titanomachia. Qui mostrasi 
già capace di gustare nelle più riposte qualità la 
poesia greca, che vorrebbe tutta trasfondere nel- 
l' arte italiana. Vorrebbe che quella poesia e la 
latina insieme potessero mettere nuovamente in 
moto T immaginazione e il cuore dei suoi conna- 
zionali, esser loro cagione di nuova felicità e di 
nuova grandezza. Gli par « cosa terribile x> che 
T Ariosto, non sapendo il greco, abbia dovuto leg- 
gere Omero ce in quelle traduzionacce latine che 
correvano allora ». 2 Quasi non sa concepire nulla 
di alto né di gentile nella vita moderna che non 
fosse accompagnato dal godimento dell' arte an- 
tica. Ma già, pur con qualche rapido accenno, mo- 
stra come incominci a conoscere intimamente an- 
che i più insigni autori italiani ; e nomina Dante, 
forse per la prima volta, con piena conoscenza del 
sacro poema e del suo valore storico in confronto 
di Omero. 

Non isfugge poi a nessuno la novità e V ardi- 
mento dei suoi giudizi sulle traduzioni del Caro 
e del Davanzati. 3 Ancor più notevoli quelle prime 



1 Studi filol, 31 e 80. 

2 Titanom. di Esiodo, in Sludi filol., 174. 
8 Ibid., 175 e seg. 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 45 

osservazioni su i fini dell' arte e sul bello ideale, 
eh' egli continuerà con sempre maggior profondità 
di criteri e sempre più bramoso di poter insieme 
spiegar filosoficamente l'indole della poesia e far 
cose poetiche perfette. Con quelle osservazioni egli 
va innanzi ad altri suoi già chiari contemporanei, 
specialmente là dove sostiene come all'arte sia 
dato di trattare ogni sorta di soggetti. « La bas- 
sezza delP argomento » (dice a proposito della Ba- 
tracomiomachia) « non può farle perdere nulla del 
suo pregio; il genio si manifesta dappertutto, e 
tutto è prezioso ciò che è consacrato dal genio d. 1 
Da questo e da altri numerosi esempi che po- 
trei addurre, è manifesto esser egli, tra il 1815 e 
il '17, giunto ad una libertà e profondità di giu- 
dizi che degnamente precorre quel suo deliberato 
proposito di darsi alla filosofia, come poi fece da lì 
a due anni. Per tal modo il pensatore si faceva av- 
vertire molto prima eh' egli si volgesse con piena 
consapevolezza a meditare le leggi del pensiero. 
Infatti, non pochi di questi giudizi si possono con- 
giungere a parecchie delle cose che si leggono 
pur nelle prime pagine dello Zibaldone, dove già 
si traccia un Sistema di belle arti 2 e dove non 
mancano i primi germi di quel Sistema dell'uomo, 
a cui in breve si volse con tutte le forze dello 
spirito. 



1 Discorso cit., p. 74. 

* Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, voi. VII. 
Firenze, Succ. Le Monnier, 1898-1900, I, 82. 



46 CAPITOLO li. 



i 



IL 



Venendo alla terza forma del suo culto verso 
gli antichi, noto come il Leopardi s'ingegnasse 
di riprodurne al possibile il pensiero e l'arte nelle 
imitazioni che tentò colle Odi adespote e coir Inno 
a Nettuno. 1 L' ode Ad Amore è veramente di stampa 
anacreontica; anzi arieggia, in particolare, due fra 
le odi attribuite al poeta di Teo. Difatti, coi primi 
versi ci fa rammentare il principio dell' anacreon- 
tica dove le Muse legano e consegnano Amore alla 
Bellezza ; 2 e cogli ultimi, benché più lontanamente, 
la fine di quell'altra dove lo stesso Dio, ferito il 
suo ospite, si gloria con lui della propria potenza. 3 

Non egualmente segnata della stessa stampa 
mi sembra la seconda ode Alla Luna. Molto più 
spirikiale e più tenera di sentimento, la diremmo 
invece della famiglia di Mosco e più particolar- 
mente sorella dell'idillio Espero : A certo tra quella 
e questo è gran somiglianza di affetti e d' imma- 
gini. Aggiungo poi che sul poeta italiano non deve 
essere stata senza efficacia quell'ode della Mon- 
tagu Alla Luna, eh' egli stesso, dicendola « ge- 



> i 



Studi filol, 149 e 170. 



Anacreontb, Carmina, edizione V. ROSE. Lipsia, 
MDCCCLXXVI, p. 22, n. 19. 

8 Ibid., p. 32, n. 33 (31 1. 

4 Nella sua stessa traduzione di questo idillio {Studi 
filol., 69) abbiamo qualche segno della maniera eh' ei tenne 
imitandolo nella supposta anacreontica. 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 47 

mella » del citato idillio e ammirandone coir Alga- 
rotti r <c atteggiamento greco», riporta nelle note 
alla sua versione di Mosco. 1 

Ma di assai più grande importanza storica è, 
per mio giudizio, V Inno a Nettuno. Certo chi vo- 
lesse giudicarlo in confronto degli inni omerici e 
di Callimaco, avvertirebbe, più facilmente che mai, 
tutto T artifizio e gli sforzi del poeta italiano per 
avvicinarsi quanto gli fosse possibile a tali esem- 
plari. Avvertirebbe segnatamente queir eccesso di 
reminiscenze mitologiche, che finiscono col nascon- 
dere la sembianza stessa deir eroe celebrato, e, in 
ogni modo, aduggiano in sul nascere gli effetti della 
poesia. Direi, per adattare al mio proposito il fa- 
moso detto di Corinna a Pindaro, che il Leopardi 
seminasse col sacco anzi che colla mano. 2 E se, per 
giudizio dell' antica poetessa, una tal maniera era 
da biasimare in un poeta pur nato e cresciuto in 
mezzo a quelle tradizioni, come dovremmo giu- 
dicarla noi in un moderno? Ma inutile e peggio 
sarebbe ogni severità di critico dove il Leopardi 
stesso riconobbe apertamente i difetti dell'opera 
sua, e anzi se ne accorse ancor prima di averla 
condotta a termine. Piuttosto è da notare come egli, 
ciò non di meno, vi perdurasse fino alla fine, per 



1 Studi filol., 70. È l' ode che comincia : 

Thou, Silver Deity of secret Night. 

1 Plutarco, Moralia. Lipsia, MDCCCLXXXIX, II, 
4G1-4G2. 



48 CAPITOLO II. 



deliziarsi in quelle felici immaginazioni antiche e 
quasi per farle rivivere nel suo canto. 

E veramente quella eh' ei chiama « stretta ne- 
cessità cT imitare, o meglio di copiare d 1 non era se 
non T amore stesso dell'arte classica; il quale, come 
ogni amore invitto, par veramente necessità in co- 
lui che n'è dominato. Solo chi sappia farsi un 
giusto concetto delle condizioni intime del Leo- 
pardi a quel tempo, intenderà appieno quanti e 
quali godimenti ei dovesse trovare negli inni ome- 
rici e in quelli di Callimaco. Leggendo gli uni e 
gli altri, la sua mente, come poi per entro le di- 
pinture dell' Ariosto, perdevasi in quelle « vane 
amenità », in quei dilettosi errori che a lui par- 
vero sempre ciò che di meglio potesse offrire la 
vita. Che ineffabili visioni per entro gli inni greci! 
Quel cielo e quella terra, viventi in ogni loro parte, 
e sempre in amorosa corrispondenza col gener nci- 
stro ! Monti, valli e mari popolati di vezzose fan- 
ciulle non meno care agli Dei che agli uomini ! E 
poi queir infinità di tradizioni e favole leggiadre, 
intrecciate alle azioni dell'eroe o dell'eroina per 
virtù della stessa incomparabil arte in cui dure- 
ranno eterne tante cose belle, morte per sempre 
nella vita I 

Dunque, benché ne intendesse le difficoltà su- 
preme, pure il Leopardi aspirò a riprodurre nella 
sua, tutta quell'arte; perchè, come già dissi, nello 



1 Epist.y I, 71. Lettera del 30 maggio 1817 al Giordani. 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 49 

stesso tentativo sentiva quietare tutte sue voglie, 
e vi si obliava non soltanto come poeta, ma ancor 
come uomo. Ed ecco che, nell'Inno a Nettuno, 
egli saluta nel suo eroe le più leggiadre imma- 
gini di cui lo circondava il mondo antico. Con 
singolare compiacenza ricorda le fanciulle che 
quel Dio bearono del loro amore. Eccocele pas- 
sare davanti : Anfitrite, Libia chiomi-bella, Mena- 
lippe alto-succinta, Alope, la leggiadra Alcione, 
Ippotoe, Mecionice, Etra occhi-nera, Chione, Olbia, 
T Eolide Canace, Toosa dal vago piede.... Passano, 
ciascuna bella in sua maniera ; e le loro grazie, 
pure accennate appena, si dispiegano per se me- 
desime alla.. nostra fantasia. Delle stesse fanciulle 
avevan parlato, con vari intendimenti, autori pro- 
fani e sacri; ma il nostro, cercandole diligente- 
mente per ogni dove, le raccolse qui come per 
farne più glorioso il trionfo del Dio del marel E, 
quasi non contento di un tanto numero, alle fan- 
ciulle nominate dà antichi scrittori volle aggiun- 
gerne un'altra, cioè Calliroe « di rosee guance », 
figlia dell' Oceano e di Teti, la quale, se molti scrit- 
tori ricordano, nessuno però dice che l'amasse 
Nettuno. 1 Così facendo, gli parve di concedere al 
suo eroe una nuova fortuna, una nuova gloria, e 
alla propria fantasia un'altra fuggitiva bellezza. 

Va poi singolarmente notato che le sentenze 
dei Padri, ch'egli cita qui, sonavano nei loro li- 



1 Studi filol, 160. 

ZUMBINI. 



SO CAPITOLO II. 



bri come scherno delle divinità pagane. Per esem- 
pio, S. Clemente Alessandrino aveva scritto: «Chia- 
mami qua Nettuno e la schiera violata da lui, 
Anfitrite, Amimone, Alope, Menalippe, Alcione, Ip- 
potoe, Chione, e le altre innumerevoli ». E Arnobio: 
« Numquid enim a nobis arguitur rex maris, Am- 
phitritas, Hippothoas, Amymonas, Menalippas, Al- 
cyonas, per furiosae cupiditatis ardorem, castimo- 
niae virginitate privasse ? ». E Giulio Firmino : 
« Quis Amymonem, quis Alopen, quis Melanippen, 
quisChionem Hippothoenque corrupit? NempeDeus 
vester haec fecisse memoratur »/ Or queste ed al- 
trettali sentenze ricordava il Leopardi con intendi- 
mento del tutto contrario a quello dei loro autori, 
cioè, non più a vituperio di Nettuno, bensì a testi- 
monianza delle amorose avventure, le quali par che 
intendesse lodare non meno che le altre imprese 
dell'eroe. Ciò che negli scrittori cristiani era in- 
vettiva, qui si trasforma in inno. Prima di quella 
conversione di coscienza, che mi sembrò cagione 
di tanti mirabili effetti, il nostro autore sentiva 
nella voce dei Padri interpretato anche il cuor 
suo. Ora, invece, accade l'opposto: il cuore gli 
palpita per un divino che, nel concetto di quelli, 
era la profanazione del divino. Non intenderà mai 
il Leopardi chi, a traverso il faticoso lavoro d' imi- 
tazione, non senta quei palpiti, chi, fermandosi 
all'artifizio, confessato, come si è visto, dal poeta 



1 Studi filol, 159-60. 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 51 

stesso, non badi al nuovo immenso amore onde 
intanto egli era acceso. 

E poiché toccai della somiglianza fra lui e il 
Petrarca come umanista, accennerò anche ad un'al- 
tra somiglianza, la quale, oltre che notevole nello 
stesso rispetto, concorre a farci intendere tutto il 
cuore del giovine poeta. Nessuno fra gli scrittori 
antichi italiani fu così dotto in patristica come il 
Petrarca, e nessuno, forse, come il Leopardi fra 
i moderni; veramente ammirabile in amendue 
tanta ricchezza e congiunzione di studi sacri e 
profani. Se non che, nel primo, lo studio dei Pa- 
dri fu più proprio degli anni maturi, e di maggior 
efficacia sul cuore. Certo l'amore a quelli e alla 
scienza delle cose divine non dominò mai intera- 
mente il suo spirito così ardente di affetti terreni, 
così tenero verso le bellezze del mondo; tanto è 
vero che fra gli stessi Padri ei preferì sempre Ago- 
stino, nelle cui Confessioni sentiva come ritratta 
tanta parte di se stesso, e n'ebbe esempio e im- 
pulso al suo De Contempli* Mundi, che, in siffatto 
genere di scritture personali, è il primo dei libri 
moderni. Tuttavia è innegabile che il sentimento 
cristiano e medievale spesso in lui contrastò vit- 
toriosamente al paganesimo e a quella vita mo- 
derna che, nei suoi principi, era ad esso così stret- 
tamente congiunta. Ma nel Leopardi la cosa andò 
ben altrimenti : lo studio dei Padri appartenne ai 
suoi primi anni, e finì appunto col periodo di sua 
vita che qui ho tentato descrivere. Se in essi il 



52 CAPITOLO II. 



suo gran precursore aveva trovato nuove occasioni 
a dolersi di se medesimo, se, leggendoli, gli era 
parso d' intendere sempre più il pregio delle cose 
invisibili, da lui dimenticate per la bellezza delle 
visibili ; il giovane recanatese, invece, non più nelle 
loro sentenze, un tempo ammirate alla maniera 
del Petrarca, bensì nelle sentenze pagane da essi 
combattute, finì col trovare un mondo di luce e di 
armonie, incomparabilmente più bello dell' altro 
tanto lodato dai Padri medesimi. E, come vedem- 
mo, si accese tutto di amore per quella vita ap- 
punto, che suir esempio dei suoi maestri in divi- 
nità avrebbe dovuto abborrire! 

III. 

Queir amore però non divenne così presto suo 
padrone assoluto; perchè la religione nativa riu- 
sciva talvolta a riprendere una parte del suo an- 
tico impero. Fatto naturale, chi consideri come le 
trasformazioni dello spirito non si compiano mai 
senza lunghe lotte interne. Il passato e in ispecie 
le reminiscenze dell'infanzia, gli antichi moti del 
cuore, gli effetti suscitati un tempo in esso dalla pre- 
ghiera, dalle solennità religiose, da certi canti, da 
certe armonie sogliono, dopo molto oblio, risve- 
gliarsi specialmente nelle grandi calamità della 
vita, quando par che tutto ci si oscuri air intorno. 
Sgomentato a tal vista, lo spirito brama conforto 
da quelle idee che già gliene erano state così lar- 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 53 

ghe un tempo. Allo stesso modo sorride al pel- 
legrino P immagine del suo nativo soggiorno, ab- 
bandonato da lui per quei paesi lontani, già così 
belli alla fantasia, ma nei quali per sopraggiunti 
infortuni si senta poi come smarrito. 

E questo, a un dipresso, fu per un breve tratto 
di tempo il caso del Leopardi. I suoi mali fisici, 
già gravi da un pezzo, a un certo punto così lo 
strinsero, da fargli temere imminente la fine dei 
suoi giorni. In siffatta condizione parvegli che 
una mano misteriosa lo strappasse crudelmente 
ad un mondo tutto riso, e dal quale s' imprometteva 
una felicità eccedente i termini della stessa im- 
maginazione. L'angoscia era grande ; occorreva un 
aiuto, qualche cosa che lo reggesse in tanto stra- 
zio ; ed eccolo ritornare a quella religione sempre 
più negletta per lo innanzi, come più s'era ve- 
nuto affezionando alle memorie della vita pagana. 
Non mai così dolce la terra come allora che sem- 
brava dovesse fuggirgli dal guardo. Unica con- 
solazione quella fede che, di là dalla patria ter- 
rena, ne apriva agli occhi delP infelice un* altra 
incomparabilmente più bella. 

Da tale stato di animo nacque la cantica del- 
P Appressamento delta Morte, 1 come da disposizioni 
contrarie a queste era venuto fuori YInno a Net- 
tuno. Composti nel 1816, vicinissimi, in ogni caso, 
di tempo, i due lavori significano P avvicendarsi di 

1 Pubblicata con uno studio illustrativo dall' avv. ZAN- 
NINO Volta, Milano, Hoepli, 1880. 



54 CAPITOLO II. 



più forze opposte in quello spirito. L'uno era P inno 
a quel paganesimo che aveva incominciato a far- 
gli parere così poetica tutta la vita antica; l'al- 
tro, P inno alla fede in cui egli era nato, e che, 
come ho detto, ritornava a soccorrerlo in tanto 
affanno. E veramente il concetto dell'Appressa- 
mento è significato da una visione o piuttosto da 
una serie di visioni sovrannaturali, per cui il gio- 
vane poeta doveva considerar la morte come prin- 
cipio di quella gioia che sola è vera ed eterna. 
Né la forma generale del componimento, né 
le particolari immagini dantesche o petrarchesche 
ond' è pieno, hanno il valore di una vera rap- 
presentazione d' arte ; anzi ciò eh' era stato preso 
da quei nostri sommi, ci si riaffaccia qui come 
robusta pianta che, strappata alla verde selva na- 
tiva, inaridisca nel nuovo terreno, non ostante le 
molte cure dell' agricoltore. Non più che fantasmi 
erranti sono le personificazioni dell'Amore, dell'Ava- 
rizia, della Guerra, dell' Errore ec. ; fantasmi anche 
le turbe di anime umane su cui immaginava il poeta 
che le prime avessero impero. Perciò tutto ci passa 
davanti senza lasciar traccia di sé nel nostro spi- 
rito. Anche i concetti generali rimangono mere 
astrazioni, oscure persino nel loro significato; per- 
chè né divenuto sensibile per la rappresentazione, 
né definito esattamente dalla parola diretta. Così 
le idee morali, che per P autore certamente costi- 
tuivano il maggior pregio della concezione, ne sono 
invece la parte men buona e men dilettevole. Il 



STUDI GIOVANILI LETTERÀRI. 55 

meglio, invece, consiste in quelle sue, direi, con- 
fessioni, in quella specie di storia intima, sparsa 
e quasi perduta in mezzo alle così ampie e fre- 
quenti descrizioni di cose esterne. E della diffe- 
renza ci rendiamo benissimo ragione, dove si con- 
sideri che se il poeta foggiava le sue visioni su Dante 
(specialmente ritraendo dal Paradiso) e sul Petrarca 
(in particolar modo nella dipintura dei suoi fan- 
tasmi allegorici), non attingeva poi se non dal pro- 
prio cuore tutto ciò che gli occorresse a comporre 
quella storia. Dal cuore attingendo, egli ritraeva 
con tutta perspicuità la sua ardente brama di 
scienza, di poesia e di gloria, i presentimenti della 
morte vicina, l'aspirazione a Dio e le gioie della 
vita celeste : gioie che ora bramava effettivamente, 
ora, ritentato dagli affetti terreni, quasi sforza- 
vasi di bramare: spontaneità e violenza egual- 
mente vere e poetiche per se stesse e per il loro 
angoscioso contrasto. 

Così, pur non riuscendo ancora a dar vita ai 
concetti astratti ed ai maggiori fantasmi della sua 
mente, ritraeva con molta evidenza gli elementi 
storici e psicologici di tutta la concezione. Am- 
mirevole è già il suo linguaggio poetico. Dai greci 
e dai latini aveva imparato a conoscere, come dai 
padri i figli, i poeti italiani; ed ora anche le bellezze 
derivate da questi cominciano a pigliar sembianze 
veramente leopardiane. Dopo quella dei padri della 
nostra poesia, innegabile è su lui l'efficacia del 
Monti : cosa forse non avvertita da coloro che dissero 



56 CAPITOLO 11. 



avere il Leopardi, diversamente da altri pur sommi, 
incominciato senza imitare alcuno. Per me, invece, 
è certo che nella sua arte ei volle contemperare 
la classicità degli italiani antichi colla modernità 
del maggior nostro poeta che allora vivesse, il 
quale, fra le altre sue benemerenze, aveva per l'ap- 
punto ringiovanito la vecchia forma della visione. 
E già, spesso, il Leopardi gli si avvicina così da 
dimenticar per esso quel medesimo Petrarca, che, 
da lì a poco, doveva poter su lui più di tutti gli 
altri nostri. 

Consapevole ormai del suo valore, e con lo 
sguardo all'avvenire, il nostro giovane esclama: 

Son vate: i* salgo e 'nver lo ciel m'avvento, 
Ardo fremo desio sento la viva 
Fiamma d'Apollo e '1 sopruman talento. 

Grande fia che mi dica e che mi scriva 
Italia e '1 mondo, e non vedrò mia fama 
Tacer col corpo da la morta riva. 

Sento eh' ad alte imprese il cor mi chiama, 
A morir non son nato, eterno sono 
Che 'ndarno '1 core eternità non brama. 1 

Pure, mentre si levava a tanta altezza di speranze, 
ecco affacciarglisi allo sguardo l'idea della pros- 
sima sua fine. È un momento sublime, in cui si 
riassume tutto questo martirio. Il quale, consi- 
stendo negli affanni che induceva il pensiero della 
morte, riesce per noi d'indicibile effetto in un 



1 Cantica cit., V, 43-51. 



STUDI GIOVANILI LETTERARI. 57 

uomo, il cui nome stesso eravamo avvezzi a sen- 
tir suonare come aspirazione ed inno alla morte. 
Così, per lui, un primo e breve martirio è V idea 
della morte, abborrita allora; ma ben presto sarà 
un martirio, da non cessare se non colla vita, 
quello della morte sempre bramata. Fra tutti i 
lavori, più o meno originali, tentati o compiuti 
intorno a quel tempo, la Cantica è certamente la 
concezione più ampia e più ricca di elementi sto- 
rici ed estetici. Ciò è evidente a tutti ; ma non 
so se sia stato avvertito il fatto, ancor più im- 
portante, ch'essa è pure il primo e l'ultimo com- 
ponimento poetico che possa dirsi veramente cri- 
stiano, non essendo tali, come dimostrerò a suo 
luogo, né T Inno ai Patriarchi, né gli altri abbozzi 
dello stesso genere. In ogni modo, essa rimane 
T ultima concezione di arte, in cui il poeta ci si 
mostri dominato dal sentimento contrario a quelli 
che, come s' è visto, avevano cominciato ad averlo 
in balìa, e che da qui in poi non cederanno mai 
più il campo. Si mostreranno anzi accresciuti di 
tanta forza e bellezza, da dover noi vedere nei 
prossimi canti che li esprimono, il vero primo pe- 
riodo poetico pel nostro autore. La Cantica e qual- 
che altro più breve componimento (come Le Ri- 
membranze, di cui parlerò appresso) dividono e 
congiungono insieme questo periodo deir imita- 
zione o preparazione, o, se si voglia, della minore 
spontaneità, da quel primo, veramente originale, 
di cui ora passo a discorrere. Il principio della 



58 CAPITOLO li. — STUDI GIOVANILI LETTERARI. 

vera originalità può dirsi che corrisponda al tempo 
in cui comincia a mancare la fede religiosa. I sen- 
timenti cristiani poterono spesso riprender alquanto 
di forza dentro quel cuore, ma una così espressa 
e larga manifestazione nell'arte non ottennero 
più mai. 

L' ottennero bensì tutti gli afletti profani, quelli 
immediatamente suscitati da quanto è di più vivo 
e di più bello nella natura, nella storia e nell' arte. 
Quella giovane vita, così esuberante d' immagina- 
zione e di affetti, così disposta a reiterare in sé 
gl'illustri antichi esempi, civili e poetici, fa ora, 
come siam per vedere, una compiuta rivendica- 
zione dei suoi diritti. Ma se quella così nobile fa- 
miglia di affetti, prossimi a risplendere nella luce 
dell' arte, avrà a sentire il dominio di una potenza 
più forte, questa non sarà più la religione: sarà 
invece la potenza di un'idea affatto contraria, di 
un'idea universale, signoreggiante la storia e la 
vita, e che essi, pur così dominati, concorreranno 
mirabilmente ad illustrare. 



Capitolo IH. 

PRIMO PERIODO POETICO. 



I. 



Il Leopardi è autore di tanta verità e unità 
di pensiero, di coscienza e di opera, che nelle sue 
scritture, e persino in una sola di esse, possiamo 
veder come riflessi tutti i moti della mente e del- 
l' animo, e, direi, tutto Tesser suo. Al tempo in cui 
sono giunto col mio lavoro, abbiamo di quel fatto 
un esempio, insigne fra tutti, nelle sue lettere al 
Giordani. L'amicizia col famoso uomo ha un va- 
lore inestimabile nella storia di sua vita. Seque- 
strato dal mondo, chiuso in quella specie di pri- 
gione ch'era la sua casa medesima, ognor più 
ricco di nuove idee e più riboccante di affetto, 
senza aver fin allora conosciuto alcuno che gliene 
paresse interamente degno, bramoso di essere amato 
quanto egli medesimo potesse amare, è facile in- 
tendere la gioia onde fu preso pensando all'ac- 
quisto di una tanta amicizia. Provò diletti spiri- 
tuali ignoti a lui per 1' addietro ; vide il mondo 



60 CAPITOLO HI. 



più bello che mai; e credette se stesso più che 
mai capace di recare ad atto i grandi pensieri 
ond' era popolato il suo spirito. 

Pur colle cose scritte al Giordani nel 1817 
veniva a fare tale una rappresentazione di se stesso, 
che la più vera non avrebbe potuto anche con 
quella Storia di un'anima, ideata a lungo e in vari 
modi, ma in cui si proponeva sempre un simile 
fine. Piene d'idee prorompenti dal cuore, belle 
di una forma che n'era la più immediata mani- 
festazione, quelle son forse le lettere familiari più 
vere e più calde fra quante altre ne possediamo 
in tal genere, pur così abbondante in Italia. L'af- 
fetto al Giordani è così ardente che potrebbe dirsi 
il vero primo amore del Leopardi; l se non che il 
suo famoso primo amore non tardò a sopraggiun- 
gere. Come tutti sanno, nella fine dello stesso 1817, 
il nostro poeta conobbe, anzi ebbe ospite per qual- 
che giorno nella casa paterna, la sua parente 
Geltrude Cassi: di che in lui un nuovo ardore, 
una nuova idea a cui s'indirizzarono quel cuore 
e quella mente avvezzi ad andar sempre insieme, 
a voler sempre la stessa cosa. Veramente memora- 
bile nella storia leopardiana è queir anno per tanta 
ricchezza di affetti e per i primi saggi di un'arte 
che già cominciava a significarli immortalmente. 

Tali saggi sono le due Elegie. Dovendo più in 
là fare espresso discorso dell' amore nel Leopardi, 

1 Vedansi più particolarmente [Epist., I) le lettere 17, 
23, 27, 31, 38, 45. 



PRIMO PERIODO POETICO. 61 

toccherò qui di esse soltanto per ciò che ha mag- 
giore attinenza col mio presente proposito. Noto 
dunque la perfetta verità di sentimenti e di situa- 
zioni, a cui nulla toglie quell'evidente alterazione di 
qualche particolare storico, eh' è quasi immancabile 
nella poesia amorosa, dove il poeta è a ciò indotto, 
oltre che dal solito bisogno d' idealizzare la realtà, 
anche da ragioni del tutto personali. Qui dunque, 
nonostante le inesattezze di fatto, onde ragionerò 
poi, la verità degli affetti è sempre intera e sem- 
pre poetica. Così, le parole: « Se quest' è amor, 
com'ei travaglia », che potremmo credere sotti- 
gliezza o artificio, sono proprio quelle medesime 
che l'autore scriveva solo per sé nel suo Diario: 
« Se questo è amore, che io non so.... a. 1 Inoltre, 
esagerato, se pure non del tutto immaginario, 
dove si tenga conto del suo insuperabile amore 
allo studio, parrebbe quell'altro accenno: 

Né gli occhi ai noti studi io rivolgea, 
E quelli m' apparian vani per cui 
Vano ogni altro desir creduto avea. 

Eppure, la cosa era andata proprio a quel modo; 
perchè, con allusione allo stesso fatto, egli scri- 



1 Prendo queste parole dalle citazioni che di esso diario 
ha fatte il Chiarini nel suo articolo : V amore nel Leopardi. 
Roma, Soc. D. Alighieri, 1898, p. 7.— Intorno poi al tempo e 
alla composizione delle Elegie, si legga ciò che ne hanno 
detto il Chiarini stesso neir articolo citato e neir altro: 
Il primo amore e le Elegie di G. L. Roma, Soc. D. A., 1900, e 
il Mestica nel suo capitolo : Gli amori di G. L., in Studi 
leopardiani, p. 55 e segg. 



62 CAPITOLO HI. 




veva al Giordani : «M'è accaduto per la prima 
volta in mia vita di essere alcuni giorni, per ca- 
gione non del corpo ma deir animo, incapace e 
non curante degli studi in questa mia solitudine a. 1 
Fra tanta evidenza di particolari (il vegliare nelle 
tenebre, lo scalpitar dei cavalli sotto il patrio 
ostello, le voci plebee che percuotono il dubbioso 
orecchio, il cuore che ingannato si muove a pal- 
pitare, la voce di lei che finalmente si fa sentire, 
il rumor delle ruote, il rannicchiarsi nel letto ec.) 
è ben notevole che solo manchi ogni espressa de- 
scrizione della donna per cui gli si scatenò sul 
capo sì gran tempesta. La dipintura consiste quasi 
tutta negli effetti che la Cassi fece su lui; effetti 
così forti che siam quasi costretti a figurarci di 
per noi* medesimi una maravigliosa bellezza fem- 
minea, la quale, per quanto incerta e perplessa 
nelle sue forme particolari, ci sorrida, come sole 
fra i nembi, per entro gli affanni del giovane in- 
namorato. 

In quest' Elegia abbiamo un insigne esempio 
di quella poesia personale che, sempre più scarsa 
in Italia negli ultimi tempi, era venuta risorgendo 
per opera dei nostri scrittori più moderni, del Fo- 
scolo segnatamente. Nessun' altra poesia fu né sarà 
mai tanto eflicace sul cuore, né tanto duratura 



1 La lettera è del 22 dicembre 1817 (EpisL, I, 115), po- 
steriore cioè di soli 8 giorni alla partenza della Gassi da Ile- 
canati ; e questo è anche il tempo (14-23 dicembre) in cui il 
Leopardi scrisse il diario citato. 



PRIMO PERIODO POETICO. 63 

nella storia. Per il sentimento personale 1' arte ri- 
ceve quanto più di verità è dato all' uomo d' in- 
fonderle; e per esso, più felicemente che in qual- 
siasi altro modo, V astratto diviene concreto, e 
l'universale s'immedesima nel particolare. 1 

Molto inferiore di pregio è la seconda Elegia: 
« Dove son? dove fui? che m'addolora? » Dovette 
accorgersene il poeta stesso quando, colla severità 
onde soleva giudicar delle cose proprie, ne con- 
servò soltanto quel luogo dov'è espresso un sen- 
timento del tutto nuovo, 2 cioè il suo sublime ri- 
volgersi alla tempesta : <sc Or prorompi, o procella ; 
or fate prova di sommergermi, o nembi ». E col 
chiamar « care » le nubi e « crudo » il sole, e con 
altri accenti simili, par che preluda alla significa- 
zione di certi moti interni che fra non molto ri- 
trarrà con tutta pienezza per bocca di Saffo. La 
natura, pur nella sua collera, incominciava a pa- 
rergli bella, come già gli era parsa nel riso. Da 
qui innanzi la vagheggerà sempre in tutti gli 
aspetti ; e forse allora più l' amerà, quando più si 
era immaginato di averla in odio. La rappresenterà 
indivisibilmente congiunta alla sua coscienza, e 
sempre per entro gli splendori di un'arte eterna. 



1 Qui mi piace di ricordare le belle osservazioni che buI- 
T efficacia e sulle vicende della poesia personale ha fatte Ga- 
STON Paris nel suo libro : Frangois Villon. Paris, Hachette 
et C. ie , 1901, p. 149 e segg. 

2 È il luogo che corrisponde al frammento allogato con 
leggiere modificazioni fra i Canti sotto il numero XXXVII: 
« Io qui vagando al limitare intorno ». 



64 CAPITOLO III. 



IL 



La prima parola poetica del Leopardi fu dun- 
que la Morte; la seconda l'Amore; e, da qui in- 
nanzi, Amore e Morte, nei suoi versi e nelle sue 
prose, non cesseranno mai di tenere il campo, or 
divisi or congiunti, ma sempre per entro imma- 
gini conformi ai successivi svolgimenti del suo 
pensiero. Potrebbero dirsi due astri che non tra- 
montano mai durante quella breve ed incerta gior- 
nata che fu la sua vita. Ma, intanto, si noti an- 
che una volta il trionfo dell'Amore sul sentimento 
ascetico che, a un certo punto, sembrava di aver 
conquistato quello spirito così gagliardo e anelante 
a cose grandi. 

E trionfano nel tempo stesso quegli altri af- 
fetti generosi ch'erano anche parsi venir meno 
dinanzi al terribile Appressamento : e tra essi, no- 
tevolissimo, l'amore della patria. Ho detto poco 
avanti come nel nostro poeta l'ammirazione verso 
l'arte classica si andasse rapidamente allargando 
a tutte le altre parti della vita antica, e in ispecie 
a quel sentimento patrio così famoso nel mondo. 
Or tale ammirazione, già grande in lui per l' ad- 
dietro, è facile intendere qual diventasse quando, 
ripreso con nuovi e più profondi intendimenti lo 
studio di Virgilio, di Cicerone e degli altri latini, 
s' immerse tutto in quella gloriosa classicità di 
pensiero e di affetti. Lo stesso gli avvenne anche 



PRIMO PERIODO POETICO. 65 



allora, passando dalla bassa grecità a Mosco e ad 
Omero. Ma sopra tutto è da osservare come ne- 
gli antichi scrittori in generale, e specialmente nei 
latini, egli sentisse un patriottismo non meno raro 
della loro arte; e giungesse ad amare e glorifi- 
care le loro patrie, com' essi medesimi le avevano 
amate e glorificate. 

Potrebbe dunque dirsi il Leopardi essere stato 
patriota greco e romano ancor prima che ita- 
liano; o, piuttosto, che le due patrie antiche gli 
avessero colla loro grandezza ispirato eguale amore 
per r Italia, figlia di Roma e figlia, per certi ri- 
spetti, anche della Grecia. Gli accadeva in cote- 
st' ordine di sentimenti qualcosa di simile a ciò 
che, come poco avanti notai, era a lui stesso in- 
tervenuto in fatto di arte e letteratura. Grecia e 
Roma lo accesero per Y Italia moderna di un ar- 
dore pari a quello che i loro figli avevano avuto per 
esse medesime; di una brama di spendere tutto 
se stesso, di morire per Y alma terra nativa, d' im- 
mortalarsi così morendo. Certo, persino in quella 
prigione remota dal mondo, che, come dissi, era la 
sua casa, non potevano non essere penetrate notizie 
e voci delle aspirazioni patriotiche contemporanee; 
ma queste allora soltanto giunsero a conquistar 
tutto il suo spirito e a suggerirgli parole immortali, 
quando già in esso era pieno il sentimento deir an- 
tico. E, anche non prima di tale pienezza, le idee 
reazionarie e cattoliche cominciarono a cedere il 
campo a quelle del nuovo liberalismo ; di che pos- 

ZUMBINI. 5 



66 CAPITOLO IH. 



siamo avere certezza intera paragonando i concetti 
politici dei due primi canti a quelli deir Orazione 
per la liberazione del Piceno. 1 Autorevoli critici 
hanno già notato le somiglianze e le dissomiglianze 
che, rispetto al sentimento politico, corrono tra le 
due poesie e P Orazione anteriore di due anni ; e 
come quel sentimento, se nelle prime e nella se- 
conda è per alcuni lati lo stesso, nelle sole prime 
però si avvicini maggiormente alle aspirazioni li- 
berali dei contemporanei. 

Ma è bene si metta in maggiore evidenza qual- 
che altra cosa che forse importa assai più, voglio 
dire la mutala opinione del Leopardi circa P amor 
patrio degli antichi. Dopo uno sfogo di contume- 
lie ai Francesi, a Napoleone e a Murat, egli sog- 
giunse: « Divisa in piccoli regni, P Italia offre lo 
spettacolo vario e lusinghiero di numerose capi- 
tali animate da corti floride e brillanti, che ren- 
dono il nostro suolo sì bello agli occhi dello stra- 
niero. Questa specie di grandezza può consolarci 
di quella che noi perdemmo. Sì, noi fummo grandi 
una volta : noi rigettammo que' Galli.... Dalle co- 
lonne di Ercole sino al Caucaso noi stendemmo 
la gloria del nostro nome e il terrore delle nostre 
armi. Tutto si sottomise al nostro impero, tutto 
cede al nostro valore, e noi fummo i signori del 
mondo. Fummo per questo felici? Le discordie ci- 
vili, le guerre, le vittorie stesse non ci lasciavano 

1 Agl'Italiani, Oraziane di G. L. in occasione della libe- 
razione del Piceno ntl maggio 1815, in Opere ined., II, 1 e segg. 



PRIMO PERIODO POETICO. 67 

un' ora di quella pace, che tutto il mondo sospira. 
Il tempio di Giano sempre aperto, vomitava di- 
sordini e sventure. Padroni del mondo, noi non 
lo eravamo di noi stessi. Ci convenne conquistare 
la sede delle scienze, per apprendere a regolare 
le nostre passioni a. 1 

E qui una nuova tirata contro le nequizie e 
crudeltà dei nostri padri verso tutti i popoli del 
mondo, per venire alla conclusione : « Ci basti. 
Ebbimo ancor noi il nome di tiranni, fummo an- 
cor noi tinti di sangue. La nostra grandezza, la 
nostra felicità deve dunque consistere in fare de- 
gli infelici? Italiani! rinunziamo al brillante ed 
appigliamoci al solido ». 2 Come s' intende facil- 
mente, qui la potenza di Roma è giudicata con 
criteri non molto diversi da quelli onde la giu- 
dicarono tanti scrittori cristiani. Per quanto glo- 
riosa e senza pari al mondo, essa, fondandosi 
su ir oppressione, contradiceva alle più sante leggi 
dell'umanità. Infelici i popoli vinti, non era per- 
ciò più felice il vincitore. La potenza e la gloria 
dunque sono da posporsi alla giustizia e alla pace ; 
e di estremo danno alla patria riuscirebbe oggi il 
seguire gli esempi degli avi. Or quali sentenze 
più contrarie di queste alla stessa idea suprema 
onde il poeta, da lì a poco, informava le due prime 
canzoni, eccitando gl'Italiani contemporanei a ri- 
farsi grandi su quegli esempi? 

1 Op. ined., II, 12-13. 
« Ibid., 13. 



68 CAPITOLO III. 



I criteri morali, il sentimento cristiano e i 
concetti trasfusi in lui dalla educazione e dai primi 
studi perdevano ogni giorno più della loro forza 
sul suo spirito; 1 ond' egli, a breve andare, non 
guardò più il mondo antico cogli occhi dei Padri 
e del Bossuet. Lasciò il sovrannaturale per le eterne 
leggi della storia, che gli parvero più certe e più 
poetiche insieme. E poiché il nostro risorgimento 
avea avuto origine dalla restaurazione della civiltà 
latina, così, dopo l'ultima nostra decadenza, non 
potevamo altrimenti rialzarci che guardando an- 
cora a ciò che eravamo stati. Era questa una con- 
seguenza della sua ammirazione alla storia antica, 
cioè del suo classicismo, che, tenuta ragione dei 
tempi, produsse in lui sentimenti non molto di- 
versi da quelli prodotti su i nostri autori del ri- 
nascimento. Si badi a questo punto di suprema 
importanza: anche il suo patriottismo, dunque, 
ebbe la prima radice in quella trasformazione di 
coscienza o conversione al paganesimo, che mi 
parve la vera e propria ragione di tanti altri egregi 
effetti. Il suo amor patrio trasse ispirazioni e norme 

1 Fra i molti luoghi del Leopardi, che dimostrano in lui 
ben presto mutati, nel senso che ho detto di sopra, il con- 
cetto e il sentimento della patria, leggasi ciò eh' egli scrisse 
nei Pensieri, I, 257-58 (4 luglio 1820). Parrebbe, anzi, che, 
discorrendo quivi degli « spiriti piccoli » per i quali « non è 
fatto T amore della nazione », alludesse direttamente a Mo- 
naldo; il quale, pieno dell' amor cristiano e universale e di 
quello ristretto alla nativa Recanati, ignorava o piuttosto di- 
sprezzava il solo grande e vero amor patrio : quello appunto, 
di cui Giacomo incominciò sin d'allora ad ammirare, e am- 
mirò poi sempre, i più alti esempi dell'antichità classica. 



PRIMO PERIODO POETICO. 69 



dalle stesse fonti; e, come non di rado quello de- 
gli umanisti, giunse quasi a confondere la patria 
moderna coir antica. Talvolta fu in essi perfino 
maggiore lo studio e più vivo Y affetto del passato 
che del presente, e, se larga e salda la notizia 
dell'uno, incompiuta o incerta ancora quella del 
secondo. 



III. 



Tale, a un dipresso, la condizione morale del 
Leopardi al tempo delle due prime canzoni. 1 Quasi 
ci sarebbe difficile il dire se il suo sentimento 
sulla recentissima storia d'Italia fosse più conforme 
a quello che dettò l'Orazione, ovvero a quell'al- 
tro del nuovo liberalismo. Parrebbe ch'egli non 
avesse cercato di proposito quali fossero le nuove 



1 Non dirò nulla delle tracce che di esse si conservano 
tra i Manoscritti napoletani ancora inediti, avendone già par- 
lato il CARDUCCI (Le tre canzoni patriotiche di G. L., in Degli 
spiriti e delle forme nella poesia di G. L. Bologna, Zani- 
chelli, 1898). E non sarebbe neanche opportuno che in questi 
miei brevi cenni io facessi particolar discorso di quanto sul va- 
lore storico ed estetico della canzone All'Italia, è stato detto 
dallo stesso Carducci nel suo citato lavoro, dal De Sanctis 
{La prima canzone di G. L., in Nuova Antologia, agosto 1869, 
ristampata nelle successive edizioni dei Nuovi saggi critici, 
Napoli, Morano, 1872 e 1879), dal Cesareo {L'Italia nel canto 
di G. L. e ne* canti de* poeti anteriori, in N. Antol., 1° ago- 
sto 1899), dallo SCHERILLO (I Canti di G. L. illustrati per 
le persone colte e per le scuole ec. Milano, Hoepli, 1900, p. 221 
e segg.) e da quanti altri avessero scritto di proposito sullo 
stesso argomento. Il meglio che a me resti a fare e che, credo, 
possa meno dispiacere ai lettori, si è di dire con tutta brevità 
la mia qualsiasi opinione. 



70 CAPITOLO III. 



speranze nazionali, persuaso com'era, che tutto il 
danno procedesse dall'oblio degli esempi antichi, 
e che solo dal rinnovato culto di questi potesse 
tornar la salute. Con tale certezza, e impedito in- 
sieme da altre difficoltà, quanta parte di se stesso 
poteva concedere all' interpretazione della vita 
contemporanea ? Certo non si può negare 1' effica- 
cia esercitata su lui dalle nuove idee; ma è pure 
evidente che il nuovo, quale e quanto si fosse e 
donde che venisse, si rimaneva in lui ancor vago, 
incerto e sempre soggetto air antico. L'antico era 
dentro quella mente come fiamma che, ad ogni 
nuova materia che le si appressi, tutto converta 
nella sua unica e splendida forma. 

Da ciò le qualità più proprie di questa prima 
poesia leopardiana. Nulla di men rettorico, nulla 
anzi di più sincero, e persino di più storico che 
quel forte sentimento patrio. Rettorico non è mai 
ciò che corrisponde ad un verissimo sentimento 
personale, per quanto questo possa parere ed an- 
che essere eccessivo o disforme dalla realtà delle 
cose. In tale corrispondenza e' è sempre quanto ba- 
sta ai fini e alle esigenze dell'arte; sicché, dove gli 
effetti ottenuti fossero scarsi, la cagione, in tal 
caso, sarebbe da cercarsi non più nelle qualità 
dei sentimenti, bensì nell' ingegno stesso del poeta. 
Or non è certo questo il caso presente, perchè 
l' ingegno e V ispirazione abbondavano nel Leo- 
pardi; e quanto a rettorica, non è a parlarne 
presso lui più che in proposito di altri sommi ita- 



PRIMO PERIODO POETICO. 71 

liani e del Petrarca stesso, i quali, con rocchio 
fìsso alle geste dei nostri avi, anelavano ad opere 
di pari grandezza. L'immenso intervallo fra quel 
passato e il presente, fra la storia e il sogno di 
rinnovarla in tutto o in parte, nulla toglieva alle 
loro speranze e a quel loro amore che, almeno 
esso solo, poteva dirsi grande come le cose antiche. 
Certo siffatto amore è stato sempre essenziale 
alla vita moderna italiana, che da quello trasse 
tanta parte della sua origine e tante altre cose 
belle che son tutte sue: da ciò la frequenza e la 
spontaneità dei gloriosi ricordi storici e poetici 
anche nei nostri autori men ricchi di classicismo. 1 
L'amore del Leopardi però si distingue non pure 
dal costoro amore, ma anche da quello che scaldò 
il petto degli stessi nostri maggiori classicisti, 



1 Bicordo fra questi il Rossetti, e cito appunto quella 
reminiscenza storica di una sua famosa poesia, eh 1 è la pre- 
cipua sostanza della stessa prima canzone leopardiana (La 
Costituzione in Napoli, XIII, in Poesie di G. 22., ordinate da 
G. Carducci. Firenze, Barbèra, 1879, p. 114): 

Fia trionfo la morte per noi, 
Fia ruggito l'estremo sospiro: 
Le migliaia di Persia fuggirò, 
I trecento di Sparta restar! 

E restaron coi brandi ne' pugni 
Sopra mucchi di corpi svenati, 
E que' pugni, quantunque gelati, 
Bassemoravan disposti a ferir. 

Anche da questi pochi versi intendiamo la differenza 
d'impeti e di accenti destati in due generosi cuori italiani da 
un medesimo amore ; e quanta in ispecie ne corra tra questa 
rappresentazione rossettiana e quella dove « la virtù greca 
e T ira » risplende d' immagini pur greche ed omeriche in 
particolare. 



72 CAPITOLO III. 



quali, ad esempio, il Monti e il Foscolo; e chi di 
tali differenze cercasse le cagioni e gli effetti, fa- 
rebbe cosa molto utile alla storia della poesia na- 
zionale. Qui ricorderò solo ciò che tentai di mo- 
strare in altre parti del mio lavoro, essere cioè 
quella calda ammirazione, e, direi, quella passione 
della vita antica, cominciata in lui dalla poesia. 
Or anche nelle presenti canzoni vediamo la sto- 
ria sempre attraverso la poesia : gli eroi delle Ter- 
mopile per entro la stessa visione che n' ebbe Si- 
monide; quel valore e quella morte, per entro il 
suo stesso canto. 

La storia antica è un regno di beatitudine che 
il Leopardi non sa mai godere appieno se non 
quando accompagnato da quella Beatrice che prima 
glielo fece conoscere. Ogni grandezza del passato 
allora gli si apre tutta allo sguardo, quando l'arte, 
quasi dall'alto, la rischiara della sua luce. La poe- 
sia aggiunge grandezza ad una storia, pur così 
grande in se stessa. Con Callimaco il nostro autore 
aveva ammirato tante favole e tradizioni della vita 
greca ; con Simonide ora ammira il sentimento pa- 
trio ; e la doppia ammirazione è significata neir Inno 
a Nettuno e nella Canzone all' Italia, che, del re- 
sto, è piuttosto la canzone della Grecia. Ma Gre- 
cia e Italia, vagheggiate da qualche tempo innanzi 
come sorelle nella poesia, egli vagheggia qui come 
sorelle in tutte le parti della loro storia: egual- 
mente grandi e gloriose nelle età antiche, egual- 
mente misere nella moderna, 



PRIMO PERIODO POETICO. 73 

E poi T ammirazione dell'eroismo greco per 
entro la poesia greca nella prima canzone, non 
manca nemmeno di una certa corrispondenza con 
ciò che il poeta fa nella canzone seguente, guar- 
dando le più recenti sventure italiane alla luce 
che piove dal padre della poesia nostra. Se quel- 
l'eroismo sfortunato ci appar più sublime che mai 
ritratto da Simonide, anche più che mai tragica 
ci riesce la morte degl' Italiani in Russia, ora che 
il Leopardi la viene come scolpendo sul piedistallo 
della statua dantesca. Scolpendola a quel modo, 
egli eccita insieme il nostro gran padre a riac- 
cendersi dell'antico sdegno; si direbbe, anzi, ch'ei 
tenti d' interpretarne il pensiero anche per i tempi 
presenti, d' indurlo a parlare anche per i nipoti, 
a difendere ancor una volta la patria comune. 

Ma soprattutto egli brama di continuarne l'al- 
tissimo canto; brama che il Tevere, il Po e l'Arno 
parlino a lui, poeta del secolo XIX, come avevano 
parlato ai nostri sommi poeti antichi. E veramente 
egli riesce a ritrarre, in maniera degna di tanta 
tradizione, ciò che nella coscienza degli Italiani 
durava da secoli, ed era, com'è e sarà sempre, 
tutto proprio della nostra vita nazionale. Era anzi 
più particolarmente proprio di quel glorioso pe- 
riodo della nostra letteratura, che, incominciando 
verso la metà del secolo XVIII, giunse al suo 
massimo splendore col Manzoni e col Leopardi. In 
tale periodo più frequenti che mai queir arden- 
tissimo affetto ai padri della poesia italiana, quel 



74 CAPITOLO HI. 



collegare alle loro memorie le brame e le speranze 
presenti, queir invocarli auspici dei nuovi destini, 
appunto perchè erano stati tanta parte della nostra 
grandezza passata. Si ebbero per essi culto e pre- 
ghiere non molto dissimili da quelle che suggerisce 
il sentimento religioso. Pieni di questa nuova re- 
ligione sono tutti i nostri sommi settecentisti, in 
ispecie l'Alfieri ; e, così diversi fra loro per tanti 
rispetti, par che in quella trovino ciò che li fa 
di un sol pensiero e di un sol cuore. Eppure tra 
tante calde preghiere a quei padri antichi, tra 
tante invocazioni <t dei figli dolorosi », forse non ce 
n'è una che, per l'amore e per l'affanno, pareggi 
queste del giovine Leopardi al maggiore di essi. 



IV. 



Ma non si può dire lo stesso dei nuovi moti 
che al sentimento patrio di ogni tempo era venuta 
aggiungendo Y età che fu sua : intendo dei parti- 
colari dolori e delle particolari speranze che tra- 
vagliavano le presenti generazioni italiane. A com- 
prendere pur queste, il nostro poeta non era ancor 
maturo; e gli sarebbe occorsa maggior conoscenza 
di uomini e di cose, maggior partecipazione alla 
vita pratica, che le sue condizioni personali e 
domestiche non gli consentivano. Certo non è 
neanche escluso che, come accennai poco prima, 
di quelle speranze e di quei dolori egli potesse 



PRIMO PERIODO POSTICO. 75 



conoscere o indovinare- più che non si paia dalle 
sue canzoni, impedito, com'era, di manifestar tutto 
il suo pensiero dalla doppia tirannia domestica ed 
estranea che lo accorava. 1 Ma quale e quanto si 
fosse il costringimento del pensiero, riman sem- 
pre fermo che l'amor patrio alla maniera clas- 
sica, così come ora prevale nelle due canzoni, 
sarebbe prevalso in qualsiasi altra più libera e 
compiuta manifestazione del cuore. 

A ogni modo, questa è poesia storica di molto 
valore, e il meglio di essa consiste nella dipintura 
di cose belle e grandi in tutti i tempi, e segna- 
tamente del volontario olocausto che l'uomo può 
far di se stesso al bene della patria. E già anche 
quelle dipinture riavvicinano per qualche lato il 
giovane recanatese al cantore di Ugo Bassville. 

Il De Sanctis (mi sia permesso quest' unico ac- 
cenno ai critici che mi hanno preceduto) ha ra- 
gione contro altri interpreti del nostro poeta, soste- 
nendo che alcune forme della prima canzone « ci 
rivelano quale impressione dovè fare sull'animo 
del giovane Leopardi la fresca lettura delle poe- 
sie di Vincenzo Monti ». 2 Se non che, per ren- 
dermi conto di tale sentenza, dovrei credere che 
il mio maestro avesse piuttosto badato al men 



1 Mi restringo, in questo proposito, a citare la sua lettera 
del 21 aprile 1820 al Brighenti (Èpist., I, 266), dove si accenna 
alle cautele dovute serbare ; cautele non dissimili da quelle 
a cui, come vedremo appresso, fu costretto a ricorrere in al- 
tre occasioni. 

* Saggio cit., in Nuovi saggi critici, seconda ediz., p. 118. 



76 CAPITOLO IH. 



buono del Monti e al men buono della canzone 
del Leopardi che non ai sommi pregi del primo, 
efficacissimi anch' essi suir animo del secondo. Nes- 
suno forse dei nostri moderni (come ebbi a no- 
tare in un altro mio lavoro) l accolse nelle sue 
concezioni tanta storia quanta il Monti, che così 
ridiede all'arte quella preziosa materia viva, dalla 
quale un tempo 1' eran venuti i suoi caratteri 
più insigni. Anche qui dunque il Leopardi sentì 
la squisitézza dell' arte montiana, eh' egli fece 
sua, scaldando però tutto con quel cuore onde 
partecipava non meno intensamente alla trage- 
dia delle Termopile che a quella degli Italiani in 
Russia. 

Un esempio più determinato dell'efficacia del 
Monti l'abbiamo in quel Simonide che <r sul colle 
d'Antela.... salia, Guardando l'etra e la marina e 
il suolo », simile al Bardo della Selva nera, che 
« Sopra una vetta, che d'Albecco e d' Ulma Signo- 
reggia la valle.... Salia tutto raccolto ».... Inoltre, 
nella canzone si dice : « Parea eh' a danza e non 
a morte andasse Ciascun de' vostri, o a splendido 
convito » ; e ciò corrisponde a quel concetto del 
Bardo : <r Venian siccome a nuzi'al carola » ; e la 
pugna essere stata per essi « un breve affanno, 
Anzi un tripudio; che i perigli sono La danza 
degli eroi ». Poi, gli eroi del vate greco, cioè del 



1 Sulle poesie di Vincenzo Monti, terza ediz. Firenze, 
Succ. Le Mounier, 1894, p. 277. 



PRIMO PERIODO POSTICO. 77 

Leopardi, sono appunto quelli a cui il Monti, per 
bocca di Ullino, paragona gli eroi da lui cantati: 

Oh illustre pugna! oh splendide 

Ferite generose, 

Alle ferite simili 

Che le Laconie spose 

Baciar sul largo petto 

Dei trecento allo stretto ! 

Né il primo col dire: 

e qua mostrando 
Verran le madri ai parvoli le belle 
Orme del vostro sangue; 

fa augurio diverso da quello che aveva fatto l'altro : 

Valle d'Albecco, i tremoli 
Vegliardi un dì col dito 
T'insegneranno; e il postero 
Di santo orror colpito 
Ricercherà la fossa, 
Che degli eroi tien Tossa. 

C'è, insomma, tra i due esempi poetici una somi- 
glianza di sentimenti, d' immagini e ancor più di 
situazioni drammatiche, che non può sfuggire ad 
alcuno. 1 Ma su ciò non insisto, parendomi evidente 
P efficacia della poesia montiana di soggetto na- 
zionale e storico su queste prime ispirazioni leo- 
pardesche della slessa natura. 



1 Della somiglianza tra rullino del Monti e il Simonide 
leopardiano già toccai nel citato mio libro, pp. 279*80. 



78 CAPITOLO HI. 



Con le prime canzoni il Leopardi si colloca fra 
il Monti e gli altri nostri che, intorno allo stesso 
tempo e alquanto dopo, cantarono di cose patrie; 
e, continuando per più rispetti quello e precor- 
rendo questi, congiunge e distingue insieme i due 
periodi. Fervidissimo era stato nel Monti il sen- 
timento italiano che, come anche dissi altrove, 
pur fra tanti mutamenti d'animo e arrendevolezze 
ai potenti, prorompe invitto dalle sue liriche mi- 
gliori e dai suoi poemi napoleonici. Ma negli ul- 
timi suoi anni, durante quella gran miseria di 
tempi,' egli, il poeta dei « sublimi scotimenti » 
francesi e delle battaglie che mutavano faccia al 
mondo, inneggiava alla pace, con cuore oh quanto 
diverso dalP antico! 

Vero è che su questo punto egli si confor- 
mava alle idee partecipate allora dai più, e so- 
vente espresse in versi e in prosa anche da scrit- 
tori non privi di pregio. Ne allegherò alcuni esempi, 
prendendoli da quel medesimo Spettatore di Mi- 
lano, 1 dove fu pubblicato il suo Ritorno d'Astrea. 
In un' ode pel natalizio dell' imperatore France- 
sco I, Davide Bertolotti 2 esclamava : 

inclita Pace, 
Odi l'inno giocondo, 
Sacro al Signor, per cui reddisti al mondo. 

Anche G. D. Cervelli, in un Carme alla Pace, 3 de- 



1 Anno 1816. 

* T. V, parte ita!., p. 131. 3 Ibid., 159. 



PRIMO PERIODO POETICO. 79 

scritti gli orrori della guerra, usciva in questi 
accenti : 

Sinché l'alta pietà dei santi numi, 
Degli uomini la stirpe a far men rea, 
E i prischi a ridonar mondi costumi, 
A noi ti rese e tu scendesti, o Dea. 

Un poemetto intitolato addirittura La Pace scrisse 
in Udine, il 1816, Francesco Deciani. Come si vede 
dai luoghi che ne riporta lo Spettatore, 1 il poeta, 
biasimando quelli che dalla guerra s' impromette- 
vano felicità e grandezza, mostravasi pieno di fede 
neir imperatore che avrebbe saputo conservare al- 
l'Italia la felicità nuova. Infine, F. Cocchi, nella sua 
ode : Pel solenne ingresso di Francesco 1 V d'Este ec. 
nei suoi stati, 2 mesce, ai rallegramenti per la pace, 
qualche ricordanza amara : 

Troppo, ahi ! troppo fu inteso aonio plettro 
Accordarsi dell'armi al suon temuto. 

Se quella non era un'allusione particolare al Monti, 
certo non poteva però non far pensare a lui, che, 
del resto, più che da qualsiasi elogio o biasimo 
di altri, era sempre messo in vista dalla propria 
grandezza. E anche fuori della poesia echeggiava 
T inno alla Divinità novella. Così, in una sua Pro- 
lusione agli studii dell' i. r. Università di Padova 
detta nella grand' aula dal sig. cav. Mabil ec. il 



1 T. VI, parte ital., p. 63 e segg. 
» T. VII, parte ital., p. 197 e segg. 



80 CAPITOLO III. 



giorno 7 dicembre 1815 l Foratore incominciava: 
« Vedo l'arbore santo della Pace ». 

Ora è facile accorgersi che, pure in cotesto 
ordine di sentimenti, spesso suggeriti dalle nuove 
condizioni politiche, il Monti, come sempre, si 
levava su tutti. Ei ne fece la più notevole dipin- 
tura nel suo citato Ritorno d'Astrea* dove Marte, 
disarmato, s'inchina alla Dea della giustizia, e 
questa, vedendo sopraggiungere la Pace prece- 
duta dalle Muse, dalle Arti e dalle altre divinità, 

esclama: 

La verace 
Vita del mondo ed amor mio, la Pace ! 
Vieni, vieni, supremo 
De' viventi desio, dolce sorella. 8 

Tutti poi, compreso il Dio della guerra, salutano 
la nuova Eroina, per cui una migliore età suc- 
cede a quella così fiera, terminata da poco; e 
l'Italia, specialmente col ritorno d'Augusto, deve 
ciò che ancor le avanza di vita e grandezza alla 
gloriosa Divinità vincitrice dello stesso Marte. 4 

V. 

Or, con manifesta allusione, non certo alle 
parole del Monti in particolare, ma a siffatto 

1 T. V, parte ital., p. 166. 

8 Ibid., 53 e segg. — Azione drammatica eseguitasi nel 
G. R. Teatro della Scala in Milano, la sera del 6 gen- 
naio MDGCCXVI, alla presenza delle LL. MM. II. RK. l'Im- 
peratore e Re, l'Imperatrice e Regina. 

3 Ibid., scena VI. * Ibid., ultimi versi. 



PRIMO PERIODO POETICO. 81 

ordine di sentimenti, il Leopardi cominciava la 
seconda canzone: 

Perchè le nostre genti 

Pace sotto le bianche ali raccolga, 

Non fien da' lacci sciolte 

Dell' antico sopor V itale menti 

S'ai patrii esempi della prisca etade 

Questa terra fatai non si rivolga. 

Per quanto sospirata e dolce, quella pace non ba- 
stava alla salute della patria; occorreva invece 
che questa si rivolgesse ai medesimi esempi de- 
gli avi, onde un tempo Fera venuta tanta gran- 
dezza. Così, contradicendo all'opinione di quanti 
aderivano ai nuovi governi della restaurazione, il 
nostro poeta ripigliava le antiche e più nobili ispi- 
razioni del Monti stesso. Ne ripigliava quegli ar- 
dori guerreschi e quei concetti essenzialmente 
ghibellini, onde il vecchio poeta, in tempi mi- 
gliori, aveva inneggiato alle antiche memorie e 
alle nuove speranze. 

Così facendo, ritraeva insieme nel suo canto, 
con più o meno di consapevolezza, qualche cosa 
dei tempi più recenti, cioè di quelle nuove e più 
determinate brame che si andavano accendendo 
nei petti italiani. E già le due canzoni precedono 
di soli due anni i più bei canti del Rossetti, e, 
senza tener conto del frammento // Proclama di 
Rimini, di appena tre, Y ode Marzo 1821 dello 
stesso Manzoni, ch'erano gli uni e l'altra il sa- 
luto ad un nuovo e insperato risorgimento. Oh 

Zumbixi. 6 



82 CAPITOLO IH. 



come scarso, e quasi soffocato dal dolore, era sorto 
il grido della gioia in tutta la nostra poesia na- 
zionale, da Dante e dal Petrarca fino agli ultimi 
tempi! Quel grido risorgeva nel Rossetti; ed è 
notevole come, nella stessa esultanza della nuova 
libertà, si maledicesse a quella che pur tale era 
sembrata non molto prima: 

Una larva col santo tuo nome 
Qui sen venne con alta promessa; 
Noi, credendo che fossi tu stessa, 
Adorammo la larva di te. 

Ma, nel mentre fra gl'inni usurpati 
Sfavillava di luce fallace, 
Ella sparve qual sogno fugace, 
Le catene lasciandoci al pie. 

È quella stessa libertà di cui il Leopardi, così di- 
verso per tanti rispetti dal vate abruzzese, avea 
poco avanti ricordato la 

.... nefanda 
Voce .... che ne schernia 
Tra il suon delle catene e de' flagelli. 

Odiati erano i Francesi dagli amici degli or- 
dini antichi, ma non meno da quanti se n'eran 
impromessa invano una nuova resurrezione della 
patria. Pure all'odio, sentito da molti anche più 
intenso verso i Tedeschi, oppressori più recenti, 
prevaleva in quei fervidi giorni la gioia di una 
libertà e di un'indipendenza ottenute o prossime 
ad ottenersi per virtù degli stessi Italiani, com- 
battenti non più per gli oppressori, ma per la 



PRIMO PERIODO POETICO. 83 

patria adorata. Da qui il supremo concetto che 
anima tutta l'ode, dove il Manzoni, ancor sotto 
il cumulo di tanti affannosi ricordi, esclama: 

Ecco alfìn dal tuo seno sboccati, 
Stretti intorno a' tuoi santi colori, 
Forti, armati de' propri dolori, 
I tuoi figli son sorti a pugnar. 

Or il più vicino e più contrario esempio a que- 
sto, così nuovo e così glorioso nella nostra storia, 
era appunto quello non più di tre anni avanti la- 
mentato dal Leopardi: 

numi, o numi : 
Pugnan per altra terra itali acciari. 

E il proprio lamento metteva anche in bocca agli 
Italiani caduti in Russia: 

Ecco da te rimoti, 
Quando più bella a noi V età sorride, 
A tutto il mondo ignoti, 
Moriam per quella gente che t'uccide. 

Ai voti e ai tentativi del '20 e del '21 furono 
contrari i successi: di nuovo spenti i moti di li- 
bertà e deluse le speranze che ancor una volta 
s'eran fondate sull'aiuto straniero. Se non che, 
mentre le cose parevan tornar come prima, anzi 
peggio, tutto invece cominciava a volgersi in me- 
glio, non tanto forse nelle condizioni politiche, 
quanto nella coscienza nazionale: sempre più ar- 
dente la fede nel risorgimento patrio, sempre più 



84 CAPITOLO HI. 



numerosi ed efficaci i modi adoperati a un sì gran 
fine; la scienza, l'arte, tutta la cultura nazionale 
ognor più intensamente volta e quasi consacrata 
a quello. La poesia, in ispecie, non si abbandonò 
airantico dolore; anzi, per quanto gì' infelici ultimi 
casi avessero potuto a ciò indurla, continuò a rin- 
vigorire gli spiriti degl'Italiani e a trarre nuove 
cagioni di speranze e nuova forza da quella me- 
desima storia nostra eh' essa veniva interpretando 
con tal profondità d'idee e tenerezza di affetti, 
che un pari esempio non erasi visto dal Petrarca 
in poi. 

E qui ognuno si ricorderà più particolarmente 
di quei cori dove il Manzoni, risuscitando innanzi 
agli occhi degl'Italiani i fatali inganni e le di- 
scordie dei loro padri, faceva sì che i secoli pas- 
sati avessero come un grido per il secolo presente, 
e che i tanti dolori accumulati su questo lo spin- 
gessero a compiere ciò che le età trascorse non 
avevan saputo. In quei cori c'è come la rappre- 
sentazione epica dei sentimenti già manifestati 
nell' Ode; e poi, nella stessa rappresentazione, ci 
si offrono immediatamente alla vista gl'inenarra- 
bili danni cagionati appunto dalla mancanza di 
quelle virtù, che nel '21 eran sembrate finalmente 
vittoriose nei petti italiani. « I fratelli » che « hanno 
ucciso i fratelli», nel Conte di Carmagnola, è uno 
spettacolo contrario a quello delle « fraterne con- 
trade » italiane che si accingevano concordi alla 
grande impresa. E il « volgo disperso d, che nel- 



PRIMO PERIODO POETICO. 85 

l'Adelchi e: Intende l'orecchio, solleva la testa », 
raffigurava uno dei tanti dolorosi momenti, il cui 
ricordo, in mezzo alla nuova esultanza, aveva sug- 
gerito quei versi: 

Quante volte sull'Alpe spiasti 
L'apparir di un amico stendardo! 
Quante volte intendesti lo sguardo 
Ne' deserti del duplice mar ! 

Ma la rappresentazione manzoniana degli errori e 
delle contese dei padri non riusciva ai figli meno 
eloquente di qualunque più caloroso conforto al- 
l'opera; lo sdegno e la rampogna non meno effi- 
caci di ogni più accesa parola di amore. Erano 
sdegni e rancori di natura dantesca e petrarche- 
sca, ritemprati in quel nuovo sentimento, che ad 
un grande Italiano del secolo XIX potevan venire 
dalla meditazione di una storia patria, la quale 
vince in gloria e in dolore quella di ogni altra 
nazione moderna. 

Mi sono indugiato sul Manzoni, forse più che 
r occasione non paresse consentire; ma io voleva 
ricordare il principio insieme e i più insigni esempi 
di quella poesia di argomento nazionale, che, a 
differenza della leopardiana, s'informava, da una 
parte, ad un più nuovo e determinato sentimento 
delle condizioni e delle speranze patrie, e, dall'al- 
tra, pur non lasciando di evocare le memorie de- 
gli avi, signori del mondo, guardava più partico- 
larmente ai secoli meno remoti, da cui gì' Italiani 



86 CAPITOLO III. 



moderni avevano a trarre esempi ed ammaestra- 
menti ancor più efficaci. Per tal modo, interpre- 
tandosi i tempi nuovi anche collo studio del medio 
evo, si giovava alle generazioni presenti meglio che 
non si fosse fatto mai fin allora. Anche in que- 
ste si potevano ammirare virtù eh' eran parse 
proprie delle sole età antiche, ed eroi non meno 
gloriosi di quelli celebrati da Simonide. Un nuovo 
Tirteo era appunto quel « poeta e soldato della 
indipendenza germanica », al cui nome volle il 
Manzoni intitolata la sua Ode. 

Quante cose egli non ci fa ricordare con tal 
dedica! Fra le altre, quel sentimento religioso che 
governa la sua stessa poesia patriotica e ancor 
più quella dei Tedeschi moderni, i quali conside- 
ravano la guerra d' indipendenza come una vera 
crociata. Così il medesimo Kòrner diceva: 

Es ist kein Krieg, von dem die Kronen wissen; 
Es ist ein Kreuzzeug, 's ist ein heil' ger Krieg ! * 

L'Arndt, men popolare, ma forse ancor più robu- 
sto del primo, era biblico addirittura, quando, dopo 
la vittoria di Lipsia, scriveva: 



1 Aufruft in KÒRNERS Wercke in zwei Bdnden. Leipzig, 
Knaur, ester Band, p. 18. Il sentimento religioso dà forma tal- 
volta a componimenti che sono insieme preghiera e inni di 
guerra: tale è quello Gebet wahrend der Schlacht (ibid., p.25) 
che comincia: 

Vater, ich rufe dich S 
Brftllend umwolkt mich der Dampf der Geschiltze, 
Sprtihend umzucken mich rasselnde Blitze. 
Lenker der Schlachten, ich rufe dich! 

Vater du, ftthre mich ! 



PRIMO PERIODO POETICO. 87 

Wem ward der Sieg in dem harten Streit? 
Wem ward der Preis mit der Eisenhand? 
Die Welschen hat Gott wie die Spreu zerstreut, 
Die Welschen hat Gott verweht wie den Sand. 1 

E .anche biblico nella sua ode, il Manzoni, ap- 
pellandosi allo stesso Dio, par che risponda a quei 
Tedeschi che con tanto ardor di fede ne invo- 
cavano o attestavano l'assistenza: 

Chi v' ha detto che ai nostri lamenti 
Saria sordo quel Dio che v' udì ? 

Sì, quel Dio, che nell'onda vermiglia.... 
Che non disse al Germano giammai : 
Va, raccogli ove arato non hai ; 
Spiega Pugne; l'Italia ti do. 

Pure nel poeta italiano lo stesso antico sentimento 
biblico è come temperato, anzi sublimato da un 
sentimento più propriamente cristiano e più con- 
forme insieme alla filantropia degli ultimi tempi, 
che eromperà in tutta la sua forza nel coro del 
Carmagnola : « Siam fratelli ! » ec. 

Ma d'allora in poi, quante nuove forme con- 
tinuò ad assumere nell'arte il nostro sentimento 
nazionale ! Basta al mio intento ricordare l' opera 
del Berchet, del Niccolini e del Giusti: autori cer- 

1 Die Leipziger Schlacht 1813, in Gedichte von ERNST 
Moritz Arndt. Halle a. d. S., 0. Hendel, p. 132. Sono molte 
le altre sue poesie di questa specie, come, ad esempio, quelle 
intitolate (ibid., 113, 128, 163, 229) : Deutscher Trost, Wer ist 
ein Mann t, Da% Lied vom Siegerich, Ihr Kónige, gebt acht ! 
Anche parecchie di quelle scritte negli anni posteriori, come 
pur sono alcune delle citate, conservano gli stessi caratteri 
religiosi e patrìotici delle prime e più famose. 



88 CAPITOLO HI. 



tamente men letti oggi che non sino a parecchi 
anni addietro; ma che torneranno, più o men pre- 
sto, ad essere cercati con amore, come avviene 
di tutte le cose belle che molto poterono sulla 
vita. Perchè se la bellezza già di per se stessa non 
muore mai del tutto, come potrebbe morire quando 
la storia non cessa di ricordarne gli effetti sulle 
sorti dei popoli ? Presa dunque nel suo complesso, 
ammirevole è tutta quella nostra poesia nazionale 
che va dalla fine del secolo XYHI alla metà del 
seguente; anzi non credo che, per abbondanza 
di esempi, ricchezza di forme ed efficacia morale 
e civile, possa essere pareggiata da alcuna poesia 
dello stesso genere in tutte le altre letterature 
moderne. 

Or il Leopardi mi parve stare di mezzo fra 
il periodo anteriore alla restaurazione politica del 
1815, rappresentato principalmente dal Monti, e 
quello posteriore. E già, rinnovando le forme più 
belle del primo, ei dava principio insieme alla in- 
terpretazione, per quanto ancor vaga ed incerta, 
dei sentimenti più propri del secondo, quando un 
nuovo ordine di pensieri e di affetti cominciò in 
lui a prevalere su tutto ciò che sin allora aveva 
imperato sul suo spirito. Intendo di quei pensieri 
ed affanni che, quantunque per lui non nuovi, ac- 
quistarono in breve tanta forza e consapevolezza, 
da sovrapporsi ad ogni altra sua aspirazione e da 
informare tutto di se medesimi. Certo, quel primo 
amor patrio non per ciò si spense nel suo cuore; 



PRIMO PERIODO POETICO. 89 

^ — — ^^^^— ^^— ■ i ii , y , . ■■■■■■ ■■— ■ ■■ ■ — ■■ i , i ■ ■ ■ ■ ■■■■■■■—■ »■■■ — — ^^— » 

lo sentiamo, anzi, non meno fervido nella canzone 
al Mai e in qualche altra delle seguenti ; splen- 
derà poi come di un'ultima luce nei Paralipomeni; 
ma, per quanto ognor vivo, sarà da qui innanzi 
sempre men forte del nuovo signore del suo spi- 
rito, e concorrerà persino a farne sentire tutta 
la formidabil possanza. Così il Leopardi, dalla sto- 
ria d' Italia, entra in quella che, con parola e si- 
gnificato anche tutto leopardiano, potremmo chia- 
mare storia del genere umano, e, dal dolore italiano, 
nel dolore del mondo. 1 



1 In questo, che dissi primo periodo originale del Leo- 
pardi, non ho creduto tenere espresso discorso delle due can- 
zoni, composte nel marzo del 1819: Per una donna inferma 
di malattia lunga e mortale, e Nella morte di una donna 
fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed 
arte di un chirurgo. Il poeta stesso, che non potè farle stam- 
pare insieme con quella al Mai, non pare che coir andar 
del tempo ne tenesse più conto. Certo, esse sono molto me- 
diocri ed inferiori di gran lunga non solo a quel capolavoro, 
eh 1 è la predetta canzone, scritta appena dieci mesi dopo, 
ma alle altre due canzoni All'Italia e Sopra il monumento 
di Dante, che le precedono di circa mezzo anno ; inferiori 
persino alla stessa prima Elegia, eh' è del dicembre 1817. 
Mancano all'una e all'altra i pregi più essenzialmente leo- 
pardiani : T intensità e profondità degli affetti, il calore tutto 
proprio di un cuore sempre preso del suo soggetto non meno 
fortemente che della donna che più ami; e manca quella 
brevità delle rappresentazioni particolari, onde la nostra 
mente si popola di fantasmi più che non le avverrebbe per 
rappresentazioni più lunghe e più splendide. Anzi, per ciò 
che riguarda quest' ultimo punto, nella seconda delle due can- 
zoni la dipintura dello strazio della donna, per troppi partico- 
lari, riesce persino alquanto prosaica. 

Ciò che le due poesie ci porgono di veramente e intima- 
mente leopardiano consiste in certi concetti generali sulla 
vita e su quel morir giovane, eh' è considerato cosi diversa- 
mente dalla ragione e dal cuore. Pure, tutto ciò si rimane 



90 CAPITOLO III. — PRIMO PERIODO POETICO. 

qui in una certa astrattezza d' idee e tepore di sentimenti, a 
cui davvero non eravamo avvezzi col nostro poeta. Si direbbe 
che qui si mostrino disunite o non egualmente operose ed 
efficaci quelle facoltà, la cui congiunzione fu in lui più co- 
stante e più perfetta che in qualsiasi altro nostro scrittore 
moderno. Certo gli effetti di queste due canzoni sono diminuiti 
da quelli, incomparabilmente maggiori, di altre poesie del 
nostro autore ritraenti concetti e dolori simili. Nessuna se- 
verità di critica potrebbe togliere tanto alle prime, quanto 
tolgon loro le stesse seconde colla propria bellezza. 



Capitolo IV. 

ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE ». 



PARTE PRIMA. 
I. 

Dopo sessantanni di tenebre, lo Zibaldone 

Torna al celeste raggio; 

e non già 

come sepolto 

Scheletro, cui di terra 

Avarizia o pietà rende all' aperto, 

ma come cosa piena di vita e di giovinezza, e su- 
scitatrice nei nostri petti delle più dolci remini- 
scenze. Qui, come per entro un' infinità di forme 
incalzantisi senza tregua, rivediamo tutte le idee 
e le immagini leopardiane già note a noi da gran 
tempo; e con esse, per la prima volta, quelle al- 
tre innumerevoli che, ignote a lutti sino a oggi, 
erano pur germogliate in quel medesimo cuore, 
fra gli stessi palpiti e gli stessi affanni. Quasi as- 
sistiamo allo spettacolo di una numerosa famiglia, 
i cui componenti, dopo lunga e amara dispersione, 
si ricongiungano più amorosamente che mai nel- 



92 * CAPITOLO IV. 



F unità primitiva. Spettacolo che intenerisce ogni 
cuore gentile, e produce anche questo importan- 
tissimo effetto: che di quella famiglia, così ricon- 
giunta, possiamo oggi intendere meglio che mai 
l'origine, le vicende e le particolari ragioni onde 
le vennero tanta bellezza e tanta gloria. 

Lo Zibaldone è una fonte inesauribile di pre- 
ziosi documenti per la vita, per la dottrina e per 
l'arte del Leopardi, per tutto ciò, insomma, che 
possa avere qualsiasi attinenza coli* esser suo. Ol- 
tre che i tesori del suo sapere, egli versò qui 
tanta parte dei suoi più segreti affetti; e scri- 
vendo in esso ogni giorno e anche più volte in 
un solo giorno, venne a segnarvi lì per lì ogni 
passo da lui stampato sul cammino della vita: e 
ogni suo passo fu come un nuovo acquisto e un 
nuovo dolore. Anche in queste pagine, scritte per 
sé solo, nulla notò mai senza l'intendimento di 
cogliere l'intimo delle cose, di penetrare coli' in- 
gegno sin dove gli fosse possibile, e, nel tempo 
stesso, di dare al suo pensiero forme lucenti e 
poetiche. E avendo fatto sempre così, non e' è uno 
fra i suoi ricordi che non susciti in noi qualche 
moto di simpatia e di partecipazione a quelle in- 
cessanti fatiche, a quegli incredibili tormenti in- 
tellettuali e morali. Or quanto corre da tali im- 
pressioni a quelle tutte proprie dell'arte? E l'arte, 
in ogni caso, potrebbe averne più felici di queste 
per cui conviviamo con una grande anima? Poi, 
gli stessi accenni a cose personali, così importanti 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 93 

per la sua storia, sono al Leopardi come il punto 
da cui muove l'osservazione filosofica; e spesso 
gli valgono a ciò persino le sue abitudini gior- 
naliere, tra cui basti ricordare ad esempio quella 
eh' ei chiama « inclinazione alla monofagia a. 1 Si 
affisi pure a quanto ci sia di più piccolo, egli cer- 
cherà ben tosto in altre più cose ciò che ha no- 
tato nella prima, per cogliere l'idea o la legge 
che tutte le stringe insieme. 

Tutto qui tende alle supreme cime del pen- 
siero ; ma tutto, nel tempo stesso, resta come te- 
nacemente attaccato alla persona dell'autore, alla 
sua angoscia, alle sue speranze e alla sua solitu- 
dine; così la scienza e le speculazioni più astratte 
del filosofo non si dividono mai dalla storia del 
poeta e del martire. Fra i modi più curiosi di sif- 
fatta congiunzione, è quello delle date apposte, 
quasi sempre dal 1820 in poi, ad ogni pensiero o 
gruppo di pensieri; e talvolta accompagnate o da 
qualche ricordo particolare, o, molto più spesso, 
dall'indicazione delle ricorrenti solennità religiose: 
ad esempio : « Festa dei Santi Filippo e Giovanni », 
<r sabato di Passione », « lunedì santo », « vigilia 
della venuta della Casa di Loreto », ecc. Singolare 
che alcuni di codesti accenni si vedano talvolta 
aggiunti alle date dei pensieri più avversi alle 
credenze religiose; nel qual caso la data par che 
ci ricordi non uno, ma due tempi molto diversi: 

1 Pena., VII, 113 e segg., 187 (6 luglio 1826, 27 feb- 
braio 1827). 



94 • CAPITOLO IV. 



quello in cui tali credenze erano ancor vive, e 
quello di lor morte più o meno recente! E, in- 
somma, il calendario ecclesiastico, comune per tanti 
anni al padre e al figlio, e messo qui ora quasi 
a contrasto con quello onde Giacomo ricordava 
le eroiche fatiche del proprio pensiero. E anche tali 
fatiche si rassomigliano, per qualche rispetto, agli 
atti d'un martirio non meno sublime di quelli onde 
più si onora una credenza religiosa. Benché non 
sembri ch'egli abbia l'intenzione di produrlo, pure 
quel contrasto dei due calendari sorge in noi na- 
turalmente, e ci stringe il cuore come il ricordo 
dei patimenti di persone a noi care. 

Il titolo del Manoscritto non corrisponde alla 
gran ricchezza dei suoi elementi; perchè i Pen- 
sieri di varia filosofia e di bella letteratura, per 
quanto numerosi, non sono che una parte dell' im- 
menso lavoro. Oltre a quelle, pur così larghe ma- 
terie, qui si tratta ampiamente di filologia, di sto- 
ria, di archeologia, di scienze politiche e sociali; 
né mancano le stesse scienze fisiche, chiamate 
spesso a riprova delle speculazioni e indagini di 
ogni altra sorta. E ai pensieri seguono i pensieri, 
ognor più abbondanti, come fiumane che sempre 
più crescano coli' allontanarsi dalla sorgente. Per 
siffatta abbondanza, le idee espresse nei primi rie- 
scono o meglio svolte o più largamente applicate 
in quelli che seguono, e gli uni e gli altri insieme 
fanno sovente come un ampio discorso, e persino 
come un trattato compiuto sull'argomento. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 95 

Talvolta, con quella sua mente infaticabile, il 
Leopardi muove da un punto che s'era per lo in- 
nanzi prefìsso; tal altra, da una sentenza letta 
allora allora in un autore antico o moderno; e, o 
consentendo o contradicendo, finisce sempre col- 
T aggiungervi qualche cosa di suo. Ci accorgiamo 
poi dallo Zibaldone, meglio ancora che fino a oggi 
dagli altri suoi scritti, com'egli, pur maturo, con- 
tinuasse in quella molteplicità di studi che cre- 
devamo più propria della sua prima giovinezza, 
e segnatamente in quella filologia che, per le sue 
testimonianze, avremmo detto poco men che ab- 
bandonata sin d'allora. Anche per nuove e più 
chiare prove intendiamo com' egli meditasse cento 
disegni di opere di vario argomento, ciascuna delle 
quali, oltre che ricca di pregi particolari, potesse 
anche spargere nuova luce sulle sue concezioni della 
vita e del mondo. Per ciascuna di quelle opere, più 
o men chiaramente disegnate, ei veniva racco- 
gliendo quanti più materiali potesse; e per quelle 
in particolare d' indole filosofica e letteraria, pure 
nello spazio di pochi giorni, riuscì spesso a ra- 
dunarne una quantità prodigiosa* Tutto ci parla 
qui dei suoi grandi propositi, e tutto ci dimostra 
come, scrivendone poi espressamente in più oc- 
casioni e segnatamente in qualche lettera al Col- 
letta, non che esagerarne il numero o l'impor- 
tanza, si rimanesse molto di qua dal vero, e non 
toccasse neanche di molti altri studi a cui nel 
tempo stesso attendeva. 



96 CAPITOLO IV. 



Lo Zibaldone è innanzi tutto un immenso re- 
pertorio di materiale scientifico nel senso più largo 
della parola, ma contiene più particolarmente quasi 
tutta quella sostanza onde sono composte le poe- 
sie e le prose leopardiane. Che se di alcune di 
queste si hanno tracce più determinate in altre 
carte del nostro autore, qui possiamo veder più 
chiaramente che mai la genesi e la trasformazione 
delle idee, ancor prima che divenissero arte. E 
allo stesso modo ne intendiamo i movimenti e le 
trasformazioni posteriori, perchè, anche dopo averle 
fissate nella forma di un' arte perfetta, il Leopardi, 
con quella sua eterna irrequietezza di mente, torna 
sempre ad agitarle, incalzarle e imprimer loro 
nuovi moti. Così esse ci rendon figura di quei 
fiumi che entrati, come per aver pace, in laghi 
tranquilli e rispecchianti il cielo, tornano ben pre- 
sto a uscirne rapidi, fragorosi ed anelanti a nuova 
carriera. 

Alle consuete immagini leopardiane qui par 
venga nuova bellezza da quella stessa erudizione, 
tra cui, talvolta, diremmo che sorgano come raggi 
di sole « fra la tacita selva ». Una di siffatte im- 
magini è, anzi, come la prima parola dello Zibal- 
done : <a Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, 
al passar del viandante. 

Era la luna nel cortile, un lato 

Tutto ne illuminava, e discendea 

Sopra il contiguo lato obliquo un raggio». 1 



1 Pens. } I, 75. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 97 

E proprio una di quelle visioni notturne, con echi 
di voci o rumori lontani, così care al poeta no- 
stro. Poi, tra un pezzo di critica intorno a Celso 
e un altro sul Monti, si tocca rapidamente di una 
sua particolare condizione di vita, che gli sarà ar- 
gomento di future ispirazioni: « Sento dal mio 
letto suonare (battere) l'orologio della torre. Ri- 
membranze di quelle notti estive nelle quali, es- 
sendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, 
chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio 
sentiva battere un tale orologio ». 1 

Anche come un suono e una visione, in cui lo 
spirito si riposi dalle indagini scientifiche, è que- 
sto brevissimo cenno: «Stridore notturno delle 
banderuole traendo il vento ». 2 In simili casi, le 
poche parole in prosa o in verso, con cui il Leo- 
pardi accenna a siffatte impressioni, sono come un 
tocco di pennello o una nota musicale, ritraente 
menoma parte di quei paesaggi e di quelle armo- 
nie che dentro lui continuavano a dispiegarsi in 
tutta la loro pienezza. Eccone due altri esempi : 

— Sentìa del canto risuonar le valli 
D'agricoltori. 3 

— Vedendo meco viaggiar la luna. 4 

Non segue altro nel verso; ma quali e quante siano 
le altre cose rimaste nelle profondità del cuore, 
intenderà facilmente chi ricordi i componimenti 



1 Pena., I 131. * lbid., 150. 

8 lbid., 78. * lbid., 108. 



ZUMBDfl. 



98 CAPITOLO IV. 



/?*■- 



leopardiani dove quelle immagini, qui fuggitive, 
lasciaron di sé tracce immortali. 

Talvolta le voci di fuori egli riproduce qui esat- 
tamente, come in proposito di quelle canzonette 
popolari che si cantavano al suo tempo a Recanati, 
e di cui fece ricordo anche in altre sue carte: 

Facciate alla finestra, Luciola, 
Decco che passa lo ragazzo tua, 
£ porta un canestrello pieno d'ova 
Maritato colle pampane dell'uva.... 

Io benedico chi t'ha fatto Tocchi, 
Che te l'ha fatti tanto 'nnamorati. 1 

Or pensando come tali ed altri simili accenti giun- 
gessero a lui, chiuso nella sua stanzetta e tra i 
suoi libri, ci par di vederlo quale si descrisse egli 
stesso nel canto A Silvia: 

Io gli studi leggiadri 

Talor lasciando e le sudate carte, 

Ove il tempo mio primo 

E di me si spendea la miglior parte, 

D' in su i veroni del paterno ostello 

Porgea gli orecchi al suon della tua voce.... 

Codesta sua immagine, già antica nella nostra mente 
per virtù di quei versi, di qual nuova luce or la 
vediamo risplendere, sentendoci più vicini che mai 
a quegli « studi leggiadri » e a quelle « sudate 
carte », e più che mai partecipi agl'ineffabili di- 
letti e tormenti di quello spirito! 



1 Pene., I, 119. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 99 

Benché lo Zibaldone cominci intorno al 1817 
e finisca il '32, pure esso abbraccia virtualmente 
anche le parti estreme di quella vita intellettuale, 
che storicamente non vi sono comprese. Quanto 
alla parte che lo precede, noterò che molti di quei 
primi pensieri, poco o niente diversi di sentimento 
e di forma da parecchi altri che si leggono spar- 
samente nelle opere anteriori, possiamo riguar- 
dare come una continuazione degli studi affatto 
giovanili. E già fu tale la precocità sua, che, 
col retrocedere di soli tre o quattro anni dal '17, 
si giunge alla sua stessa adolescenza. Per entro 
queste nuove carte, dunque, rivediamo come il 
primo sorgere di quella gran luce; cioè di quel 
giovinetto che, non avendo oramai altro maestro 
che se stesso, s' immerse per alcun tempo nell'eru- 
dizione, e poi, entrato con gP intendimenti più or- 
todossi nel mondo classico, di conquistatore, quale 
presumeva di essere, ne restò conquistato. E, come 
ho detto in un precedente capitolo, s'impaganì di 
mente e di animo: fatto memorabile nella sua vita, 
perchè ne derivò quella conversione letteraria, 
narrata da lui stesso, e le altre conversioni e 
trasformazioni, descritte più o men bene dai cri- 
tici, ma non, ch'io sappia, recate debitamente a 
quella originaria cagione e spiegate appieno con 
essa. In ogni modo, se di quella prima età man- 
cano nello Zibaldone le testimonianze immediate, 
ce ne sono però tali recentissimi segni, da poter- 
cela rifar tutta viva nella mente; appunto come 



292228B 



100 CAPITOLO IV. 



quando, assistendo ad una forte rappresentazione 
drammatica, nella condizione presente dei perso- 
naggi vediamo quasi rivivere tutto il loro passato. 
Che poi nello stesso Manoscritto, il quale finisce 
cinque anni avanti la morte dell'autore, si ac- 
colga la sostanza o almeno il germe di quanto 
altro egli componesse anche in quegli ultimi anni, 
vedremo a suo luogo. 

Or come dare un' idea pur mediocremente esatta 
di tutto ciò che si contiene in questa enciclopedia ? l 
Chi, dopo una compiuta analisi di quella molteplice 
e ognor crescente dottrina, potrebbe tentar una 
sintesi dei moti, degli ardimenti, dei travagli tutti di 
quello spirito e dei suoi più o men felici successi? 
Non io certamente, povero, come sono, degli studi 
necessari a tanta impresa ; se non che io non in- 
tendo far altro che di giovarmi dei nuovi documenti 
per T interpretazione della poesia leopardiana. 



IL 

Come da altri scritti anteriori, così, e anche 
meglio, da questi primi Pensieri, vediamo inco- 
minciato nel Leopardi Fuso della filosofia, a cui 

1 Già sin da quando ne fu pubblicato il primo volume, 
il mio collega A. Chiappelli, nel suo bel saggio : Gia- 
como Leopardi e la poesia della natura, in Leggendo e medi- 
tando (Roma, Soc. D. Alighieri, 1900, p. 54 e segg.), accennò a 
questa « varia e copiosissima sorgente di pensieri nei più 
svariati campi della cultura » e alla gran luce che la critica 
può derivarne per l' interpretazione della mente e deU' opera 
leopardiana. 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE ». 101 

si volse poi tutto in quel 1819, ch'egli considerò 
sempre come Fanno più importante nella storia 
di sua vita. Oltre a quanto ne disse nella nota 
lettera a Carlo Pepoli, 1 ci ha qui un luogo di tanto 
pregio, che, nonostante la sua lunghezza, trascri- 
verò per intero: 

« Nella carriera poetica il mio spirito ha per- 
corso lo stesso stadio che lo spirito umano in ge- 
nerale. Da principio il mio forte era la fantasia, 
e i miei versi erano pieni d' immagini, e delle mie 
letture poetiche io cercava sempre di profittare 
riguardo alla immaginazione. Io era bensì sensi- 
bilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poe- 
sia non sapeva. Non aveva ancora meditato intorno 
alle cose, e della filosofia non avea che un bar- 
lume, e questo in grande, e con quella solita il- 
lusione che noi ci facciamo, cioè che nel mondo 
e nella vita ci debba esser sempre un'eccezione 
a favor nostro. Sono stato sempre sventurato, ma 
le mie sventure d' allora erano piene di vita e mi 
disperavano, perchè mi pareva (non veramente 
alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) 
che m' impedissero la felicità, della quale gli altri 
credea che godessero. Insomma il mio stato era 
allora in tutto e per tutto come quello degli an- 
tichi. Ben è vero che anche allora, quando le sven- 
ture mi stringevano e mi travagliavano assai, io 



1 EpisL, II, 174. La data, mancante del giorno e del mese, 
è di Bologna 1826. 



402 CAPITOLO IV. 



diveniva capace anche di certi affetti in poesia, 
come nell'ultimo canto della Cantica. 

j> La mutazione totale in me, e il passaggio dallo 
stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un 
anno, cioè nel 1819, dove, privato dell' uso della vi- 
sta e della continua distrazione della lettura, co- 
minciai a sentire la mia infelicità in un modo assai 
più tenebroso, cominciai ad abbandonar la spe- 
ranza, a riflettere profondamente sopra le cose 
(in questi pensieri ho scritto in un anno il dop- 
pio quasi di quello che avea scritto in un anno 
e mezzo, e sopra materie appartenenti sopra tutto 
alla nostra natura, a differenza dei pensieri pas- 
sati, quasi tutti di letteratura), a divenir filosofo 
di professione (di poeta eh' io era), a sentire V in- 
felicità certa del mondo in luogo di conoscerla; e 
questo anche per uno stato di languore corporale, 
che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi 
avvicinava ai moderni. 

» Allora l'immaginazione in me fu somma- 
mente infiacchita, e quantunque la facoltà dell'in- 
venzione allora appunto crescesse in me grande- 
mente, anzi quasi cominciasse, verteva però prin- 
cipalmente o sopra affari di prosa o sopra poesie 
sentimentali. E s'io mi metteva a fare versi, le 
immagini mi venivano a sommo stento, anzi la 
fantasia era quasi disseccata (anche astraendo dalla 
poesia, cioè nella contemplazione delle belle scene 
naturali, ec, come ora ch'io ci resto duro come 
una pietra) ; bensì quei versi traboccavano di sen- 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE ». 103 

timento (1° luglio 1820). Così si può ben dire che, 
in rigor di termini, poeti non erano se non gli 
antichi, e non sono ora se non i fanciulli o gio- 
vanetti, e i moderni che hanno questo nome non 
sono altro che filosofi. Ed io infatti non divenni 
sentimentale, se non quando, perduta la fantasia, 
divenni insensibile alla natura e tutto dedito alla 
ragione e al vero, insomma filosofo a. 1 

Importantissimo, dunque, è questo luogo, chi 
sappia interpretarlo con la debita notizia delle al- 
tre cose leopardiane, e segnatamente di quelle che 
si riferiscono ai vari periodi qui ricordati. Ma, 
volendo restringermi a ciò che si attiene al pre- 
sente soggetto, noterò che Y accenno del Leopardi 
a un suo antico « barlume » di filosofìa è più che 
giustificato dalle cose scritte prima del 1819; per- 
chè in esse appaiono degne di ammirazione Y ana- 
lisi, a cui è sottoposta ogni sorta di fatti, e Y in- 
dipendenza di giudizio pur verso le opinioni più 
comunemente ricevute. Quello ch'egli afferma qui: 
ce Io per mia natura non sono lontano dal dub- 
bio anche sopra le cose credute indubitabili, però 
avendo nella mente le risposte che a quei ragio- 
namenti si possono e debbono fare, per mia quiete 
le scrivo » ; a era verità praticata fin da quando, 
poco più che adolescente, attendeva a studi di eru- 
dizione storica e filologica. Fin d'allora egli mostra- 
vasi spinto da un cotal dubbio abituale a nuove in- 

1 Pens., I, 249-51. 
* Ibid., I, 94. 



104 CAPITOLO IV. 



dagini e a nuovi ragionamenti, di cui si appagava 
assai più che d' ogni altro criterio di certezza. 

Soprattutto ammirabile la facoltà di scrutare 
i più delicati fatti psicologici e di scendere, quanto 
più si potesse, negli abissi della coscienza. E già 
alcune delle sue osservazioni e sentenze sparse nel 
Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, non 
perderebbero al paragone di parecchie altre della 
stessa indole, appartenenti agli anni più maturi. Così 
i pensieri di tal genere, da lui meglio coltivato in 
ogni tempo, sono quelli che più strettamente con- 
giungono il periodo anteriore coir altro che ora 
comincia. Ma la vera differenza fra i due consiste 
in ciò, che, col secondo, la disposizione a filosofare, 
già esercitata durante il primo, acquista intera con- 
sapevolezza di se medesima. L'anno 1819, al quale 
l'autore assegna il principio della sua meditazione, 
è dunque piuttosto quello in cui essa diventa ope- 
rosità sovrana del suo spirito e anche sorgente di 
prossime e grandi concezioni di arte. Probabilmente 
il criterio onde fermò quella data è il medesimo 
ch'ei tenne neir assegnare l'origine della sua con- 
versione letteraria ad un tempo quando essa era 
già piena e feconda di egregi effetti; e ciò, io credo, 
per la sua consueta severità verso le cose proprie, 
che gli faceva parer degne di ricordo soltanto 
quelle che fossero pregevoli in se stesse e indi- 
pendentemente dall' età sua giovanile. 

Poi, sempre nel luogo di sopra citato, è vera- 
mente prezioso l'accenno alle sue sventure par- 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 105 

ticolari che, oltre a sentirle più gravi, egli co- 
minciava a considerare in maniera diversa che non 
avesse fatto sin allora. Questi sono come lampi, 
dei quali, più che dell' opera di ogni altro critico, 
si rischiara la storia leopardiana. E che altro po- 
tremmo far noi di meglio che guardar questa a 
traverso di quelli ? Certamente grandi le sue sven- 
ture particolari, e oramai non meno famose che 
le opere del suo ingegno; ma ci fu una cagione 
sovrana che, accrescendole continuamente di nu- 
mero e d'intensità, le converse in un solo ed in- 
cessante martirio. Essa cagione consistette in quella 
smisurata grandezza di facoltà intellettive e se- 
gnatamente d' immaginazione e di sentimento, onde 
natura lo aveva straordinariamente dotato, e in 
queir uso, non meno straordinario, eh' egli ne fece. 
Con tali doni e con tale uso, 1' uomo, per adope- 
rare una di quelle immagini onde egli ritrasse in- 
comparabilmente i maggiori danni e dolori della 
vita, si brucia e consuma da se stesso. 1 Quelle 
sue facoltà, sempre più gagliarde ed operose, pe- 
sando ognora più sulle altre forze della vita, fini- 
rono in breve con opprimerla tutta. E con un 
altro gran poeta, Victor Hugo, diremmo: l'anima 
spezzò il corpo. 2 

Per la stessa cagione, le sue condizioni di na- 
tura e di fortuna si convertirono in altrettante 
sorgenti di dolore. Quella casa paterna da cui, 

1 EpUt., I, 87. 

* Fantómea (OrientaUt XXXIII), 



106 CAPITOLO IV. 



studiando e meditando senza fine, lo spirito s' era 
schiuse tante vie e fatto tanto viaggio pei regni 
della speculazione e della scienza, divenne ben pre- 
sto una prigione, che, col sequestrarlo dal mondo, 
gì' impediva la gloria, la grandezza e la felicità, 
tanto più ardentemente desiderate, quanto imma- 
ginate a suo modo e senza alcuna di quelle tem- 
peranze che, negli stessi ingegni più fervidi, suole 
indurre il contatto con la realtà delle cose. An- 
che l'opera di Monaldo era stata da principio, come 
già mostrai, uno dei maggiori beni di sua vita. 
Consigli, aiuti, libri in gran copia, 1' esempio di un 
amore immenso allo studio, tutto il padre gli diede, 
e tutto fece quanto giovasse allo svolgimento di 
quel grandissimo ingegno. Ma, a cagione di que- 
sta grandezza medesima, l'intervallo fra i due 
crebbe ognor più rapidamente : in breve il padre 
non fu più al caso di intendere il figlio; e in iscienza, 
in religione, in politica, in tutto, le idee dell' uno 
furono l'opposto di quelle dell'altro. La natura, con 
la sproporzione dei suoi doni, disgiungeva per 
sempre ciò ch'ella suole più intimamente con- 
giungere. 

Inoltre, la infermità, o piuttosto quel cumulo 
d'infermità, che fu ben presto la maggiore delle 
sue sventure, ebbe anch'essa, se non la prima, 
certo una delle precipue cagioni nella sua mede- 
sima prodigiosa potenza e operosità di forze in- 
tellettuali. Le sue condizioni fisiche non furono in 
origine così misere, come generalmente si crede: 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 107 

dovettero, anzi, esser tali da permettergli quelle 
indicibili fatiche in cui, altrimenti, non che per 
anni, non sarebbe durato neanche per qualche 
mese. E questa, eh' è pur giusta, anzi necessaria 
presunzione, trova la sua piena conferma nelle più 
certe testimonianze che si possano avere. 1 Chi vorrà 
negare il debito valore a quelle che ne fece egli 
stesso, e che abbiamo tutti a memoria, circa gli 
spaventosi effetti di quel suo studio matto e dispe- 
ratissimo nell' età appunto in cui gli si andava asso- 
dando la complessione ? Di quegli effetti si mostrò 
sempre tanto più inconsolabile, perchè sentiva di 
averne la colpa egli stesso; né mai credette po- 
tersene in alcun modo ricompensare con quei pur 
maravigliosi frutti di dottrina e colla gloria che ne 
ottenne; che, anzi, in essi vide sempre come un 
rimprovero vivente di tante crudeli violenze usate 
a se medesimo. Or perchè, allo straziante pen- 
siero delle infermità, avrebbe creduto aggiungere 
il rimorso, maggiore di ogni altro strazio, se quelle 
avesse potuto riferire ad altre cagioni? 

Poi, sempre liete per lui le memorie della pri- 
missima età sua: non mai un cenno, un'allusione 
ad affanni pur menomi. Se, a causa delle sue scia- 
gure e soprattutto delle infermità, egli giudicò la 
sua vita più misera, senza paragone, di ogni altra, 
un ben diverso sentimento ebbe sempre per la 



1 Fra le tante ricorderò quelle allegate dal prof. G. Cu- 
GNONi: Il ritratto di Giacomo Leopardi. Imola, Ign. Galeati, 
1882, pp. 5-6. 



108 CAPITOLO IV. 



prima parte di essa. Fra le molte citazioni che 
potrei fare al proposito, mi contenterò al seguente 
luogo dello Zibaldone: « Memorie della mia vita.... 
Piacere, entusiasmo ed emulazione che mi cagio- 
navano nella mia prima gioventù i giuochi e gli 
spassi eh' io pigliava co' miei fratelli, dov' entrasse 
uso e paragone di forze corporali. Quella specie 
di piccola gloria ecclissàva per qualche tempo 
a' miei occhi quella di cui andava continuamente 
e sì cupidamente in cerca co* miei abituali studi». 1 
Qui l'autore parlava come a se stesso; niuno di 
quegli intendimenti di fare un qualche effetto sul- 
l'animo altrui, onde non sempre sono liberi an- 
che gli uomini più sinceri. Se verissimo dunque 
il fatto qui ricordato, come non dovevano allora 
essere eccellenti le condizioni fisiche del giovi- 
netto? Anche qui abbondano le più autorevoli te- 
stimonianze della rovina che seguì in breve; ma 
già noi stessi ci possiamo, per alcuni rispetti, con- 
siderare come presenti a quanto avvenne: basta 
porre mente al lavoro da lui fatto nella sola sua 
prima giovinezza. 

Di quel lavoro che va, a un dipresso, dal 1812 
al '17, cioè dal quattordicesimo al diciannovesimo 
anno di sua vita, i più parlano per fama; ben po- 
chi ne hanno notizia personale ed intera. Ma chi, 
e nelle stampe e nei manoscritti di quel periodo, 
volesse con piena sincerità e diligenza esaminar 



1 Pena., VII, 352 (30 novembre 1828). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 109 

tutto: gli esercizi di scrivere in prosa e in verso 
e in varie lingue, gli estratti di letture infinite, la 
copia dei materiali raccolti in ogni parte dello sci- 
bile e quella delle osservazioni minutissime e delle 
lunghe meditazioni sopra mille e mille argomenti, 
le tracce non meno numerose di componimenti di 
ogni genere, le molteplici opere o ideate o inco- 
minciate o compiute; colui che, ciò facendo, an- 
che considerasse come, a brevissimi intervalli e 
talvolta in un medesimo giorno, quella mente gio- 
vinetta fosse tutta scienza e tutta poesia, tutta 
raziocinio e tutta immaginazione; come, attesa 
T immensità e intensità del suo lavoro, le ore do- 
vessero valerle quanto i giorni e i giorni quanto 
i mesi; e air ultimo, come tanti sforzi e tanto tra- 
vaglio in quella tenera età non avessero avuto 
mai un momento di riposo né di tregua; colui, 
dico, non cercherebbe molto più in là per ren- 
dersi conto deir irreparabile rovina dell'organismo, 
che ne dovette seguire, e di ogni altro danno a 
questo congiunto. E veramente, qual corpo più 
robusto avrebbe potuto resistere a tante offese? 
È anzi da maravigliare che sì tristi effetti non 
fossero stati ancor più pronti ; e che quel giovane, 
mezzo distrutto, potesse ricominciare peggio di 
prima nel 1819, quando, come narrò egli stesso, 
impedendogli il suo mal di occhi ogni lettura, si 
diede a pensare; quando, cioè, credendo di avere 
a smettere lo studio, si profondò in studi, oh! 
quanto più faticosi e dolorosi, quali erano appunto 



110 CAPITOLO IV. 



quelle meditazioni filosofiche, che sono tanta parte 
dello Zibaldone, incominciato poco avanti. 

Ora è chiaro come le angosce del pensiero, 
ch'ebbero origine nelle meditazioni filosofiche, fos- 
sero state precedute di parecchi anni e largamente 
preparate da quel volontario olocausto di tutta la 
vita alla scienza e all'arte. Ciò che poco avanti 
ne ho detto, è storia fondata sui fatti leopardiani 
più certi; e la storia, così intesa, è scienza an- 
ch'essa. Certo nessuno le potrà togliere la parte 
larghissima che ha sempre avuto nella interpre- 
tazione di quella specie di fatti; e meno che mai 
quando alle cagioni immediate ed evidenti se ne 
volessero contrapporre altre più o meno ipotetiche. 1 
Ma qui le testimonianze di un'operosità mentale 
che trascese i termini di qualsiasi forza o vigore 
di giovinezza, gridano di per se stesse le cause 
del danno. Così lo spettacolo di certe rovine risve- 
glia alla mente tutta una tragedia di natura. 

Da quelle cause, dunque, da quelle terribili 
violenze alle forze della vita, che nessun altro 



1 Intorno alle eccessive pretese del metodo psico-antro- 
pologico, alle non felici applicazioni che ne sono state fatte 
in proposito del Leopardi, e specialmente intorno agli altri 
fattori che necessariamente debbono concorrere alla soluzione 
di tali quistioni, ha detto cose sensatissime quel chiaro scien- 
ziato che è il prof, G. Paladino nel suo discorso : La mente in 
rapporto alle condizioni organiche dell'individuo ed all'am- 
biente sociale. Napoli, 1901. — Vedi pure A. D'ANCONA, Ono- 
ranze centenarie a G. L., XXIX giugno MDCCCXCVIII, e 
Vincenzo Morello, Leopardi e la critica psico-antropolo- 
gica, in NelV arte e nella vita. Milano-Palermo, Sandron, 1890, 
p. 9 e segg. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». ili 

avrebbe fatte impunemente a se stesso, deriva- 
rono almeno in gran parte le infermità sue. Que- 
ste, naturalmente, ebbero alla loro volta la più 
triste efficacia sul morale; ma non si dimentichi 
mai ch'esse ancor non esistevano o eran molto 
lievi, quando, acceso da un indicibile ardore di 
scienza e di gloria, il mirabile giovanetto si mise 
a una tanta impresa: vi si mise come chi corra 
ad una battaglia, e, non anelando che a vincere, 
non badi agli urti e ai colpi dei nemici. Le fe- 
rite che costui toccasse, renderebbero una tal quale 
immagine delle sciagure del nostro giovane: le une 
e le altre effetto di queir oblio di se stesso nel 
proseguimento di un alto fine, eh' è la condizione 
assoluta di ogni eroismo. 

IH. 

Or torniamo al punto dove il Leopardi, col 
darsi alle meditazioni filosofiche, incominciò, come 
dice egli stesso, a sentire la sua infelicità in un 
modo assai più tenebroso: questo significa che, 
come vediamo subito anche dagli effetti, incominciò 
a sentire neir infelicità propria quella degli altri: 
significa il suo passare dal proprio individuo alla 
storia umana e alle leggi che la governano. Ma 
quali poterono essere le cagioni più immediate di 
quel passaggio? Quali le nuove sembianze che le 
proprie sventure assunsero agli occhi suoi? Pro- 
babilmente esse cominciarono allora ad apparirgli 



112 CAPITOLO IV. 



come effetto necessario della sua stessa grandezza. 
Quella grandezza, da cui vedemmo principalmente 
generati i suoi mali, non poteva a lungo sfuggire 
alla sua coscienza: per essa cagione, da per tutto 
il limite e il contrasto; da per tutto il dolore. La 
straordinarietà di tali effetti nella sua vita, gli do- 
veva ben presto scoprire una causa egualmente 
straordinaria. Come sottrarsi alla consapevolezza 
di quel pensiero che era giunto a divorar la vita 
stessa, appunto perchè trascendeva i limiti con- 
sueti ? 

Mi par dunque quasi certo che quella sen- 
tenza della Natura sulle anime privilegiate : <r Siate 
grandi e infelici », illustrata poi con argomenti di 
ragione e di fatto nel Dialogo della Natura e di 
un'Anima, dovette sin d'allora sonargli dentro il 
cuore. In essa sentenza, anche letta in quei ter- 
mini presso il D'Alembert, 1 trovò come la sintesi 
insieme e la spiegazione di quanto già da un pezzo 
doveva avere esperimentato in se medesimo. Quella, 
dunque, fu la prima o una delle prime parole del 
gran dolore: altre, non meno terribili, l'accompa- 
gnarono o la seguirono in breve, ritraendo nel 
loro complesso la legge che governa il mondo. 
Venivan tutte dalle nuove meditazioni; le quali 
avevano ad argomento non solo, come si è visto, 
le sventure particolari del Leopardi, ma, come 
avremo a vedere, anche quelle cose di cui s'era 



1 Pens., II, 113 (12 febbraio 1821); IV, 226 (2 maggio 1822). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 113 

occupato sin allora come storico, poeta e scien- 
ziato. Dopo averle ritratte nell'arte e illustrate 
coir erudizione, ne cerca da qui innanzi le più ri- 
poste cagioni e le attinenze coi problemi della 
vita. Per quelle meditazioni ognor più spaziava il 
pensiero, e più cresceva il dolore. Così, in quel 
famoso anno 1819, il nostro giovane, mosso dalle 
cagioni accennate, entrò nei campi delle più ar- 
due speculazioni; e ciò fu come un mettersi per 
un nuovo mare, i cui pericoli erano sublimati dalla 
stessa idea delle tempeste e dell'immenso ignoto 
a cui andava incontro. 

Dicevo dunque come le nuove meditazioni si 
esercitassero, con intenti tutti propri, intorno 
alle stesse cose che aveano in vario modo occu- 
pato il suo spirito. Ed ecco anche di ciò qualche 
esempio. Una di tali cose, così meditate, dovette 
essere quel contrasto fra il tempo antico e il mo- 
derno, che poco avanti gli era stato cagione di 
dolori e di sublimi ispirazioni. Ora in quel con- 
trasto ei scorge più chiaramente che mai la lotta 
tra la coscienza poetica e la coscienza filosofica; 
e codesta lotta egli riproduce in se stesso con 
tutta quella profondità di affetti e di speculazione 
onde il suo spirito fosse capace. 

Se ciò era manifesto per gli scritti leopardiani 
già noti, dallo Zibaldone se ne ha oggi come una 
rappresentazione immediata. Qui la lotta delle due 
forze contrarie ci si dispiega alla vista tutti i giorni 
sotto nuove sembianze, ma sempre con la stessa 

ZUMBINI. 8 



114 CAPITOLO IV. 



intensità e ferocia di combattimento. Benché Y au- 
tore sia con tutto il cuore per la visione poetica 
del mondo, ei pone quanto ha d'ingegno, di dot- 
trina e d'esperienza nella ricerca degli effetti in- 
numerevoli operati dalla visione opposta; e, pur 
difendendo quella, viene a chiarire mirabilmente 
la possanza di questa. Parrebbe di vederlo descri- 
vere un deserto pauroso; se non che, sorgendo 
spesso nel filosofo il poeta, quel deserto è per noi 
come animato da una vita che tanto più parla al- 
l' anima, quanto più contrarie erano state le prime 
impressioni. 

In un tempo non molto lontano, tutto egli aveva 
giudicato armonioso e bello nel mondo e nella sto- 
ria. Ora incomincia a sentire più fortemente che 
mai «la discordanza assoluta degli elementi de'quali 
è formata la presente condizione umana». 1 Per 
lui « la ragione è nemica della natura; la natura 
è grande, la ragione è piccola;... un uomo tanto 
meno o tanto più difficilmente sarà grande, quanto 
più sarà dominato dalla ragione ». 2 Procedendo ol- 
tre, egli cerca di dare a queste sue idee un fonda- 
mento razionale. Uno dei luoghi in cui più espressa- 
mente accenni ai suoi fini e al suo metodo, è quello 
dove rimprovera ai filosofi antichi e ai moderni <t il 
non aver considerata e definita e posta nelle basi 
del sistema dell' uomo la nemicizia scambievole 
della ragione e della natura ». Con quella inimi- 



i Pen8. I 177. 

1 Ibid.,' 1,' 93. Cfr. 132-3, 106-7, 226-7. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 115 

cizia (egli continua) e: si rischiarano e determi- 
nano e risolvono infiniti misteri e problemi nell'or- 
dine e composto delle cose umane. Ma confondendo 
la ragione colla natura, il vero col bello, i pro- 
gressi dell' intelligenza coi progressi della felicità 
e col perfezionamento delP uomo, le nozioni e la 
natura deir utile, il fine o scopo deir intelligenza, 
eh' è la verità, col fine e scopo vero deir uomo e 
della natura sua ec, non si viene mai a capo di 
deciferare il mistero deir uomo e di accordare le 
infinite contraddizioni che par che s' incontrino 
in questa principalissima parte del sistema uni- 
versale, cioè in quella che riguarda la nostra 
specie a. 1 

Qui dunque era il suo fondamento. Pur filo- 
sofando, egli intendeva mostrare i danni che dalla 
ragione, e segnatamente dalla filosofia degli ul- 
timi secoli, erano venuti all' uomo. Intendeva so- 
prattutto difendere quanto fosse rimasto ancor 
vivo, e risuscitare quanto in così miseri tempi 
potesse rivivere di queir antica e poetica coscienza 
del mondo, oppressa dalla coscienza moderna così 
funesta alle persone individue e a tutta l'umana 
famiglia. Occorreva, insomma, restaurare, come e 
fin dove fosse possibile, i diritti della natura : som- 
mettere alle sue leggi ogni altra forza che, nel corso 
dei secoli, con danno immenso d' ogni cosa, si era 
venuta sostituendo a quelle. Ma tali idee si pote- 



Pens., I, 402 (20 novembre 1820). 



116 CAPITOLO IV. 



vano accordare con quel cristianesimo, di cui si 
professava sempre fedele seguace? E se mai ne 
fosse sorto il dubbio in altri, come avrebbe egli 
potuto dimostrarne raccordo? 

Degno di particolare attenzione è questo punto 
di sua storia ; perchè il conflitto tra la religione 
e la filosofia, come in tutti i più gentili spiriti dei 
nostri tempi, così anche nel nostro autore, assumeva 
qualità e forme corrispondenti alle loro partico- 
lari condizioni. Ora a lui, come tutti sanno, fu data 
educazione strettamente religiosa; né gli manca- 
rono i precetti e gli esempi di assoluta intolleranza 
in siffatta materia. Poi, sino ad una certa età, egli 
crebbe colla persuasione di essere destinato a com- 
piere qualche opera egregia a gloria della fede cri- 
stiana. Chierichetto adolescente, si esercitò nella 
sacra eloquenza, e, secondando insieme il voler 
proprio e quello di Monaldo, era stato, come più 
specialmente si vede dai suoi lavori intorno ai 
Padri della Chiesa e dal Saggio sopra gli errori po- 
polari degli antichi, il teologo, Y apologista e lo sto- 
rico del cristianesimo: un vero campione di Santa 
Chiesa. Diede perfino l'esempio di atteggiarsi quasi 
a martire della fede, quando al temuto ce appres- 
samento della morte » (come sappiamo dalla sua 
Cantica), fece olocausto delle sue speranze e di 
tutto se stesso al Dio che gliela mandava! 

Ma poi, quanto mutato da quello ! Primamente 
a cagione del suo amore ognor più forte alla vita 
antica, la sua fede, non certo vinta d' un tratto, 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 117 

pure dovette poter sempre meno su lui ; e se an- 
cor vera innanzi alla ragione, non più bella, come 
prima, al cuore e alla fantasia. Poi, cominciando 
a ribellarsi alla doppia tirannia domestica ed estra- 
nea, onde sentiva oppresso anche il proprio pen- 
siero, era naturale che la religione medesima egli 
considerasse come uno strumento di tortura in 
mano dei suoi tiranni. Più tardi, e sempre in gra- 
zia della religione, doveva sentir biasimate le idee 
a lui più care; e quel biasimo, partecipato col 
tempo anche da molti suoi ammiratori ed amici 
che s' impromettevano grandi cose dal nuovo con- 
nubio della scienza e della fede, gli riuscì ancor 
più amaro negli ultimi suoi anni, quando parvegli 
quasi che il secolo insorgesse contro lui, ed egli 
avesse dovuto finire insultato e insultando. 

Non so davvero se fra i ribelli moderni ce ne 
sia stato un altro così cristiano da principio, e 
poi così anticristiano sino alla fine ; un altro che, 
come il Leopardi, abbia parlato del cristianesimo 
nell'amore, nel dubbio e nell'odio; per ragioni 
di arte, di scienza e di vita ; a difesa e ad offesa ; 
in ogni sua disposizione di animo e in ogni più 
vivace momento del suo pensiero. Così avviene 
che, quando e come ei ne ragioni, la sua parola 
è sempre segno delle più intime condizioni dello 
spirito; si trae con sé i palpiti del cuore pro- 
fondo; e spesso, a noi intenti a scoprire il segreto 
dell'animo suo, rivela improvvisamente anche il 
segreto nostro. 



118 CAPITOLO IV. 



Premesso questo cenno generale, torniamo ora 
alla interrogazione fatta poco avanti : Come dun- 
que il Leopardi cercò di conciliare la sua filosofia 
col cristianesimo? Si badi che, al tempo in cui 
siamo della sua storia, egli, quantunque già fer- 
vido alunno dei Greci e dei Latini, pur credeva 
ancora con tutta sincerità che quel suo pagane- 
simo, e in ispecie quel naturalismo che aveva in 
esso la sua fonte, potesse crescer luce alla verità 
della religione: ce La natura», egli diceva, «è 
grande, la ragione è piccola e nemica di quelle 
grandi azioni che la natura ispira. Questa nimi- 
cizia di queste due gran madri delle cose non è 
stata accordata se non dalla religione, la qual 
sola, proponendo l'amore delle cose invisibili, di 
Dio, ec. e la speranza di premio nella vita fu- 
tura, ha conciliato con mirabile armonia la gran- 
dezza, generosità, sublimità, apparente pazzia delle 
azioni (come son quelle dei martiri, il distacco dai 
beni terreni, dai parenti, dalla patria, ec, il di- 
sprezzo della morte, il sacrifizio de' piaceri e di 
tutto air amor di Dio, al dovere, ec.) colla ra- 
gione: armonia che fuor della religione non si 
può trovare se non a parole.... ». 1 

In questo brano c'è in germe un'idea che l'au- 
tore ha largamente svolto in molti altri suoi luo- 
ghi. Come si vede, ingegnoso è l'accordo ch'ei 
tenta fra le due grandi nemiche, coli' opera della 



1 Pens., I, 132-133. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 119 

religione. Ma potrà all'ultimo rimanerne soddisfat- 
to? Certamente, per la religione dovevano essere 
sublimi quelle idee e quegli affetti che ispirava ella 
medesima, e che senza di lei sarebbero stati presi 
per pazzie; ma non si poteva dire lo stesso delle 
altre idee e degli altri sentimenti che gli eroi del 
cristianesimo avevano disprezzati, dell' amor di 
patria, per esempio, che il Leopardi metteva ap- 
punto tra quelle cose avute in dispregio. 

La fede, dunque, pure operando la bramata con- 
ciliazione fra le due nemiche e facendo giudicar 
belle alla ragione le apparenti follie dei martiri cri- 
stiani, non poteva includere in tale accordo, o al- 
meno non includer vele incondizionatamente, quelle 
tali idee nelle quali essa non aveva parte. 1 Per con- 
seguenza, mentre le idee della prima specie erano 
riconosciute vere dalla ragione, quelle della se- 
conda continuavano ad essere mere illusioni. Ma 
tale disparità, se grande per altri, era nulla per 
il nostro filosofo che le illusioni considerava « come 
cosa in certo modo reale, stante eh' elle sono ingre- 
dienti essenziali del sistema della natura umana ». 2 
S' intende dunque benissimo come, per alcun tempo, 
egli si avvisasse di conciliare la sua filosofia col 
cristianesimo, e così giudicasse, per esempio, « la 
costanza dei trecento alle Termopile.... similissima 
anzi egualissima a quella dei martiri ». 3 



1 Pena., I, 133. 
« Ibid., I, 157. 
8 Ibid., I, 146. 



120 CAPITOLO IV. 



IV. 

Lasciando i molti altri esempi di simili ragio- 
namenti, dirò che di quel complesso d'idee che 
s'era venuto facendo intorno alla vita e al mondo, 
il Leopardi tenta ora una particolare concordanza 
con tutti i dommi della religione ebraico-cristiana; 
e, con le prove allegate in una lunga serie di pen- 
sieri, viene a fare come un breve trattato sull'ar- 
gomento. Ecco alcuni dei punti principali : « La 
natura è lo stesso che Dio. Quanto più attribui- 
sco alla natura, tanto più a Dio: quanto più tolgo 
alla ragione, tanto più alla creatura. Quanto più 
esalto e predico la natura, tanto più Dio ». x Con 
queste ed attrettali sentenze, ei s' immagina di es- 
sere nel vero, e amico della religione più di co- 
loro che, « attribuendo tutto o quasi tutto alla 
ragione, fanno dipendere la massima e principal 
parte dell'ordine umano e universale dalle facoltà 
della creatura ». 2 Ma un Dio che fosse tutt'uno 
colla natura, poteva essere mai lo stesso Dio del- 
l' antico e del nuovo Testamento, cioè quello stesso 
creatore del mondo, padrone, come di averlo fatto, 
così di annientarlo? Derivato da ben altre fonti, 
e venuto svolgendosi sotto ben altri influssi, il 
naturalismo leopardiano, pur assumendo qua e là 
forme e nomi biblici, rimaneva, nella sostanza, 

1 Pena., I, 441 (9-15 dicembre 1820). 
1 Ibid., I, 441. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 121 

fedele alle sue origini, e quindi essenzialmente 
contrario a quelle credenze con cui l'autore bra- 
mava di accordarlo. 

E ne abbiamo una più chiara prova in ciò che, 
seguitando, scrive: « Io ammetto, anzi sostengo, la 
corruzione dell'uomo e il suo decadimento dallo 
stato primitivo, stato di felicità ; come appunto fa 
il cristianesimo. S'io dico che l'uomo fu corrotto 
dall'abuso della ragione, dal sapere e dalla so- 
cietà, questi sono i mezzi o le cagioni secondarie 
della corruzione e non tolgono che la causa ori- 
ginale non sia stato il peccato. Io non credo che 
nessuna vera e soda ragion di fede provi la scienza 
infusa in Adamo. S'egli ebbe subito un linguag- 
gio, si può stimare ed è ben verosimile che n'ab- 
biano anche le bestie, per servire a quella tal so- 
cietà di cui abbisognano; a quella che sarebbe 
convenuta anche all'uomo nello stato primitivo, 
come conviene alle bestie che sono ancora in esso 
stato; a quella che Dio volle indicare, e non al- 
tro, quando disse: Non est bonum esse hominem 
solum: faciamus ei adiutorium simile sibi (Genesi, 
II, 18); a quella della quale ho detto bastante- 
mente altrove. 

» E con tutto ciò le bestie non hanno scienza 
infusa e dalla Genesi non risulta niente di que- 
sto, riguardo ad Adamo, anzi il contrario. Giac- 
ché, qualunque cosa si voglia intendere per 1' al- 
bero della scienza del bene e del male, è certo 
che il solo comando che Dio diede all' uomo dopo 



122 CAPITOLO IV. 



di averlo posto in paradiso voluptalis (Genesi, II, 
8, 15, 23, 24).... fu: De Ugno autem scientice boni 
et mali ne comedas: in quocumque enim die come- 
deris ex eo, morie morieris (Genesi, II, 17). Non 
è questo un interdir chiaramente all' uomo il sa- 
pere? un voler, porre soprattutte le altre cose 
(giacché questo fu il solo comando o divieto) un 
ostacolo agli incrementi della ragione...? » 1 

Or, se poco avanti il Dio della Bibbia si con- 
fondeva colla stessa natura, qui l'uomo cessa di 
essere la creatura privilegiata, il sovrano di tutti 
i viventi. Non m'indugerò a mostrare come, ac- 
cortosi evidentemente di questa implicita conse- 
seguenza, non conciliabile con l' espressa sentenza 
della Sacra Scrittura, l'autore s'ingegni di atte- 
nuarne T effetto con qualcuna di quelle giunte on- 
d' egli soleva compiere o correggere i pensieri pre- 
cedenti. 2 Dirò- piuttosto che ragionando dell'origine 
delle umane cognizioni, egli si fonda sulle dot- 
trine di quegli stessi « moderni ideologisti », a 
cui anche qui accenna : 3 dottrine che, se ora gli 
servono alla conciliazione del suo sistema col cri- 
stianesimo, saranno fra poco le premesse di ben al- 
tre conseguenze. Del resto, quella ideologia, presso 
i molti che ancora la seguivano in Francia e in 
Italia, era solita di vivere in pace colle credenze 
cristiane. Qui però comincia a discordarne manife- 



1 Pem., I, 441-442. 

1 Vedi ad esempio : ibid., I, 468 e segg. 

8 Ibid., I, SII ; e 472 : e Moderni ideologi ». 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE ». 123 

stamente per quel trarre che Y autore fa della pa- 
rola biblica a tutt' altra sentenza che quella non 
contenesse. 

Ma ciò che a lui più importava di mettere in 
rilievo, era che, se Adamo cadde per aver abu- 
sato della ragione, non per questo ne ebbero a 
patire le facoltà ond' era stato dotato. Che « anzi, 
dopo il peceato e mediante il peccato, Y uomo ebbe 
l'intelletto rischiaratissimo, acquistò la scienza 
del bene e del male e divenne effettivamente per 
questa, quasi unus ex nobis a. 1 Se non che quella 
maggiore grandezza non fu acquistata che a prezzo 
di un eterno infortunio. Si direbbe che il Leo- 
pardi, anticipando qui la rappresentazione che 
doveva farne nel dialogo dianzi citato, per poco 
non vedesse in Adamo quell'anima a cui la Natura, 
col dotarla di facoltà straordinarie, presagiva non 
meno straordinarie sventure. Insomma l'uomo « re- 
stò più sapiente assai di quando era stato creato » ; 2 
perchè Iddio volle trarre cagione dalla facoltà pec- 
catrice, per infliggergli un supplizio che consi- 
stesse nelle ulteriori audacie di tale facoltà: da 
essa il male; nel suo stesso perfezionamento la 
sua punizione. 3 

Ed ecco che al concetto della felicità terrena, 
tutto proprio del perduto stato primitivo, sotten- 
trò quello di una felicità in una vita ulteriore, 
tutto proprio del cristianesimo, il quale se ce sup- 



1 Pena., I, 467. * Ibid., I, 444. 3 Ibid., I, 448-449. 



124 CAPITOLO IY. 



pone essenzialmente l'infelicità di questa vita», 1 
fayorisce infinitamente la natura ed « appaga la no- 
stra immaginazione coli' idea dell'infinito, ec. ». 2 
Se non che la nuova religione ristorò solo in parte 
gli uomini dei danni cagionati loro dal perir della 
vita antica : dico solo in parte, perchè quelle virtù, 
quelle illusioni, quella felicità della vita pagana 
spenta allora o vicina a spegnersi, era incompara- 
bilmente maggiore dell'altra che veniva a sosti- 
tuirla. Ed è questa, chi ben noti, l'idea che qui fini- 
sce sempre col prevalere su tutte le altre, quella da 
cui il Leopardi era primamente partito, ed a cui da 
ogni punto, vicino o remoto, costantemente ritorna. 
La vita antica era stata assai più prossima a 
natura che non potesse mai esserle quella inco- 
minciata colla nuova fede. Notevolissime nel pre- 
sente soggetto queste parole : « Le religioni an- 
tiche pertanto.... conferivano senza dubbio alla 
felicità temporale molto più di quello che possa 
fare il cristianesimo; perchè, contenendo un mag- 
gior numero e più importante di credenze natu- 
rali, fondate sopra una più estesa e più profonda 
ignoranza, tenevano l'uomo più vicino allo stato 
naturale: erano insomma più conformi alla natura 
e minor parte davano alla ragione ». 8 Qui, con- 
frontando il cristianesimo con tutte le religioni 
antiche, non esclusa, 1' ebraica, il Leopardi cer- 
cava nel primo periodo della sua religione mede- 



1 Pena., 1,449. « Ibid., I, 450. 8 Ibid., 1, 459-60. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 125 

sima non tanto quelle verità rivelate onde essa 
dovea parergli Tunica fede vera, quanto quelle 
tradizioni e immaginazioni che facessero testimo- 
nianza di uno stato umano diversissimo dal pre- 
sente. Per tal rispetto egli non temeva di consi- 
derar le religioni antiche come costituenti nel 
loro complesso Y uno dei termini di un paragone, 
in cui l'altro fosse rappresentato dalla religione 
cristiana; perchè, secondo lui, era maggiore affi- 
nità tra quelle che non tra tutt' esse insieme, da 
una parte, e il cristianesimo, dall'altra. 

Qui sarebbe inopportuno il cercare se e quanto 
codeste opinioni fossero erronee storicamente e 
teologicamente: ciò che al mio fine più importa 
è, che soltanto con esse si potrà intendere appieno 
quella specie di poesia a cui appartengono YInno 
ai Patriarchi e gli altri dello stesso genere, ideati 
o abbozzati : poesia sostanzialmente diversa da 
quella di ogni altro moderno, alla quale parrebbe 
più potersi rassomigliare. 

Da tutto ciò che si è detto per lo innanzi è 
facile intendere in che egli facesse consistere, e 
con quali criteri tentasse la conciliazione del suo 
sistema col cristianesimo. Ei non argomentava già 
come il teologo che nei fatti della scienza e della 
storia veda la riprova della sua fede; bensì come 
il filosofo che la riprova delle sue idee cerchi nelle 
cose della stessa religione, considerata principal- 
mente come un grande fatto storico. Procedeva egli 
dunque in maniera contraria a quella tenuta da 



126 CAPITOLO IV. 



altri moderni promotori deir accordo tra la scienza 
e la fede, ai quali suole essere non felicemente 
paragonato dai critici che non hanno avvertito 
quell'enorme differenza. Certo, la sua fede non 
era ancor interamente morta; spesso, anzi, tor- 
nava ad essergli ispiratrice di pensieri e parole 
sublimi. 

E anche gli suggeriva ingegnosi argomenti a 
difesa dei suoi dommi. Incominciando da quei pri- 
missimi argomenti, coi quali dall'opposta condi- 
zione degli uomini e dei bruti inferiva 1' immor- 
talità dell'anima, 1 e venendo a quegli altri onde 
« la filosofia indipendente dalla religione, in so- 
stanza, non è altro che la dottrina della scelle- 
raggine ragionata » ; * e poi, giungendo alle sen- 
tenze prettamente cristiane che ricorrono e nello 
stesso discorso di sopra esaminato e in altri po- 
steriori, si può molto facilmente dimostrare come 
quella fede perdurasse, o ad intervalli più o men 
brevi si rifacesse delle toccate sconfitte. Ma se 
sarebbe errore il prescindere affatto da tali te- 
stimonianze, per badare soltanto a quelle d'indole 
opposta, che ci danno un Leopardi intento a so- 
stituire alla religione una filosofia tutta propria; 
non è stato meno erroneo l'aver visto nel loro 
doppio e contrario ordine non altro che un alto 
e basso di nervi. Più giusto, anzi giusto sarebbe 
soltanto il cercarne il valore relativo, la forza sem- 

1 Pens., I, 138 e segg. 

1 Ibid., I, 235 (16 giugno 1820). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 127 

pre minore delle prime e quella ognor crescente 
delle seconde, e, soprattutto, il confrontar poi le 
particolari e sia pur contradittorie sentenze con 
quelle idee generali e con quei criteri e abiti 
mentali più costanti, da cui prende sempre va- 
lore tutto il resto. 

Così procedendo, s' intenderà la decrescente ef- 
ficacia del sentimento religioso sul Leopardi; il 
quale, nelle sue considerazioni storiche e filosofi- 
che, fondavasi sopra idee come queste : Che « il cri- 
stianesimo, senza perciò fargli nessun torto, ha per 
un verso effettivamente peggiorato gli uomini » ; 1 
« Che la barbarie cupa ed oscura e vilmente e 
stranamente crudele de' bassi tempi non proveniva 
solamente dall' ignoranza, ma da questa mescolata 
alla religion cristiana » ; 2 Che la stessa religione ha 
« reso l'uomo inattivo e ridottolo invece ad esser 
contemplativo, e per conseguenza [essa è] .... favo- 
revole al dispotismo, non per principio (perchè il 
cristianesimo né loda la tirannia né vieta di com- 
batterla o di fuggirla o d' impedirla) ma per con- 
seguenza materiale; perchè, se l'uomo considera 
questa terra come un esilio e non ha cura se non 
di una patria situata nell' altro mondo, che gì' im- 
porta della tirannia? ». 3 Or quale di cotesti difetti, 
anzi qual mai difetto di sorta potrebbe un vero 
credente attribuire alla sua religione? L'ascriver- 
gliene pur uno, non sarebbe già negarle l'origine 

1 Pena., I, 191. * Ibid., I, 240. 

8 Ibid., I, 344-5 (29 settembre 1820). 



128 CAPITOLO 1Y. 



divina ? E quello stesso peggioramento umano, che 
le si apponeva nel primo dei luoghi citati, non 
basterebbe di per sé solo a mostrarci la preferenza 
del nostro filosofo ad una condizione civile ante- 
riore e opposta a quella introdotta nella vita dal 
cristianesimo ? 

Ma già, da qualche anno avanti, egli aveva ne- 
gata quella somiglianza o parentela tra certe idee 
cristiane e le illusioni naturali, ch'era fondamento 
alla tentata conciliazione della fede colla sua filo- 
sofia. Aveva detto: ce Per le grandi azioni, che la 
maggior parte non possono provenire se non da 
illusione, non basta ordinariamente V inganno della 
fantasia, come sarebbe quello di un filosofo, e 
come sono le illusioni de' nostri giorni tanto scarsi 
di grandi fatti, ma si richiede l'inganno della ra- 
gione, come presso gli antichi *. 4 Or ciò che qui 
affermava delle illusioni del tempo moderno, aveva 
poco avanti affermato delle illusioni ispirate dalla 
religione; di che seguiva che le seconde dovevano 
essere non meno imperfette delle prime, perchè 
non meno scompagnate da quell'inganno della 
stessa ragione, senza cui la vera felicità dello spi- 
rito era addirittura impossibile. Questi ed altri nu- 
merosi esempi, che qui potrei allegare, provano 
come, ancor prima d'imprendere quella concilia- 
zione, il Leopardi, pur senza volerlo espressamente, 
avesse incominciato a sottoporre ad analisi tutti 



1 Pena., I, 216 (26 marzo 1820). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 129 

i fatti della vita e della storia. In quel tentativo 
poi fece della stessa fede religiosa un esame, il 
cui risultato mi è parso contrario agli effetti che 
se ne imprometteva. 

Ciò che della religione gli fosse rimasto ancor 
vivo, non poteva più avere su lui un'efficacia 
grande, e certo non eguale a quella delle sue 
sempre più ardite speculazioni. Oramai le cime 
del suo pensiero aveva conquistate quell'uomo 
nuovo che, educato agi' incomparabili esempi della 
virtù e dell'arte antica, era tutto inteso a pene- 
trare nei segreti della natura, ammirata da lui 
principalmente in quegli esempi medesimi. E poi- 
ché, quanto all' impaganirsi del suo spirito, ho più 
innanzi confrontato il Leopardi ai nostri sommi 
umanisti, ben si può estendere il paragone a quelle 
loro contradizioni intime, per cui il cristiano, pure 
continuando in essi a reputarsi padrone del campo, 
spesso lo cedeva di fatto al filosofo e al classici- 
sta, dai quali più veramente procedevano i più 
forti moti della mente e dell' animo. Tale, al tempo 
di cui qui si discorre, era la condizione del no- 
stro autore ; e tale continuò ad essere fino a che 
la fede, morta per sempre, non fu più ricordata 
se non con intendimenti tutt' altro phe benevoli. 

Intanto, pur con tutta sincerità, egli, nei pre- 
senti discorsi, la costringeva a fare testimonianza 
di quel naturalismo da cui sempre movevano e a 
cui sempre ritornavano le sue idee. Nella religione 
egli trovava piuttosto le immagini della verità che 

ZtTMBINI. 9 



130 CAPITOLO IV. 



la stessa verità effettiva. Come più tardi, scrivendo 
la Storia del genere umano, adombrò i suoi pen- 
sieri nelle leggende mitologiche, così può dirsi che 
qui li adombri in quelle della Bibbia, e che ciò 
ch'egli più propriamente cerchi, siano le dottrine 
nascoste nelle une e nelle altre. Perchè tali leg- 
gende non dovevano esser per lui gran fatto di- 
verse da quante altre immaginazioni di qualsivo- 
glia natura fossero mai state adoperate a significare 
i medesimi concetti: non diverse, per arrecarne 
un nuovo esempio, dalla favola di Psiche, la quale 
in uno di questi Pensieri ei commenta nel senso me- 
desimo. 1 Incominciando quella conciliazione della 
sua filosofia colla fede, aveva detto : « Il mio si- 
stema intorno alle cose ed agli uomini e T attri- 
buir ch'io fo tutto o quasi tutto alla natura, e 
pochissimo o nulla alla ragione, ossia all'opera 
dell'uomo o della creatura, non si oppone al cri- 
stianesimo ». 2 Ma il vero è che, pur non ancora 
da lui voluta né sospettata, quella opposizione 
era innegabile. Certamente, fra breve la natura 
sarà per lui tutto assolutamente, senza più quel 
quasi. Ma, benché non ancora onnipotente, ella ri- 
porta qui un vero trionfo sul cristianesimo e sulle 
altre religioni di ogni tempo: le quali tanto fu- 
rono o sono di vantaggio o di danno alla vita, 
quanto più conformi o più contrarie alle leggi 
della gran madre. 

1 Pena., V, 89 (11 luglio 1823). 

« Ibid., I, 441 (9-;8 dicembre 1820). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 131 



V. 

Si è visto che dagli stessi antichi argomenti del 
suo pensiero il Leopardi s'ingegnava di risalire 
a quelle idee generali onde potesse costruire un 
sistema tutto suo : così, movendo dal contrasto che 
facevano in lui la grandezza e la miseria presente, 
e sempre più spaziando colla mente, egli giunse, 
non impedito neanche dalla fede nativa, alla glori- 
ficazione della natura. Vediamo ora come riesca 
ad un simile effetto prendendo le mosse da quelle 
indagini psicologiche, in cui s' era esercitato più 
precocemente e meglio che in qualunque altra spe- 
cie di studi. Meditando dunque la vita umana in 
tutte le sue parti, egli ritornava sempre più bra- 
mosamente a ficcar lo sguardo in quegli affetti che 
più T hanno in balìa, e in quegli abissi del cuore 
dove per poco non si smarriscono anche gli spiriti 
più arditi. E quanta novità di osservazioni sopra i 
fatti d' indole morale, 1 e, in particolare, suir invi- 
dia, 2 sulla speranza, 3 sulla compassione 4 e sulle 
condizioni e qualità più proprie di quello stato 
giovanile che fu sempre in cima dei suoi pensieri! 5 
Non so poi se altro scrittor nostro abbia mai così 
lodato il coraggio come egli fece, e con altrettanta 
originalità e costanza di osservazioni dimostratane 



1 Pens., I, 183-4. 8 Ibid., 1, 148. 3 Ibid., 1, 195. 

* Ibid , I, 330 (9 settembre 1820). 

6 Ibid., I, 377, 384 (3 e 10 novembre 1820). 



132 CAPITOLO IV. 



l'efficacia sulla felicità della vita umana e sul de- 
stino degl'individui e dei popoli. 1 

Ancor più notevoli per se stesse e per le re- 
lazioni che hanno con tutti gli altri punti della 
filosofia leopardiana, sono le indagini intorno al- 
l'amor proprio. La natura, facendo l'uomo, gì' in- 
fondeva un amore dell' esistenza così invitto e co- 
stante, che ci sarebbe impossibile pur di concepire 
l'una senza l'altro. Conseguenze non meno certe 
dell'amor proprio sono l'amor del piacere, l'amore 
dell'infinito e di tanti altri affetti e disposizioni 
dell' animo umano, che a torto i filosofi sogliono 
spiegare con cagioni diverse da quella, che sola 
è vera. 2 Or quanto al piacere, si noti eh' esso è 
tutt'uno con la felicità che l'uomo, come ogni al- 
tro vivente, desidera sempre essenzialmente ed a 
cui unicamente mira. Se non che quel desiderio 
invitto, non avendo limiti né per durata, né per 
estensione, non può mai aver fine e soddisfazione 
intera in alcuno dei piaceri o beni della vita, i 
quali sono tutti limitati e circoscritti. 

Di che si arguisce facilmente che il piacere è 
cosa vanissima sempre, e che tal vanità deriva non 
tanto dalle sue qualità in sé considerate, quanto 
dal contrasto fra le tendenze ingenite dell' uomo 
e le cose tutte del mondo. E si può giungere per- 
sino alla conseguenza che, in tanta opposizione di 



1 Pena., I, 144-5; e in moltissimi altri luoghi. 

2 Ibid., I, 288 (luglio 1820). Cfr. sul Piacere, 1, 166; II, 90; 
III, 299, 408. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 133 

termini, qualsivoglia piacere è misto inevitabil- 
mente del suo contrario, cioè di dispiacere. 1 Tut- 
tavia, quasi a compenso delle irrequietezze e delle 
angosce ond'è oppresso il nostro spirito, volle 
natura dotarci di una facoltà immaginativa, la quale, 
potendo di per sé sola quello che le altre nostre 
disposizioni o tendenze non possono, si figura in- 
finiti di numero, di durata e di estensione i pia- 
ceri e i beni della vita; se ne figura persino di 
tali che non sono mai esistiti o eh' eccedono d' im- 
menso intervallo ogni possibilità umana. In so- 
stanza, essa è la nutrice di quelle illusioni che 
sole possono far bello il vivere dei mortali. 2 

Pure non intenderà appieno il concetto leo- 
pardiano, chi non faccia la debita attenzione a 
questa sentenza : ce che la natura ha voluto che 
l'immaginazione non fosse considerata dall'uomo 
come tale, cioè non ha voluto che 1' uomo la con- 
siderasse come facoltà ingannatrice, ma la con- 
fondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse 
i sogni dell' immaginazione per cose reali e quindi 
fosse animato dall'immaginario come dal vero, anzi 
più, perchè V immaginario ha forze più naturali e 
la natura è sempre superiore alla ragione ». 3 Or 
questo significa che l'immaginazione era destinata 
ad essere, come fu veramente nei primi periodi 
della storia umana, una facoltà dominatrice di 
tutta la vita. 



1 Pem., I, 273. * Ibid., I, 274. » Ibid., I, 275. 



434 CAPITOLO IV. 



E veramente, in quelle sue prime condizioni, 
la maraviglia dev'essere stata ordinarissima al- 
l'uomo e capace di riempirgli l'anima; 1 mentre 
oggi quella così stupenda facoltà, non più sorretta, 
anzi combattuta dalla facoltà conoscitrice, è quasi 
T ombra di se medesima. Ai moderni non è più 
dato illudersi, se non volendolo espressamente, 
e soltanto fino a un certo punto e sotto certe 
condizioni ; e le loro illusioni sono sempre imper- 
fette e fugaci, non potendo quelli non essere con- 
sapevoli del vero stato delle cose umane. Se ho 
bene interpretato il pensiero del nostro autore, 
le stesse illusioni che noi moderni presumiamo 
venirci dalla contemplazione immediata della na- 
tura, crederei poter paragonare a quelle che su- 
scita in noi una perfetta opera di arte, e per le quali 
il nostro spirito ondeggia incerto tra la scena 
reale della vita e quella figurata dal poeta. 

Le illusioni di tal sorta, per quanto dilettevoli, 
non possono reggere al confronto di quelle altre 
illusioni naturali, scevre d'ogni consapevolezza e 
quasi non meno salde che le cose reali. A questo 
punto si noti che, presso il nostro autore, come 
la facoltà immaginativa era tanta parte del suo 
spirito, così non cessò mai di essere il precipuo 
soggetto di ogni sua indagine psicologica ; e vorrei 
inferirne che, senza uno studio degli effetti prodotti 
da essa su lui, come poeta, e di quegli altri ch'egli 



1 Pena., I, 280. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 435 

stesso, come filosofo, le attribuisce in tutti i fatti 
della vita, non intenderemmo appieno ciò eh' è di 
più importante nel pensiero e nell'arte sua. Ma 
intanto, qui, rappresentando gl'infiniti pregi del- 
l'immaginazione, egli viene a sciogliere come un 
altro inno alla Natura: a lei che dispiegò tutto 
il suo divino potere presso quegli antichi popoli 
privilegiati ; a lei, animatrice di quel paganesimo 
eh' è la più vasta orma eh' ella abbia stampato di 
sé nella storia umana! 



PARTE SECONDA. 



I. 



Cercando con sempre crescente ardore i fini 
e gli ordini della natura in tutte le parti della 
vita, il Leopardi li trova manifesti anche nelle 
condizioni delle società umane, e, come in altri 
argomenti, così in questo, i pensieri brevi e stac- 
cati alterna coi lunghi e compiuti discorsi. In uno 
di questi egli ragiona delle varie forme di governo 
che o conosciamo dalla storia, o potremmo senza 
difficoltà concepire come esistite o esistenti; 1 e 
anche in tal proposito, egli è tutto inteso a di- 
mostrare come la ragione, la scienza e V arte re- 
stino sempre inferiori alla natura. Ei non cerca 



1 Pena., II, 53-80 (22-31 gennaio 1821). 



436 CAPITOLO IV. 



già, come potrebbe sembrare da principio, che 
le sue speculazioni intorno alle supreme cagioni 
delle cose debbano riuscire a vantaggio della 
scienza di governo ; ma, invece, che questa som- 
ministri novelle prove in favore di quelle. Così, 
coir esame dei vari ordini politici e civili d' ogni 
tempo, egli sperava crescer luce a quella condi- 
zione contraria e incomparabilmente più lieta, che 
la mente, se libera dai pregiudizi dei dotti e de- 
gli indotti, scorge di là dai tempi storici e va- 
gheggia come fulgida aurora cui fosser seguiti 
nembi e tempeste. 

Parallelo a questo potremmo dire un altro di- 
scorso, posteriore di soli due mesi. 1 In esso cam- 
peggia r idea « che la natura non può nel suo 
primitivo disegno aver considerata né ordinata 
altra società nella specie umana, se non simile 
più o meno a quella che ha posta in altre specie, 
vale a dire una società accidentale e nata e for- 
mata dalla passeggera identità d' interessi e sciolta 
col mancare di questa ; ovvero durevole, ma lassa 
o vogliam dir larga e poco ristretta, cioè di tal 
natura che, giovando agli interessi di ciascuno in- 
dividuo in quello che hanno tutti di comune, non 
pregiudichi agli interessi o inclinazioni particolari 
in quello che si oppongono ai generali ». 2 Dun- 
que, più la società è venuta restringendosi e 
prendendo norme contrarie a quelle prime, « più 

1 Pens., II, 232-70 (30 marzo-6 aprile 1821). 
* Ibid., II, 232-33. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 137 

è mancato il suo scopo, cioè il ben comune e il 
suo mezzo, cioè la cospirazione di ciascuno indi- 
viduo al detto fine d. 1 Se non che, questo secondo 
ragionamento, informato allo stesso principio del 
primo, riesce ben presto ad un ampio paragone 
fra gli antichi e i moderni, che direbbesi il vero 
e proprio scopo deir autore. Già, anche nel primo, 
era un accenno allo « stato delle repubbliche gre- 
che fino alle guerre persiane, della romana fino 
alle puniche » ; 2 stato ancora favorevolissimo alle 
illusioni e all'entusiasmo, e quindi capace di quella 
gloria e felicità che non hanno pari nella storia. 
Con tale accenno intendeva il Leopardi affer- 
mare ancora una vòlta Y accordo fra i suoi anti- 
chi ideali storici ed il suo naturalismo che ci parve 
da quelli aver tratto V origine. Or ciò che colà 
era quasi incidentale, qui è invece la precipua so- 
stanza del discorso, dove la superiorità degli an- 
tichi su' moderni ci si dimostra nelle sue qualità 
più notevoli. Così, Y amor proprio, inseparabile 
dall' uomo, e Y odio verso gli altri, inseparabile 
da esso amore, erano fonti di magnanimi senti- 
menti nei tempi remoti. Il primo si trasformava 
in amor di patria ; il secondo, in odio verso le al- 
tre società o nazioni. 3 ce Dovunque si è trovato 
amor vero di patria, si è trovato odio dello stra- 
niero ; dovunque lo straniero non si odia come 



1 Pena., II, 233. 
8 Ibid., II, 66. 
3 Ibid., II, 235-6. 



138 CAPITOLO IV. 



straniero, la patria non si ama». 1 Ma nelle so- 
cietà più o meno ristrette, come sono quelle ve- 
nute dopo, l'amor proprio si trasforma in egoismo, 
con tutte le conseguenze che ne derivano. 

Nulla poi è più dannoso di quell'amore univer- 
sale che ci è consigliato dal cristianesimo e dalla 
moderna filantropia. Molteplici, infine, le applica- 
zioni di tali principi alla vita dei popoli antichi e mo- 
derni, e alle guerre specialmente, così diverse dagli 
uni agli altri. Tuttavia, anche negli ultimi tempi, 
come, ad esempio, nella Rivoluzione francese, rico- 
nosce il Leopardi un tal quale risorgimento dei più 
generosi affetti umani. È vero che qui egli procede 
incerto e non senza cadere talvolta in qualche con- 
tradizione ; 2 ma, in ogni modo, riesce sempre a que- 
sta idea, che, pur se ricordata con un po' d' amore 
dopo tanti secoli d'ingrato oblio, la Natura non 
è avara dei suoi benefici ai degeneri figli, ed un 
solo suo alito basta a suscitare la vita fra le stesse 
rovine accumulate dalla civiltà sul cammino dei 
mortali ! 

Ma ciò che qui più importa, e senza cui non 
s' intenderebbe la poesia de' suoi primi periodi, è 
che nel nostro autore 1! ammirazione dello stato 
primitivo si accordava egregiamente con quella 
delle più gloriose civiltà antiche, e, in ispecie, 
della greca e della romana. Anzi, nei suoi di- 



1 Pena., II, 236. 

2 Si confrontino, ad esempio, questi luoghi: Pens., II, 
70-1, 260, 388. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 139 

scorsi, egli supponeva sempre tali civiltà essere 
state il più prezioso frutto dei germi contenuti 
in quella prima condizione umana : . concordanza 
ideale e storica che non è in tutti gli altri am- 
miratori di essa condizione, e certo non vi si trova 
mai, ch'io sappia, così rappresentata come nel Leo- 
pardi. La natura per lui, seguita a dovere, «ci 
somministra le illusioni che quando sono nel loro 
punto fanno un popolo veramente civile ; e certo 
nessuno chiamerà barbari i romani combattenti i 
cartaginesi né i greci alle Termopile, quantunque 
quei tempi fossero pieni di ardentissime illusioni, 
e pochissimo filosofici presso amendue ì popoli. Le 
illusioni sono in natura, inerenti al sistema del 
mondo.... La ragione è un lume: la natura vuol 
essere illuminata dalla ragione, non incendiata». 1 
Esse, dunque, nelle più gloriose età storiche 
non furono nemiche fra loro, come avvenne nelle 
età seguenti; dal temperamento, anzi, dell'una 
coir altra nacque la civiltà delle maggiori nazioni 
antiche. 2 Ed ecco perchè, « dopo lo stato precisa- 
mente naturale, il più felice possibile in questa 
vita è quello di una civiltà media, dove un certo 
equilibrio fra la ragione e la natura, una certa 
mezzana ignoranza mantengano quanto è possi- 
bile delle credenze ed errori naturali ». 3 Per sif- 
fatte idee erano egualmente paghi, nella stessa 



i p en s. I 107. 

8 Ibid.,' l/225 (7 giugno 1820). 

8 Ibid., I, 459. 



140 CAPITOLO IY. 



persona del Leopardi, 1' alunno dell' antichità e il 
nuovo filosofo che colle sue speculazioni veniva a 
dare un fondamento razionale all'amore del primo. 

Notate già da altri, e del resto evidentissime, 
sono le tracce del Rousseau nei componimenti del 
nostro autore; e queste meditazioni storiche ce 
ne porgono nuova e più chiara testimonianza. Né 
poteva essere altrimenti, chi consideri quali im- 
pressioni il Ginevrino, sempre così potente su gli 
animi più delicati, dovesse fare sul Recanatese, 
descrivendo uno stato di natura abbattuto dalle 
medesime cagioni onde questo più si doleva, e su- 
scitando colla sua parola quei diletti dell' imma- 
ginazione, che lo stesso aveva cari sopra ogni cosa. 
Tuttavia erano le dottrine leopardiane alquanto di- 
verse da quelle del Rousseau e di altri ammiratori 
dello stato primitivo. Questi, in generale, invol- 
gevano nella stessa condanna le civiltà antiche e 
le moderne; e le differenze, per quanto grandi, 
fra le une e le altre, nulla eran per essi al con- 
fronto di quella beata condizione di vita anteriore 
ad ogni storia. Il Leopardi, invece, facendo con- 
sistere la maggiore, anzi Y unica felicità nelle il- 
lusioni, poco o niente distingue, per tal rispetto, 
fra le condizioni di natura e quelle dei popoli an- 
tichi, appunto così ricchi di ameni e di forti er- 
rori, perchè non ribelli alle leggi della gran madre. 

In breve modificò queste sue teoriche ; e, giu- 
dicando la condizione dei popoli selvaggi, parmi 
dovesse dissentire anche in tal punto dal Gine- 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 141 

vrino. 1 Ma, lasciando tutto ciò, mi restringo ad 
un' osservazione necessaria al mio proposito : ed 
è che, né per questo, né per qualsiasi altro mu- 
tamento nelle predette dottrine, egli cessò mai di 
tenere nel massimo pregio le civiltà classiche. Si 
potrebbe dire che la sua personalità poetica 

Non fu dal vel del cuor giammai disciolta; 

cioè, non fu mai sciolta da quei vincoli, onde s' era 
legata coir antichità : una vera religione, anzi la 
sola che il nostro autore seguì sempre fino a che 
visse. A lui pareva, dunque, di poter ammirare 
senza fine la natura, tanto in quella supposta con- 
dizione primitiva dell'uomo, quanto nella storia 
dei popoli classici. Da lei, la beata innocenza del- 
l' una ; da lei, le magnifiche illusioni dell' altra. 
Regni intatta, per dir così, da ogni opera umana, 
o parli, come fece agli antichi, « senza svelarsi », 
ella è sempre unica benefattrice della vita; la quale 
oggi non è più felice appunto perchè disforme dal- 
l' una e dall' altra condizione. 

II. 

Di questo naturalismo leopardiano io non debbo 
far qui espresso discorso, né tanto meno giudicare 
il pregio intrinseco: dirò soltanto che, derivato 
in parte da quella coscienza pagana, che il nostro 



1 Pena., VI, 164-196 (25-30 ottobre 1823). 



142 CAPITOLO IV. 



autore reiterava in se medesimo, e in parte da 
dottrine moderne, esso, come aveva dominato in 
lui fin allora, seguitò a dominare nella sua mente, 
avvivandone ogni più notevole concezione. Lo ve- 
demmo trionfare nei domini delle religioni, nelle 
più intense aspirazioni del cuore umano e nella 
scienza del governo: assistiamo ora alle prove 
che il Leopardi stesso farà nel campo metafìsico, 
e lo rivedremo quasi glorioso superstite di molte 
battaglie. In che consistono dunque quelle prove ? 
Esse consistono nel riagitare le grandi quistioni 
intorno a Dio, all' anima, alla materia, allo spazio 
e al tempo, ec: quistioni che, riprese a intervalli 
più o men brevi, e spesso interrotte da pensieri 
intorno ad altri soggetti, sono però sempre trat- 
tate con vigore e coraggio ognor crescenti. Evi- 
dentemente il Leopardi aspirava ad una metafisica 
colla quale potesse unificare quel suo naturalismo 
poetico, e T una e P altro insieme con quella re- 
ligione cristiana che, per qualche tempo ancora, 
sperò di trarre in salvo da tante procelle dello 
spirito. 

In uno di questi discorsi metafisici intende di 
mostrar come la mente umana non possa, non che 
conoscere, ma neppure concepire alcuna cosa ol- 
tre i limiti della materia, né, di là da questa, im- 
maginarsi, con qualunque sforzo, una cosa diversa 
dal nulla: così, dicendo noi che P anima nostra è 
spirito, la lingua pronuncia il nome di questa so- 
stanza, ma la mente non se ne fa altra idea, se 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 143 

non eh' ella medesima ignora che cosa e quale essa 
sia. 1 In un altro discorso poi, eh' è come lo svol- 
gimento di questo, egli sostiene che, « se una 
cosa può essere in maniera a noi del tutto ignota 
e inconcepibile, anche può perire in maniera del 
tutto ignota e inconcepibile all'uomo...., perchè 
non è più difficile né inverisimile una tal maniera 
di perire che una tal maniera di essere...., una 
tal morte che una tale esistenza » . Che « se la sem- 
plicità è principio necessario d' immortalità, nean- 
che la materia può perire » ; perchè anche una sola 
delle menomissime parti, a cui si possa ridurre, sarà 
« tanto lontana dal nulla, quanto tutta la materia 
o qualunque altra cosa esistente, cioè tra essa e 
il nulla ci corre un divario e uno spazio infinito ». 2 
E anche nel secondo ragionamento si riesce alla 
conclusione del primo : che « fuori della espressa 
volontà e forza di un padrone dell'esistenza, non 
e' è ragione veruna perchè Y anima, o qualunque 
altra cosa, supposta anche e non ostante V imma- 
terialità, debba essere immortale ; non potendo noi 
discorrere in nessun modo della natura di quegli 
esseri che non possiamo concepire, e non avendo 
nessun possibile fondamento per attribuire ad un 
essere posto fuori della materia una proprietà piut- 
tosto che un'altra, una maniera di esistere, la 
semplicità o la composizione, V incorruttibilità o 
la corruttibilità ». 3 



1 Pena., II, 86 e seg. (4 febbraio 1821). 

* Ibid., II, 101-2 (9 febbraio 1821). » Ibid., II, 88. 



144 CAPITOLO IV. 



II criterio qui adoperato a risolvere la diffi- 
coltà, parmi, in fondo, quello stesso onde il Locke, 
giudicando tali questioni superiori, forse per sem- 
pre, air ingegno umano, ricorse air idea che la 
sola volontà e bontà del Creatore avesse potuto 
dare ad una sostanza, da esso medesimo scelta, 
la facoltà di pensare. 1 In ogni modo, cotesto pa- 
drone dell' esistenza non sarebbe egli stesso nella 
condizione di quegli enti immateriali che nep- 
pur possiam concepire colla mente, e di cui dun- 
que non ci è dato affermar nulla? Certo con 
quell'Essere supremo ci spieghiamo o piuttosto 
ammettiamo come possibile ciò che, senza esso, 
dovrebbe sembrarci del tutto assurdo; ma è forse 
altro che un'ipotesi, più o meno arbitraria, che 
quel padrone dell' esistenza esista egli medesimo ? 
A codesta formidabile interrogazione si direbbe 
schivasse il Leopardi per qualche tempo di ri- 
spondere, quasi non sentendosi per anco armato 
di tutto quel sapere e coraggio che gli sarebbe 
occorso a tale effetto ; ma, come vedremo, rispon- 
derà fra non molto. 

Nelle sue indagini gli risultavano sempre re- 
lative le idee del bello, del giusto e del bene. Or 
egli, aspirando all'assòluto e non potendone tro- 
var la ragione nell' ordine di questo mondo, crede 
necessario di riporla in un Essere dove personi- 
fichiamo quelle idee ; perchè, « se così non faces- 

1 Essai sur l'entendement humain, libro IV, cap. Ili, § 6, 
in (Euvres philosophiques. Paris, 1822-1825. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 145 



simo, neppure in lui avremmo trovato il confine 
delle cose e la ragione per cui questo o quello 
sia assolutamente buono o cattivo a. 1 E la conclu- 
sione del discorso è, che « noi proviamo l'idea 
dell'assoluto coli' idea di Dio e l'idea di Dio col- 
l'idea dell'assoluto. Iddio è l'unica prova delle 
nostre idee e le nostre idee l'unica prova di Dio ». 2 
Ma questo Iddio, o intraveduto, o ammesso, o dimo- 
strato ora con argomenti Lockiani, quali mi par- 
vero quelli addotti prima, ora con argomenti Car- 
tesiani, quali, ancor più manifestamente, sono gli 
ultimi, questo Iddio, appena trovato, si direbbe 
che il nostro filosofo lo allontanasse dal suo sguardo 
colle nuove speculazioni, che abbattevano la scala 
su cui. era faticosamente salito a quelle altezze, 
e col suo antico e costante sentimento pagano, 
così contrario a quello spiritualismo e a quelle 
astrazioni, in cui ora si profondava. 

In questa ultima disposizione d'animo scriveva: 
« Il formare il nostro Dio degli attributi che a noi 
paiono buoni, benché non lo siano che relativa- 
mente, è un' opinione meno assurda, ma della stessa 
natura, andamento, origine di quella che attri- 
buiva agli Dei figura e qualità e natura quasi del 
tutto umana ». Insomma, <r l'antica e la moderna 
divinità è parimente formata sulle idee puramente 
umane, benché diverse secondo i tempi ». 3 Chi co- 



1 Pena. Ili 174. 

« Ibid.,' Ili/ 175 (7 agosto 1821). 

8 Ibid., Ili, 178-9 (8 agosto 1821). 

Zuxbivi. 10 



146 CAPITOLO IV. 



nosca veramente il Leopardi, intenderà appieno 
com'egli, facendo e meno assurda » l'opinione cri- 
stiana, le anteponesse in cuor suo la pagana; e 
come anche le idee e puramente umane » dell' una 
e dell'altra credenza dovessero per lui essere 
state incomparabilmente migliori nel tempo antico, 
quando l'immaginazione e gli ameni errori eran 
tanta parte dell'uomo. In ogni modo, coli' origine 
che qui le si assegna, la « moderna divinità » po- 
trebbe esser mai la divinità di quella religione 
ch'ei voleva ancor mettere d'accordo colla sua 
filosofia ? 

Ma di queste e di altrettali difficoltà egli non 
si sgomenta. Se, o fondandosi sulle idee dello spi- 
rito e della materia espresse poco tempo avanti, 
o rigettando ogni idea innata e dimostrando, in- 
vece, come nulla preesista alle cose, né forme o 
idee, né necessità, né ragioni di essere, e di es- 
sere così o così, pareva precludersi ogni via alla 
meta prefissa, ecco che d'un tratto se ne apre 
una nuova. Con un ragionamento, eh' è forse il più 
sottile di quanti ne abbia fatti sino a qui, dimo- 
stra che, se nulla preesiste alle cose, e quindi 
neanche la necessità, preesiste sempre la possi- 
bilità. 1 Noi possiamo dunque ammettere un Dio 
come racchiudente in se stesso tutte le possibilità, 
ed esistente in tutti i modi possibili. Per un tal 
Dio ci spieghiamo i suoi rapporti colle sue crea- 

1 Pena., Ili, 269 e segg. (3 settembre 1821). Cfr. 285 (7 set- 
tembre 1821). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 147 

ture, e come egli possa averne altri affatto di- 
versi e contrari con altri ordini di cose a noi 
ignote. « Dunque l'infinita possibilità è Tunica cosa 
assoluta. EH' è necessaria, e preesiste alle cose. 
Quest'esistenza non l'ha che in Dio ».* 

Con queste e simili idee, spesso non sue, ma 
sempre trasformate a suo modo, credette il Leo- 
pardi si potessero <r facilmente accordare le parti in 
apparenza discordantissime e contraddittorie della 
religione cristiana ».* E ne adduce, tra le altre 
prove, quella deir essersi Dio rivelato quanto e 
come e sotto la forma che ha stimato conveniente, 
secondo le diverse circostanze delle sue creature : 
forma sempre vera, perchè egli esiste in tutti i 
modi possibili. 3 Lo stesso può dirsi a proposito 
della morale rivelata col Testamento nuovo, e così 
diversa da quella dell'antico. 4 Con maggior pre- 
cisione di concetti, ma sempre coir intento della 
conciliazione, da lì a poco soggiunge: « È forza 
convenire che Dio non solo è il tipo e la ragione, 
ma l'autore, la fonte, il padrone, l'arbitro della 
morale, e che questa e tutti i suoi principii più 
astratti nascono assolutamente, non dall'essenza, 
ma dalla volontà di Dio, che determina le con- 
venienze, e secondo quelle che ha determinate e 
create, secondo che le mantiene o le cangia o le 
modifica, détta, mantiene, cangia o altera le sue 



1 Pens. Ili 271. 

» Ibidem/ 288 (5-7 settembre 1821). 

8 Ibid., Ili, 283. * Ibid., Ili, 282-283. 



148 CAPITOLO IV. 



leggi. Egli è il creatore della morale, del buono 
e del cattivo e della loro astratta idea, come di 
tutto il resto a. 1 

Come si par manifesto, il Leopardi s'ingolfava 
di nuovo in pieno cartesianesimo, e, si direbbe, 
più deliberatamente che mai: tuttavia neanche 
questa volta restò saldo in quelle opinioni. E ve- 
ramente, mentre pareva riconfermarle nel modo 
che abbiamo visto, ei mostrasi, come d'un tratto, 
convertito a quelle idee platoniche da lui tenute 
prima per chimeriche e capricciose. 2 Anzi, loda 
ora Platone come colui che « scoprì, quello eh* è 
infatti, che la nostra opinione intorno alle cose, 
che le tiene indubitabilmente per assolute, che ri- 
guarda come assolute le affermazioni e negazioni, 
non poteva né potrà mai salvarsi se non suppo- 
nendo delle immagini e delle ragioni di tutto ciò 
eh' esiste, eterne, necessarie ec, e indipendenti 
dallo stesso Dio, perchè altrimenti: 1°, si dovrà 
cercare la ragione di Dio, il quale se il bello, il 
buono il vero ec. non è assoluto né necessario, 
non avrà nessuna ragione di essere, né di esser 
tale o tale; 2°, posto pur che l'avesse, tutto ciò 
che noi crediamo assoluto e necessario non avrebbe 
altra ragione che il voler di Dio.... Ora, trovate 
false e insussistenti le idee di Platone, è certis- 
simo che qualunque negazione e affermazione as- 
soluta rovina interamente da sé, ed è maraviglioso 

1 Pena., Ili, 325 (16 settembre 1821). 
1 Ibid., I, 261, 409-410. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 149 

come abbiamo distrutte quelle senza punto du- 
bitar di queste». 1 

Non occorre dimostrare la contradizione fra 
questo e il precedente discorso; né come, in 
ispecie colla seconda delle due ragioni particolari 
in favore delle idee platoniche, il Leopardi do- 
vesse ritenere implicitamente erronea quell'opi- 
nione cartesiana, che l'assoluto e il necessario non 
avessero altra fonte che il volere di Dio. Senza 
dire che, colle ultime parole, veniva a mettersi 
da se stesso fra coloro che, rigettando il plato- 
nismo, non avvertivano le funeste conseguenze del 
loro rifiuto. 



III. 



Ma l'accordo del suo sistema coi dommi cri- 
stiani era necessario venisse meno di fronte al 
continuo prevalere delle sue idee contrarie ad 
ogni concezione teologica del mondo; e già quelli 
accennati sin ora sono fra gli ultimi tentativi fon- 
dati su « speculazioni razionali e metafisiche », 
com'egli chiamava queste di cui ho allegato qual- 
che esempio. Crederei anzi che a tali speculazioni 
fosse egli mosso piuttosto dal predetto intento che 
da vera disposizione intellettiva e inclinazione di 
animo. Certo è, in ogni modo, che intorno a que- 
sto tempo esse cominciano a divenir sempre più 



Peni., Ili, 326 (16 settembre 1821). 



150 CAPITOLO IV. 



rare e scarse; e sparisce quasi del tutto quanto 
di Platone, di Cartesio e di Leibinizio era fino a 
qui entrato nei suoi ragionamenti. 

Ognor più avverso alle concezioni spiritualisti- 
che di qualsivoglia tempo, ei finisce col darsi tutto 
a quel sensismo, verso cui lo vedemmo così ben 
volto sin da principio. E ciò facendo, dovè sentire 
una soddisfazione del genere di quella avuta dal 
Voltaire, quando dalla metafisica di Cartesio si volse 
alla psicologia del Locke; e forse, anche come al 
Voltaire, parvegli che la prima stesse alla seconda 
come il romanzo alla storia. Ma di ciò non potrei 
qui discorrere opportunamente. Ricorderò solo che, 
ancor più che col Locke, può dirsi egli stesse col 
Condillac; il quale, come ognun sa, faceva derivar 
dalla sensazione non pure le idee, ma le stesse 
facoltà dello spirito. E ben presto giunse al barone 
d'Holbach, e si fermò per sempre in quel mate- 
rialismo ateo del secolo XVIII, che pure difese di 
tutta sua forza nei Paralipomeni, salvo a dissentirne 
profondamente, . come vedremo appresso, quanto 
alla soluzione ultima del problema universale. 1 

1 Nel presente scritto non ho inteso far altro, come dissi 
da principio, che seguire il corso delle idee che sono la pre- 
cipua sostanza delle poesie e delle prose leopardiane. Altri, 
colla competenza che a me manca, cerchi di quelle le deri- 
vazioni e le attinenze colle dottrine dei filosofi più noti al 
Leopardi, e ne giudichi V intrinseco valore. Chi volesse com- 
piere una tal fatica, potrebbe mostrare come, pur dentro il 
giro di dottrine comuni a essi, egli, consapevole o no, si 
accostasse, secondo i casi, più air uno che all'altro. Per 
esempio: nella sua teorica dell'amor proprio, considerato da 
lui come e il principio universale dei vizi umani .... e delle 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 151 

Fondandosi dunque su i più generali principi 
di quella filosofia, egli bene spesso riuscì originale 

virtù » (I, 166) e come e necessariamente coesistente con noi 
e necessariamente illimitato > (I, 439),. e ancor più nell 1 ana- 
lisi delle molteplici passioni derivate da queir unico fonte, 
egli, forse, più che ad altri, si conformò ad Elvezio, di cui, 
fra tanti luoghi che farebbero al caso, ricorderò questo : e Ce 
sentiment (l'amour de soi) est l'effet immédiat de la sensi bi- 
lité physique, et par conséquent commun à tous et inséparable 
à l'homme. J'en donne pour preuve sa permanence, l'impos- 
sibilité de le changer ou mème de l'altérer. De tous les senti- 
ments, c'est le seul de cette espèce ; nous lui devons tous nos 
désirs, toutes nos passions ». (De l'homme. Londra, 1786, 1. 1, 
344. Cfr. De l'esprit. Londra, 1784, 1. 1, 97 e segg.) 

Anche là dove, ragionando, come si vedrà appresso, in- 
torno all' origine e allo svolgimento delle facoltà umane, le 
giudicò talvolta naturalmente eguali in tutti gli uomini, salvo 
a spiegar le costoro differenze colle diverse condizioni in cui 
essi nacquero e crebbero, anche quivi, tenne, fra gli altri Fran- 
cesi, dello stesso autore : « Tous les hommes » (diceva questo 
in una delle sue frequenti sintesi o formule delle proprie dot- 
trine) e communément bien organisés ont en eux la puissance 
physique de s'élever aux plus hautes idées, et.... la diffé- 
rence d'esprit qu'on remarque entr'eux, dépend des diverses 
circonstances dans lesquelles ils se trouvent placés et de l'édu- 
cation differente qu'ils re$oivent ». {De l'esprit, t. II, xxxu.) 

Non meno degni di nota i giudizi che di quelle e simili 
dottrine si facevano nei libri e nelle riviste, fra cui molto 
importante lo Spettatore di Milano, che, al principio del suo 
filosofare, davano al Leopardi qualche notizia degli studi più 
recenti. Sempre più contrario col tempo fu il suo sentimento 
a quello di coloro che tali idee giudicavano compatibili colle 
credenze cristiane; né mai dovette aderire alle solite riserve 
circa le dottrine del Gabanis e del Destutt-Tracy, persuaso, 
come fu ben presto col primo, che nell 1 uomo il morale non 
è che il fisico guardato da un altro aspetto. 

Quanto alla filosofia Kantiana, le cose andarono in ma- 
niera diversa. Non pare che di quella abbia mai avuto noti- 
zia diretta, e neanche attinta da competenti interpreti ; ed 
anzi, in certi suoi vaghi accenni (ad esempio: III, 407; IV, 
338 ; VII, 251), mostrò sempre di giudicarla non meno super- 
ficialmente di qualcuno che ne aveva discorso nel medesimo 
Spettatore. 



152 CAPITOLO IV. 



e vario nelle applicazioni. Quanto più sgombre da 
quei velami teologici che gli parve ne impedissero 
la immediata visione, tanto più le cose del mondo 
tiravano a sé l'attenzione del nostro filosofo che 
voleva veder tutto coi propri occhi, penetrare in 
tutto con la propria mente. E ciò gli veniva fatto 
meglio che mai ogni volta che ritornava a quello 
studio deir uomo, dove, come già fu avvertito, fece 
sempre le sue prove più insigni. Evidente la scon- 
tentezza del suo animo, quando intendeva alle spe- 
culazioni di cui abbiamo toccato; non meno evi- 
dente la sua sicurezza in questo secondo ordine 
d' indagini sulla vita umana. Qui, più determinato 
T obbietta, più saldi i criteri, sempre più certi e 
copiosi i risultamenti ottenuti. Andava sempre in- 
nanzi, sicuro di essere sul cammino che conduceva 
alla mèta prefissa; e i dubbi stessi e le soste di 
qualche momento concorrevano a farne sempre 
più viva la fede e più celere il moto. 

Continuando a quel modo e allargando sempre 
più il campo delle osservazioni, cercava di spie- 
gare le facoltà e i fatti dello spirito con ragioni 
più vere che non gli paressero quelle dei filosofi 
spiritualisti, e di risalire dalla psicologia a una con- 
cezione che abbracciasse la vita universale. Assai 
per tempo aveva incominciato a studiar quella as- 
suefazione, da cui gli parve che tutto procedesse 
nell' uomo. 1 Ogni assuefazione, ogni attitudine abi- 

1 Pena., I, 470 e segg. (dicembre 1820) ; II, 467 e segg. (giu- 
gno 1821) ; III, 36 e segg. (1° luglio 1821), 115, 138 (luglio 1821). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 153 

tuale della mente dipende dagli organi. Ora, degli 
organi interni dell'uomo e dei loro svolgimenti e 
progressi, « si ha una perfetta immagine.... negli 
organi esteriori.... e nelle abilità di cui sono ca- 
paci e nella maniera ed ordine con cui le acqui- 
stano y>. 1 

E così vero poi che nulla si acquista senza 
T assuefazione, che <r non c'è sommo ingegno che 
nel suo primissimo periodo non si trovi appresso 
a poco a livello cogli infimi ingegni, posti in quello 
stesso periodo ». 2 Se l'assuefazione è principio e 
condizione necessaria di ogni attività e d'ogni pro- 
gresso così nell'uomo come nelle altre creature 
viventi, essa è però varia di grado da quello a 
queste: anzi può dirsi che « la maggiore o minore 
conformabililà primitiva è la principal differenza 
di natura fra le diverse specie di animali e fra 
i diversi individui di una stessa specie ». 3 E poi- 
ché dell' uomo tale conformabilità giunge al mas- 
simo grado, perciò si trovano e assai maggiori e 
più numerose differenze fra gl'individui umani e 
fra le successive condizioni di uno stesso indi- 
viduo che in qualunque altra specie di esseri». 4 



1 Pene., Ili, 157, 170 (agosto 1821). 

* Ibid., Ili, 168 (agosto 1821). 

8 Ibid., Ili, 168-169 (agosto 1821). 

* Ibid., Ili, 238 (agosto 1821). 



154 CAPITOLO IV. 



IV. 



Innumerevoli le applicazioni di tali principi 
alle varie facoltà umane e segnatamente a quella 
della memoria, eh' è sempre considerata come la 
facoltà di assuefazione dello stesso intelletto, e 
quindi e il tutto nell'uomo a. 1 Poi le stesse maggiori 
qualità dell'anima nostra si hanno a riguardare 
piuttosto quali effetti dell'assuefazione che non 
della natura; e ciò, se diminuisce l'ammirazione 
per esse qualità, non cessa pertanto di essere una 
verità scientifica. 2 Essendo dunque certo che le fa- 
coltà e qualità umane sono acquisite 3 e dipendono 
in tutto dagli organi, dobbiam perciò credere che 
il loro indebolimento non è scancellamento d' im- 
magini, ma inabilitamento di essi organi ad ese- 
guire le solite funzioni. 4 Tutto ciò è innegabile, 
chi consideri che « la nostra mente in origine non 
ha altro che maggiore o minor delicatezza e su- 
scettibilità di organi, cioè facilità di essere in di- 
versi modi affetta.... Questa non è propriamente 
facoltà, ma semplice disposizione. Nella mente no- 
stra non esiste originariamente nessuna facoltà, 
neppur quella di ricordarsi. Bensì eli' è disposta 
in maniera che le acquista, alcune più presto, al- 



1 Pem., Ili, 202 (agosto 1821). 

* Ibid., Ili, 213, 220 (agosto 1821). Cfr. 259. 
8 Ibid., Ili, 229 (23 agosto 1821). 

* Ibid., Ili, 228 (23 agosto 1821). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 155 

cune più tardi, mediante l'esercizio: ed in alcuni 
ne acquista (gli altri dicono sviluppa) più, in altri 
meno ».* Come si vede, qui la parola acquista, che 
altri adoperava in simili casi, è stata espressa- 
mente sostituita a quella di sviluppa, per restrin- 
gere al possibile le originarie attitudini deir uomo. 

Lasciando le moltissime altre applicazioni, ri- 
corderò quelle, così ingegnose, alle diverse età 
deir uomo; 2 ai ciechi e ai muti; 3 alle succeden- 
tisi maniere del suo poetare 4 e ad altri fatti di 
sua vita; 5 al vario grado dell'attenzione; 6 a certi 
particolari difetti delle donne; 7 ad alcuni organi 
del nostro corpo, come alle mani e ai piedi ; 8 alle 
modificazioni dell'amor proprio e dei vari elementi 
ond'è composto; 9 alle molteplici forme dell'ope- 
rosità nostra; 10 alla proprietà della musica e ai 
moti che essa desta negli animi; 11 ai singolari ef- 
fetti poetici, provenienti in noi dal vedere il corpo 
umano non, come primitivamente, nella sua nu- 
dità, ma coperto di vesti. 12 

Potrei aggiungere molte altre citazioni, ma 
queste bastano al mio fine. Pur da queste si vede 

1 Pens., Ili, 296 (10 settembre 1821). Cfr. ibid., 385-387; 
IV, 25, 79, 84, 85. 

» Ibid., IV, 24 (4 novembre 1821). 

3 Ibid., IV, 78-79, 212. * Ibid., IV, 95. 

5 Ibid., IV, 325-326. 6 Ibid., IV, 118, 308-309. 

7 Ibid., IV, 134. 8 Ibid., IV, 139-140. 

9 Ibid., tv, 271 e segg. 

10 Ibid., IV, 311-312 (19 luglio 1822), 380-381 (16 mag- 
gio 1823). 

11 Ibid., V, 246 e segg. (agosto 1823). 
15 Ibid., V, 304 e aegg. (agosto 1823). 



456 CAPITOLO IV. 



come il nostro autore estendesse le sue indagini 
intorno a cose molto remote dai suoi studi ordi- 
nari, e come neanche gli facessero difetto le co- 
noscenze scientifiche, credute necessarie alla prova 
delle sue idee. Le quali poi, quando si tratti di 
musica, sono più particolarmente degne di ammi- 
razione; perchè, contenendo e il concetto astratto 
e T impressione, gli argomenti razionali e i mo- 
vimenti del cuore, ci fanno avvertire insieme il 
filosofo e il poeta. 

Di quasi tutte le altre sue osservazioni intorno 
all'assuefazione si può dire che, nel loro complesso, 
sono come un gran fascio di luce onde ci s' illu- 
mina il suo pensiero. L' idea generale, da cui tutte 
sono informate, non lascia talvolta di essere o di 
ridivenire alquanto incerta; e anzi la parte ri- 
spettiva della natura e dell' assuefazione in ogni 
svolgimento morale o fisico è variamente deter- 
minata nei molti discorsi che qui se ne fanno. 
Ma tali ondeggiamenti non potrebbero modificar 
la sostanza di una dottrina così largamente fon- 
data su tutte le molteplici conoscenze dell'autore, 
e che, più di qualunque altra d'indole specula- 
tiva, ne appagava lo spirito. 

Poi, con gli stessi criteri tenuti per gli uomini, 
si parla degli animali, nel cui regno il Leopardi 
credeva arricchirsi di prove non meno confacenti 
al suo fine di quelle fornitegli dallo svolgimento 
delle facoltà umane. E veramente, è tra i suoi 
fatti più notevoli questo tener d'occhio le varie 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 457 

specie di viventi: costume che non ismette mai, 
e di cui abbiamo la più insigne testimonianza in 
tanti suoi componimenti d' ogni sorta e in specie 
nell'ultimo poema. Era una maniera del tutto 
conforme alle dottrine sensiste di quei Francesi 
da lui seguiti con più costanza ; ma è pur certo 
eh' egli ebbe a ciò una particolare attitudine e in- 
clinazione di animo. Evidentemente ei sentiva il 
vantaggio che alla sua filosofìa veniva da quel- 
l'estendere le osservazioni a tutto il regno ani- 
male, con accenni, più o meno precisi, anche agli 
altri regni della natura. Quanto più ampie e varie 
le osservazioni e più abbondanti gli esempi, tanto 
più elidente quella concezione di una natura che, 
agendo sempre con forze proprie e procedendo per 
una serie d' innumerevoli svolgimenti, produce la 
vita universale. 

Tanta era nel Leopardi la brama di mettere 
in sodo questa verità, che non si stancò mai di 
accumulare prove su prove; e veramente quelle 
che giunse a raccogliere qui, formano una buona 
parte di tutto il Manoscritto. Ad averne una giu- 
sta idea, si noti che, oltre che nei moltissimi luo- 
ghi citati nel suo stesso indice sotto la categoria 
dell' assuefazione, si ragiona di questa in mille 
altri punti e a proposito dei più vari argomenti, 
dovendo parer all' autore che a tutto potesse venir 
luce da quelle dottrine. Di modo che l' idea di 
una natura, la quale tutto fa da sé e per sé, ec- 
cedendo colla sua potenza i termini del nostro pen- 



158 CAPITOLO IV. 



siero, ma esaltandolo insieme con quel poco che 
si degnava mostrargliene, queir idea, chi ben noti, 
splende, dove più, dove meno, in ogni parte dei 
regni da lui percorsi. 

S'egli, agitando le più ardue questioni meta- 
fisiche, o si mostra irresoluto nelle conclusioni, o 
ammette forze e volontà superiori alla natura, o 
ritorna persino ai dommi della fede nativa; non 
gì' interviene mai nulla di simile quando, prese 
le mosse dai fatti sottoposti alle proprie osserva- 
zioni, segue e chiarisce, senza riguardo ad autorità 
o tradizione alcuna, gli svolgimenti naturali delle 
cose. Allora non riesce mai ad imbattersi in quel 
teologismo col quale, in altre occasioni, era venuto 
a patti ; allora quella legge, così diligentemente e 
amorosamente seguita per entro un' infinità di fe- 
nomeni, gli basta a tutto. Per essa crede rendersi 
ragione di ciò eh' è obbietto immediato dei sensi e 
della coscienza; per essa, indovinando o congettu- 
rando, s' inalza di grado in grado a concezioni come 
quelle significate nello Stratone e nel Copernico. 
Allora gli è più che mai evidente quella verità che, 
dopo due soli anni del suo più intenso e consapevole 
filosofare, formulava nel modo seguente: «Che cosa 
è dunque il mondo fuorché natura»? 1 E scriveva 
la parola proprio così, a lettere maiuscole, come 
il nome della Divinità che escludesse dal mondo 
ogni altra volontà o forza che non fosse la sua. 



1 Pena., Ili, 314 (13 settembre 1821). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 159 



V. 

Or giova dare un' ultima occhiata al senti- 
mento religioso del Leopardi, e compierne quella 
storia che ci parve di tanta importanza. Vedemmo 
come sin dal primo tentativo di conciliare la pro- 
pria filosofìa col cristianesimo, egli giungesse tal- 
volta a considerar questo non altrimenti che ogni 
altro istituto umano. Né diverso giudizio poteva 
farne in quei Pensieri che seguirono immediata- 
mente agli ulteriori tentativi di conciliazione. In 
uno, il cristianesimo gli sembrava « incompati- 
bile, non solo coi progressi della civiltà, ma colla 
sussistenza del mondo e della vita umana » ; l in 
un altro, che il suo impero fosse stato ce quasi 
un impero della filosofia, uno stabilimento di po- 
tenza filosofica, un' influenza, una superiorità ge- 
nerale acquistata nel mondo dalla ragione sulla 
natura ».* Ed ecco che la fede, creduta un tempo 
conciliatrice della natura colla ragione, e tale da 
ricompensarci in parte dei danni prodotti da que- 
st' ultima, qui diventa quasi una cosa sola con essa, 
e non meno di essa nemica alla natura medesima. 
Or paragonato una volta il cristianesimo colla ra- 
gione, in quanto questa ci fa conoscere quelle cose 
che per la nostra felicità sarebbe stato meglio igno- 
rare per sempre, era inevitabile che il nostro au- 

1 Pens., Ili, 153 (31 loglio 1821). 
» Ibid., Ili, 173 (7 agosto 1821). 



160 CAPITOLO IV. 



tore giungesse a ritenere l'uno non meno funesto 
dell' altra. 

Il qual concetto è implicito anche in quelle os- 
servazioni sulla perfezione cristiana che mette in 
pregio la solitudine e il fuggir le cose del mondo 
per non peccare. «e Altrettanto (si seguita a dire) 
varrebbe il non vivere. La vita viene ad essere 
come un male, come una colpa, come una cosa 
dannosa, di cui bisogna usare il meno che si possa, 
compiangendo la necessità di usarne e desiderando 
esserne presto sgravato d. 1 Che la vita sia un male, 
ce lo aveva scoperto e ce lo dimostra ognor più 
chiaramente la ragione ; ma che possa essere an- 
che una colpa, questo la ragione non disse e non 
dirà mai : lo afferma bensì una religione che pur 
si annunziava consolatrice degli affanni umani! 
Né tale religione manca di altre contradizioni so- 
stanziali. Pur mostrandosi fiera nemica dell' egoi- 
smo, essa riesce a farci miseramente solleciti non 
di altri che di noi medesimi; 2 e anche «l'atoor 
di Dio, nello stato che il cristianesimo chiama di 
assoluta perfezione, non è né può essere che un 
amor di se stesso applicato al solo ben pròprio e 
non a quello de' suoi simili ». 3 

Così, fra tutte le altre religioni, la cristiana 
« è la sola che o implicitamente o esplicitamente, 
ma certo per essenza, istituto, carattere e spi- 



1 Pena., Ili, 309-10 (13 settembre 1821). 
* Ibid., Ili, 388 (1° ottobre 1821). 
8 Ibid., IU, 421 (9 ottobre 1821). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 461 

rito suo, faccia considerare e consideri còme 
male quello che naturalmente è, fu e sarà sem- 
pre bene, anche negli animali, e sempre male il 
suo contrario » ; l opinione stranissima, inaudita 
in tutta l'antichità, presso tutte le altre nazioni 
moderne e presso qualunque popolo non civile.* 
Tal concetto del cristianesimo era già radicato 
nel nostro autore; e chi, badando ad altri ac- 
cenni, più o meno incerti o contrari, ne volesse 
equiparare il valore a quello delle testimonianze 
sopra citate, confonderebbe, anche in questa parte 
della storia leopardiana, i sentimenti transitori o 
ridestantisi a lunghi intervalli, senza però domi- 
nar interamente lo spirito, con quegli altri che 
non cedevano mai ai primi se non per ritornar 
cresciuti di vigore, e che finirono coir impadro- 
nirsene per sempre. 

Continuando nelle sue ognor più ardite spe- 
culazioni, giunse il Leopardi a sottrarsi all'obbligo, 
impostogli dalla religione, di fare di tanto in tanto 
i conti con essa. E allora si sentì come sciolto final- 
mente dalle <r catene domestiche ed estranee », 3 
cioè da quella doppia tirannia che gli era parsa 
aver sue radici nella stessa fede ed esserne quasi 
santificata. E giunse all'odio; e di questo fece 
spesso la sua arma e la sua vendetta, come si 
vede più particolarmente da quelle sue amare al- 



1 Pena., IV, 251 (4 giugno 1822). 

» Ibid., IV, 252. Cfr. ibid., 256 (5 giugno 1822). 

8 JEpist., I, 271 : lettera al Brighenti (28 aprile 1820). 

ZUMBINI. 11 



1631 CAPITOLO IV. 



lusioni alla gente devota che, non si saprebbe dire 
se più stolta o più crudele, attosca ciò che di più 
dolce è nella vita. In simili casi, venendogli meno 
quella stupenda serenità onde già guardava gli 
affanni umani, parla un linguaggio manifestamente 
impresso della profonda angoscia interna. Certo 
è che in quelle sue stesse reminiscenze, come in 
tutto ciò ch'era più proprio dell' infelicissima sua 
vita, presero principio e forma parecchie delle sue 
migliori concezioni. Qui poi, nello Zibaldone me- 
desimo, se non il componimento beli' e fatto, ab- 
biamo già la materia internamente atteggiata ad 
arte, per effetto dello stesso sentimento che gli 
accendeva il cuore. Ecco un discorso che, per l'odio 
al monachismo e per la compassione a tante vite 
giovanili che nelle sue celle mute di ogni luce 
vi si spengono innanzi tempo, ci fa rammentare 
di qualche insigne luogo rabelesiano, dove par- 
rebbe che un'improvvisa stretta di cuore avesse 
interrotto quell'inestinguibile riso: 

« Giovanette di quindici o poco più anni » (di- 
ceva il nostro autore), «e che non hanno ancora in- 
cominciato a vivere né sanno che sia vita, si chiu- 
dono in un monastero, professano un metodo, una 
regola di esistenza, il cui unico scopo diretto e 
immediato si è d' impedire la vita. E questo è ciò 
che si procaccia con tutti i mezzi. Clausura stret- 
tissima, finestre disposte in modo che non se ne 
possa vedere persona, a costo della perdita del- 
l'aria e della luce, che sono le sostanze più vi- 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 463 

tali air uomo, e che servono anche e sono neces- 
sarie alla comodità giornaliera delle sue azioni, e 
di cui gode liberamente tutta la natura, tutti gli 
animali, le piante e i sassi. Macerazioni, perdite 
di sonno, digiuni, silenzio: tutte cose che unite 
insieme nocciono alla salute, cioè al ben essere, 
cioè alla perfezione dell' esistenza, cioè sono con- 
trarie alla vita. 

» Oltreché, escludendo assolutamente l'attività, 
escludono la vita, poiché il moto e l'attività è ciò 
che distingue il vivo dal morto : e la vita consiste 
nell' azione, laddove lo scopo diretto della vita mo- 
nastica, anacoretica ec. è Y inazione e il guardarsi 
dal fare, l' impedirsi di fare. Così che la monaca o 
il monaco quando fanno professione, dicono espres- 
samente questo : io non ho ancora vissuto, l' infeli- 
cità non mi ha stancato né scoraggilo della vita : 
la natura mi chiama a vivere, come fa a tutti gli 
esseri creati o possibili : né solo la natura mia, ma 
la natura generale delle cose, l'assoluta idea e 
forma dell'esistenza. Io però, conoscendo che il 
vivere pone in grandi pericoli di peccare ed è per 
conseguenza pericolosissimo per se slesso, e quindi 
per se stesso cattivo (la conseguenza è in regola 
assolutamente), son risoluto di non vivere, di fare 
che ciò che la natura ha fatto non sia fatto, cioè 
che l' esistenza eh' ella mi ha dato sia fatta inutile 
e resa (per quanto è possibile) nonesistenza.... ».* 

1 Peri*., IV, 206 (2 febbraio, di della Purificazione di Maria 
Santissima, 1822). 



164 CAPITOLO IV. 



Qui, a coloro che si vanno a chiudere in un 
chiostro, il Leopardi fa dire « espressamente j> ciò 
ch'essi non possono dire né pensare in alcun 
modo; e accenna appena, e anche in maniera in- 
diretta, al vero sentimento che nel più dei casi 
li muove, cioè a queir aspettazione di un'altra 
vita beata ed eterna, onde, non che lieve, è pieno 
di godimento lo stesso sacrificio d'ogni felicità 
terrena. Escludere quell'aspettazione è come ne- 
gare tutto il cristianesimo che in essa si appog- 
gia. Ma poiché non l'aveva più egli medesimo, 
così non la vedeva neanche in quelli che n'erano 
felici ; e anzi attribuisce loro i suoi stessi pensieri. 
Fa qui, presso à poco, come in parecchie sue conce- 
zioni d' arte, dove il personaggio posto sulla scena, 
pur conservando in parte le proprie qualità stori- 
che, adopra il linguaggio dell'autore medesimo, a 
cui pareva che, per entro tali finzioni, il suo pen- 
siero dovesse riuscire ancor più efficace. E chi 
non si ricorda, in questo proposito, di Saffo, di 
Bruto, di Cristoforo Colombo e di Torquato Tasso, 
quali egli li fece parlare? 

Ho ricordato poco avanti il Rabelais ; soggiungo 
ora che se questi, nel suo odio al monachismo, 
non involgeva il cristianesimo, e, anzi, come altri 
grandi ingegni del suo tempo, cercava di conci- 
liarlo colle nuove dottrine, il Leopardi invece mira 
a ferirlo al cuore. L'uno alludeva con rancore in- 
dicibile a quegli abusi di autorità paterna, da cui 
spesso procedeva l' oppressione di tante vite gio- 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 465 

vanili; l'altro, non alludendo a ciò in alcun modo, 
viene implicitamente ad attribuire tutto il danno 
agli insegnamenti stessi della religione. Il Francese 
era pieno di speranze in quel rinnovamento uni- 
versale che ferveva ai suoi tempi; l'Italiano la- 
menta invece il venir meno di ogni cosa bella nel 
mondo. Eppure amendue, compiangendo quel cru- 
dele olocausto della giovinezza e quell'immenso 
oltraggio fatto alla vita, s'indugiano a ritrarre 
nelle loro parole il contrasto fra l'aer dolce che 
si allegra del sole e gli oscuri silenzi del chiostro. 
In tanta diversità d' ingegno, d' animo e di 
dottrine, era tuttavia in amendue il culto della na- 
tura e dell'antichità classica: culto sì fervido che, 
nell'uno, si soprapponeva alla stessa fede reli- 
giosa; nell'altro, allo stesso doloroso sentimento 
del destino umano. Ma quella parola di pietà pro- 
fonda per le vittime, che presso il Rabelais inter- 
rompeva, come dissi, il riso consueto, fa presso 
il Leopardi l'effetto contrario; cioè mitiga o so- 
spende il dolore, non profferendola egli senza guar- 
dar con rinascente desiderio alla luce e all'ar- 
monia del giorno; tanto più che, a quel tempo, 
egli non era ancor giunto ad una rigorosa e ferma 
concezione pessimistica del mondo. In tanti mo- 
tivi di avversione al cristianesimo, questo è forse 
quello che più gli mette in moto tutte le facoltà dello 
spirito. Qui, col citato monologo, sembra aver 
avuto nella mente il germe di un romanzo, il cui 
protagonista sarebbe stato per l'appunto qualche 



166 CAPITOLO IV. 



gentil creatura, sottratta per le male arti altrui, 
o per pregiudizio religioso sottrattasi volontaria- 
mente alle gioie della vita, e sepolta prima che 
estinta. Ipotesi questa molto probabile, perchè il 
suo spirito, disposto a concezioni di tal natura, 
fu sempre, e specialmente nell'età prima, popo- 
lato di creature storiche, mitologiche o del tutto 
ideali, in cui bellezza, gioventù, sventura e morte 
andassero insieme : tipi umani, per lui, sublimi 
fra tutti, così nella vita come nell'arte! 

VI. 

Le considerazioni sul cristianesimo, fatte sino 
a qui, e le altre che seguono a breve distanza 
sono una parte notevole della sua filosofia, e, più 
o meno copertamente, entrarono nelle sue Operette 
morali. Sempre più larghi i termini del soggetto, 
più numerosi e tristi gli effetti di quella cagione, 
più foschi i colori onde sono dipinti. Per essere 
così poco favorevole alle grandi virtù e alle inef- 
fabili immaginazioni del tempo antico, il cristia- 
nesimo non ricompensava l'uomo di tanta perdita, 
nemmeno colle sue speranze di un'altra vita, es- 
sendo esse poco atte a consolar gli stessi infelici 
di questo mondo. Perchè <r la felicità che l' uomo 
naturalmente desidera è una felicità temporale, 
una felicità materiale, e da essere sperimentata dai 
sensi o da questo nostro animo tal qual egli è 
presentemente.... Noi desideriamo di esser felici, 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 167 



non comunque si voglia, ma felici secondo il modo 
nel quale infatti esistiamo a. 1 

Dalle quali considerazioni si giunge a questa 
singolare idea: <r La nostra esistenza desidera dun- 
que la sua propria felicità; che desiderando quella 
di un'altra esistenza, ancorch'ella in questa s'avesse 
poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una 
felicità non propria, ma altrui.... ». 2 Tanto è dun- 
que remota dalla nostra mente, non pur la feli- 
cità promessa in un altro mondo, ma la stessa 
forma di esistenza che quivi ci potrebbe essere 
destinata! Anche la condizione dei beati nulla è 
per l'uomo, non potendo egli lasciar di deside- 
rare la felicità terrena, « per niuna ragione, né 
per niuna ragione può mai desiderare altra feli- 
cità che questa ». 3 Quanto intervallo fra questi 
pensieri e il oc premio che il desiderio avanza d, 
ricordato in quella famosa lirica italiana che li 
precedette di poco più di due anni ! 

Ma in lui, di cotanto premio non è desiderio 
alcuno, anzi divien sempre più fiera l'avversione. 
E non sarei lontano dal sospetto che, s' egli avesse 
mai potuto vagheggiare un paradiso, questo sa- 
rebbe stato probabilmente non dissimile da quello 
di Lorenzo Valla, dove le anime umane, rivestite 
dei loro corpi, hanno gli stessi più squisiti godi- 
menti mondani, incomparabilmente cresciuti di 



1 Pena., V, 423-24 (23 settembre 1823). 
* Ibid., V, 424. 
8 Ibid., V, 424. 



168 CAPITOLO IV. 



pregio e di efficacia. 1 Né la mia ipotesi parrà strana, 
chi ricordi come per più rispetti egli si accostasse 
ai nostri grandi umanisti. In ogni modo, ei giu- 
dicava il cristianesimo «e più atto ad atterrire che 
a consolare, o a rallegrare, a dilettare, a pascere 
colla speranza ». 2 Ed anche era per lui certo che, 
senza il suo Inferno e il suo Purgatorio e col solo 
suo Paradiso, la religione cristiana non avrebbe 
avuto alcuna efficacia sulla condotta degli uomini, 
e non l'avrebbe neanche avuta, o minore assai, 
se quelle minacciate nei primi due regni, non fos- 
sero pene di qualità concepibili alla nostra mente, 
e tanto più dunque a noi spaventose, in quanto 
il figurarci la beatitudine del terzo ci è del tutto 
impossibile. 3 

Singolarmente notevole è poi che, pur cercando 
più tardi quante testimonianze potesse, antiche e 
moderne, storiche, mitologiche e di qualsiasi al- 
tra natura, in favore del sentimento pessimistico, 
il nostro autore non ricorresse anche al cristiane- 
simo, come vediamo aver fatto collo stesso intento 
lo Schopenhauer. 4 Né qualche accenno o allusione 

1 Di siffatto sentimento, ritratto con poetiche immagini 
dal Valla, toccai nel mio scritto La Badia di Thélème del 
Rabelais, in Studi di letterature straniere. Firenze, Succ. Le 
Monnier, 1893, p. 236 e segg. 

* Pens., V, 429 (23 settembre 1823). 
8 Ibid., V, 430. 

* Le Monde commeVolonté et corame Représentation, traduz. 
A. Burdbau. Paris, 1890, t. Ili, 316 e 392 e segg. Anche quanto 
al monachismo in particolare, lo Schopenhauer (Parerga 
und Paralipomena. Berlin, 1862, zweiter Band, § 169), ne dichiara 
le ragioni, e, direi, la coscienza, con tutta verità e precisione. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 469 

fugace in questo senso basterebbe a diminuire il 
grande intervallo che in ciò corre fra lui e il filo- 
sofo tedesco, il quale pure ammirò la copia e la 
forza degli argomenti onde Y Italiano sostenne la 
comune dottrina. 1 Della qual differenza è facile 
trovar le ragioni in ciò che dissi circa alle vi- 
cende del sentimento religioso nel Leopardi. E di 
lui si potrebbe, per questo rispetto, affermare in 
termini generali che, mentre ancor non era del 
tutto pessimista, accusava quella fede di pessimi- 
smo; e quando, più tardi, divenne tale, fra le prove 
che gli occorrevano al suo intento, non annoverò 
quelle che gli poteva fornire la stessa fede, quasi 
persino sdegnoso di averne un simile sussidio! 

In ogni modo, a queste dipinture, già sì scon- 
solate, ne seguiranno altre, da cui vedremo sparire 
anche i pochi effetti non negati sino a qui ad esse 
credenze. Vedremo che, se quei premi non basta- 

1 Le Monde comme Volonté, t. Ili, 400. È forse la maggior 
lode che per questo rispetto sia stata mai fatta del Leopardi, 
e che dovrebb' essere tenuta nel debito conto da quanti giudi- 
cano della sua filosofia. Allegate molte insigni testimonianze 
antiche e moderne sulla miseria della vita, lo Schopenhauer 
conclude il suo discorso affermando : nessuno esser penetrato 
cosi addentro in codesto soggetto, né averne discorso con 
tanta ricchezza e varietà di argomenti e di forma, come fece 
il Leopardi. Or si ricordi che anche questi, a sostegno della 
sua tesi, aveva raccolto larga copia di simili testimonianze, 
più antiche però che moderne. Era riserbato allo stesso mag- 
gior filosofo del pessimismo di attribuire cotanto valore agli 
argomenti del Leopardi, e di dare un posto così insigne nei 
campi della speculazione a colui che vola sì alto in quelli 
della poesia. E certo la nuova copia di pensieri sul medesimo 
soggetto, contenuta nello Zibaldone, conferma ampiamente 
T elogio del filosofo tedesco. 



170 CAPITOLO IV. 



vano ad allettar gli uomini alle opere buone, tanto 
meno basteranno quelle pur così formidabili pene 
a ritenerli dalle cattive ; e che le oscure immagini 
di un supplizio eterno fanno assai più spaventosa 
la morte ch'essa naturalmente non sarebbe. Lo 
vedremo segnatamente in quel Dialogo di Plotino 
e di Porfirio, dove tanta parte di ciò che si dice 
contro la dottrina di Platone, s' intende detta con- 
tro il cristianesimo. All'ultimo, l'odio assumerà 
forme diverse dalle solite, sfogandosi più frequen- 
temente nella celia e neir ironia ; e quanto più 
intenso col tempo, tanto più proclive a tali indi- 
rette manifestazioni di se stesso, e in singoiar modo 
a quelle rappresentazioni che, come avviene nel 
Copernico, abbracciando terra e cielo, suscitano, 
colla vista infinita, la pietà e il riso d' ogni cosa 
umana ! 

Mirabile è poi come, per tali trasformazioni di 
sentimenti, l'arte, senza nulla perdere della pro- 
pria efficacia, si trasformi alla sua volta; e come 
i suoi più egregi effetti non manchino neanche là 
dove parrebbe che le condizioni spirituali e mo- 
rali dell' autore dovessero necessariamente esclu- 
derli. Quel pensiero ond' erano state abbattute le 
credenze religiose, faceva poi da qualunque nuova 
contemplazione nascere nuovi fantasmi. Sgombri 
di tutte quelle cose belle, da cui un tempo erano 
popolati, terra e cielo dovevano render figura di 
un immenso e pauroso deserto: eppure la visione 
di quell'immensità non riesce meno poetica di 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 171 



ogni altra visione anteriore. Lo spirito si sente 
come annichilato; ma sente insieme di non aver 
mai avute così piene e profonde intuizioni di quel- 
T infinito, in cui gli è dolce il naufragare ! 



PARTE TERZA. 

I. 

Dopo gli ultimi cenni sulla storia del suo sen- 
timento religioso, darò anche gli ultimi su quella 
del suo dolore. Già di questo vedemmo le origini, 
e segnatamente come il dolore personale, già an- 
tico nel nostro autore, cominciasse fin dalle prime 
meditazioni filosofiche ad accompagnarsi con un 
dolore assai più ampio, e talvolta trasformarsi del 
tutto nello stesso. Pure, con questo nuovo affanno 
comune a tutti gli uomini, egli non giunse d' un 
tratto, come a prima vista parrebbe, alla conce- 
zione di un vero e proprio dolore mondiale. Anzi, 
per lungo tempo ancora, tale concezione spesso ce- 
dette il campo a queir altra di un' infelicità umana 
cominciata con la perdita dello stato primitivo e 
poi cresciuta sempre coi secoli. E veramente, se 
per entro questi primi Pensieri e, ancora più, per 
entro gli Idilli e le canzoni dei quattro o cinque 
anni seguenti, lampeggiano idee del tutto simili a 
quelle che, nel nostro, come negli altri grandi poeti 
moderni, già significano Y universalità del dolore, 



4731 CAPITOLO IV. 



non è però men certo che in lui la concezione do- 
minante era ancor tale da doverla noi dire più 
storica che universale nel senso vero e proprio. 
Mostrai già come il Leopardi, interpretando 
così la storia, si fondasse sulla inimicizia fra la 
natura e la ragione, tanto benefica Y una, quanto 
malefica Y altra ; e come poi riuscisse a conciliare 
nella sua doppia ammirazione lo stato primitivo 
e la civiltà dei popoli classici. Or, venendo al- 
l' argomento particolare del presente capitolo, dirò 
che, per quanto sconsolata, quella condizione sto- 
rica non significava di per sé Y apice del dolore 
umano. Fin che di essa non oltrepassava i ter- 
mini, al Leopardi non dovevano mancar mai certe 
grandi consolazioni e specialmente quella di poter 
riprodurre nella coscienza e nell'arte la visione 
delle cose antiche, diversissima dalla visione che se 
se ne ha oggi. Se la miseria presente non era 
voluta dalla natura ; se, anzi, cademmo in essa 
per aver fatto contro alle sue leggi, perchè mai, 
riconoscendo ora il nostro torto, non potremmo 
ricuperare una qualsiasi parte della felicità per- 
duta? E poi, non fosse altro, l' idea che quella gran 
madre, pur non più volendo o non potendo rifare 
la condizione umana primitiva, distrutta da noi 
medesimi, avesse almeno pietà dei suoi figli, non 
era forse un' idea suscitatrice di moti soavi nei 
cuori più gentili ? Per un moderno, dunque, il ri- 
cordarsi del tempo felice nella miseria, non costi- 
tuiva il maggior dolore; potendo quelle memorie 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 173 

stesse impedire in lui la certezza, incomparabil- 
mente più incresciosa, di un' infelicità necessaria 
che incomba su tutte l'età della storia e incalzi 
e prema la vita universale. 

A rimuovere da sé una tale certezza, a fer- 
marsi neir idea di una legge piuttosto storica che 
cosmica, quanti e quali sforzi non fece il Leopardi ! * 
Le lotte intime, che nelle sue opere già note fa- 
cevano larga testimonianza di se stesse, qui, nello 
Zibaldone, ci si dispiegano allo sguardo in tutte le 
loro vicende e nei loro effetti, e quali si succedevano 
dentro di lui ancor prima che, per ragione di arte o 
di qualunque altra specie, avessero a perdere nulla 
della loro spontaneità e dei loro impeti. Non che, 
dunque, aver cercato fin da principio una legge 
universale, da cui il suo particolare infortunio do- 



1 Egregiamente dice il Carducci (op. cit., pag. 32) ; 
« . . . . Quelli che nel Leopardi cercano il poeta sol della ne- 
gazione e del male, quelli che non lo ammirano abbandonata- 
mente se non dove e quando lo trovano poeta del pessimismo, 
siano avvertiti che la loro opinione non consiste interamente 
nel vero. Anzi è più curioso e più utile cercare e studiare 
quanto egli resistesse e contrastasse prima di lasciarsi tra- 
sportare alla rapina dei sentimenti e pensamenti infermi nella 
rovina delle conchiusioni finali >. Ma le prove più insigni di 
quella resistenza e di quel contrasto si trovano appunto in 
ciò che il Leopardi fece perchè dalla sua concezione del do- 
lore, che dissi « storica >, non rampollasse l'altra che si po- 
trebbe chiamare « cosmica >. Se in lui, il poeta trovò sem- 
pre di che' appagarsi nelle varie e contrarie contemplazioni 
del mondo, se potè vestir di bellezza ciascuna di esse, come 
la luce fa di ogni cosa su cui splende, lunga, invece, e osti- 
nata fu la resistenza del filosofo; il quale, con inesauribile 
ricchezza di argomenti, adoperati a tal fine, ci si presenta qui 
da un lato nuovo o men noto sinora. 



474 CAPITOLO IV. 



vesse prendere più alto significato, il Leopardi si 
ribellò per lungo tempo air idea di una legge si- 
mile, e non le si assoggettò così presto, nemmeno 
cfuando era giunto da un pezzo a interpretar nella 
sua la coscienza dei moderni. Anche in tale con- 
dizione, gli pareva che, trasportandosi dal presente 
al passato, egli potesse sentire e immaginare come 
allora, e così vivere in qualche modo come gli an- 
tichi. 

Ma quali consolazioni, quale gioventù di pen- 
sieri e di affetti poteva più sperare, se avesse ri- 
conosciuto una legge che col presente abbracciasse 
il passato, colla storia quanto alla storia fosse ante- 
riore, e col nostro mondo, tutto V universo ? Guerra 
dunque feroce ed eterna all' idea di una siffatta 
legge 1 Nessuno dei più affannati spiriti deir età 
nostra, ai quali si sogliono attribuire le più spon- 
tanee intuizioni del dolor mondiale, nessuno, io 
credo, ha riconosciuto questo con tanta ripugnanza 
quanta ne fu in quel Leopardi, così spesso accu- 
sato di aver voluto il mondo simile a se stesso! 
Per quanto tempo, invece, egli non s' ingegnò di 
risparmiare a sé e agli altri quel supremo affanno, 
cercando l'origine del male umano nella storia anzi 
che nella natura, e difendendo questa contro chi 
si fosse mostrato scontento di lei ! Mirabile il ve- 
derlo qui tutto intento ad abbattere quei medesimi 
concetti che saranno più tardi il vero e proprio fon- 
damento di ogni sua idea più sconsolata. Egli si 
volge contro coloro che delle supposte imperfezioni 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 175 

dell' universo non seppero rendersi ragione, come 
pur si dovrebbe, coir ordine sovrano che lo go- 
verna ; e furono anzi così temerari da credere che, 
<r se la ragione umana avesse presieduto all' opera 
della natura », quei difetti non ci sarebbero stati. 1 
In qualche altro suo discorso poi difende così 
la natura, che, se avesse conosciuto le opere di 
David Hume, diremmo aver egli voluto confutare 
in ispecie quegP ingegnosissimi argomenti onde il 
filosofo scozzese credette provar le imperfezioni e 
la poca benevolenza di quella verso noi. Alla dipin- 
tura dei mali che lo stesso filosofo derivò, tutti o in 
gran parte, da quattro cagioni originarie, 2 doveva 
poi tanto rassomigliarsi quella che ne fece il Leo- 
pardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese ; 
ma al tempo in cui siamo col nostro discorso, egli 
era ancora così lontano da tali sentimenti, che si 
giovava invece di ragioni simili, se non m' inganno, 
a quelle adoperate dal Leibnizio per dimostrare 
come le accuse di siffatta specie derivassero dalla 
nostra stoltissima presunzione che P universo fosse 
fatto per noi. 3 Avvezzi, come siamo, a sentir il suo 
nome congiunto inseparabilmente col dolore del 
mondo, quasi non sappiam credere eh' ei fosse 
stato un tempo così vicino di sentimento al famoso 



1 Pena., II, 77 (29-31 gennaio 1821). Cfr. V, 389-90 (23 mag- 
gio 1821). 

2 Diologues concerning Naturai Meligion, X, XI, in Phi- 
losophical Works. Boston-Edinburgh, 1854, t. II. 

3 Théodicée, in (Euvres philosophiques. Paris, 1866, t. II, 
305 e segg. 



176 CAPITOLO IV. 



ottimista, e così contrario al non meno famoso 
pessimista ; e che, se avesse scritto allora il pre- 
detto dialogo, avrebbe ritratto il suo pensiero piut- 
tosto nelle assolute sentenze della Natura, che nelle 
amare interrogazioni deir Islandese, cioè di quel- 
T uomo tutto pensiero ed affanno, in cui pure do- 
veva fra poco significare se stesso ancor più pie- 
namente che in alcun altro dei suoi personaggi ! 

IL 

Chi potrebbe dare una giusta idea della ric- 
chezza e varietà dei ragionamenti ond' egli, per 
lungo tempo ancora, difese ed esaltò la gran Ma- 
dre? 1 Pure, anche in tanto fervore, non era pos- 
sibile non si accorgesse come dalla sua concezione 
storica del mondo potesse scaturire quell'altra, 
assai più dolorosa, ch'egli combatteva. Ecco uno 
dei casi in cui queir effetto era inevitabile, Ragio- 
nando dell' amor proprio, « sentimento universale 
che abbraccia tutta l'esistenza », e dimostrandolo 
incomparabilmente più forte in noi che in qual- 
siasi altro animale, egli veniva alla conclusione che 
« l' uomo, per essenza propria e inseparabile, è e 
nasce più infelice o meno capace di felicità che 
verun altro genere di viventi o di esseri. Questo 
si deve intendere dell'uomo naturale.... d. Ma poi- 



1 Tra gli esempi più notevoli : Pens., Ili, 435-6 (13 otto- 
bre 1821); IV, 213-14 (5 marzo 1822), 373 (4 marzo 1823), 376 
(12 aprile 1823) ; V, 64 (6 luglio 1823). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 177 

che l'uomo è più ricco di facoltà e quindi più 
conformabile di ogni altra creatura, così « acquista 
egli e viene di secolo in secolo necessariamente 
accrescendo la forza e il sentimento deir amor pro- 
prio, e quindi di secolo in secolo divien più e più 
inevitabilmente infelice. Dal che segue che l'uomo, 
come dicono, perfezionato, è, per essenza umana 
e per ordine generale della natura, più infelice del 
naturale e tanto più quanto è più perfezionato». 1 

A questo punto era inevitabile che il Leopardi 
domandasse a se stesso : Ma queir infelicità origi- 
naria, per quanto minore dell' altra che l'uomo si 
venne procurando coli' opera propria, non baste- 
rebbe di per sé sola a farci giudicar la natura 
meno benefica che non fosse sembrata per lo in- 
nanzi? E questa seconda infelicità non rampolla 
forse da quella prima, come pianta dal proprio 
germe? Perchè, da chi mai un tal germe sa- 
rebbe stato in noi posto, se non dalla natura? 
E di quella visione delle cose nel loro vero aspetto, 
che fu prima causa di ogni nostro male, chi, se 
non essa, ci avrebbe infuso un desiderio, anzi un 
perpetuo ed invitto bisogno eh' è tutto uno con 
la nostra vita? 

Ma l'amore, non mai interamente domo, sug- 
geriva al figlio sempre nuovi argomenti a favore 
della genitrice, dal cui seno non avrebbe saputo 
staccarsi per lungo tempo : stretto a quello, tutto 

1 Pena,, IV, 225-6 (2 maggio 1822). Cfr. ibid., 270 e segg. 
(22 giugno 1822). 

ZUMBIHI. 12 



178 CAPITOLO IV. 



era dolcezza ; fuori di quello, tutto affanno. E così 
ritornava alle difese. Quella genitrice non aveva 
posto nell'uomo nessuna qualità che lo rendesse 
infelice per se medesimo : « Perocché V uomo po- 
trebbe conservarsi nello stato suo primitivo puro, 
come gli altri esseri si conservano nel loro, e con- 
servandocisi, sarebbe così felice, o così non infe- 
lice, come gli altri esseri sono felici o non sono 
infelici durando nel naturale stato». 1 

Poi, quasi temendo gli si rispondesse non poter 
T uomo contradire a quelle disposizioni per cui s'era 
venuto sempre più perfezionando e che certamente 
sono congenite all' esser suo, confortava la sua tesi 
di altri più sottili ragionamenti : e La natura non 
ingenera nelP uomo quasi altro che disposizioni. Or 
tra queste bisogna distinguere. Altre sono dispo- 
sizioni a poter essere, altre ad essere.... Le dispo- 
sizioni naturali a poter essere e quelle ad essere, 
non sono diverse individualmente V une dall'altre, 
ma sono individualmente le medesime. Una stessa 
disposizione è ad essere e a poter essere. In quanto 
ella è ad essere, 1' uomo, seguendo le inclinazioni 
naturali, e non influito da circostanze non natu- 
rali, non acquista che le qualità destinategli dalla 
natura, e diviene quale ei dev'essere, cioè quale 
la natura ebbe intenzione eh' ei divenisse, quando 
pose in lui quella disposizione. In quanto ella è 
disposizione a poter essere, l'uomo influito da varie 



1 Pena., V, 65-06 (luglio 1823). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 179 

circostanze non naturali, siano intrinseche siano 
estrinseche, acquista molte qualità non destinategli 
dalla natura, molte qualità contrarie eziandio al- 
l' intenzione della natura, e diviene qual ei non 
deve essere.... Egli però non divien tale per na- 
tura, benché questa disposizione sia naturale».* 

Inutile cercare se e fino a qual punto coteste 
distinzioni possano reggere. Piuttosto si noti come 
il Leopardi stesso non ne rimanesse molto con- 
tento ; e come, anzi, andasse ognor più inclinando 
a quegli argomenti che riuscivano alla conclusione 
contraria. Ben difficile dovè sembrargli il provare 
che T uomo, usando delle sue facoltà nella maniera 
meno conforme al voler della natura, si fosse sem- 
pre più perfezionato; e che, per valerci del suo 
medesimo linguaggio, tutto questo perfezionamento 
si dovesse considerare piuttosto come il frutto delle 
« disposizioni a poter essere » che non di quelle 
« altre ad essere » : ben difficile, dunque, il sup- 
porre che, abusando di tanti doni, la stessa crea- 
tura fosse riuscita a vincere l'onnipotente dona- 
trice, e, con ingratitudine e stoltezza immensa, a 
renderne vani gì' intenti. 

Da ciò si comprende benissimo come, ancora 
per lungo tempo, egli dovesse ondeggiare fra la 
prima e la seconda concezione. Neil' una, gli si of- 
friva allo sguardo V uomo svolgente le proprie fa- 
coltà secondo i dettami della natura, e ricco di 



1 Pens., V, 349-50 (8 settembre : Natività di Maria Ver- 
gine Santissima, 1823). 



180 CAPITOLO IV. 



quelle magnifiche illusioni e virtù da cui nacquero 
le incomparabili civiltà greca e romana. Neil' altra, 
poiché T infelicità non era stata del tutto ignota 
neanche agli antichi, così veniva di necessità a re- 
stringersi o a sparire interamente Y immenso in- 
tervallo posto sin allora fra quelli e i moderni; e 
del nostro male bisognava dunque rendersi ragione 
non solo colle leggi della storia umana, ma, e assai 
più, con quelle della vita universale. Per siffatto 
ondeggiare fra le due contrarie concezioni, gli 
sgorga talvolta come una vena di sentimenti e 
d'immagini, misti nel tempo stesso di ammira- 
zione, di spavento e di rancore per quella natura 
immensa, arcana e indifferente verso i suoi figli ! 
Questa è una delle sue più poetiche condizioni di 
animo ; e veramente come una profonda poesia è 
da considerarsi tutto quel luogo dove fra Y altro 
si legge: 

<c Son nulla [le cose esistenti] alla felicità del- 
l' uomo, non essendo un nulla per se medesime. 
E chi potrebbe chiamare un nulla la miracolosa 
e stupenda opera della natura, e Y immensa egual- 
mente che artificiosissima macchina e mole dei 
mondi, benché a noi per verità ed in sostanza nulla 
serva ? poiché non ci porta in niun modo mai alla 
felicità. Chi potrebbe disprezzare l' immensurabile 
e arcano spettacolo dell'esistenza, di quell'esistenza 
di cui non possiamo nemmeno stabilire né cono- 
scere o sufficientemente immaginare né i limiti, 
né le ragioni, né le origini ; qual uomo potrebbe, 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE >. 181 

dico, disprezzare questo per la umana cognizione 
infinito e misterioso spettacolo della esistenza e 
della vita delle cose, benché né T esistenza e vita 
nostra, né quella degli altri esseri giovi veramente 
nulla a noi, non valendoci punto ad esser felici? 
ed essendo per noi l'esistenza così nostra come 
universale scompagnata dalla felicità, eh* è la per- 
fezione e il fine dell' esistenza, anzi l' unica utilità 
che T esistenza rechi a quello eh' esiste ? e quindi 
esistendo noi e facendo parte della universalità 
dell' esistenza, senza niun frutto per noi » ? l 

Se qui par che taccia il consueto amore, non 
e' è ancor Y avversione a colei eh' egli aveva chia- 
mato madre, e chiamerà più tardi matrigna : tut- 
tavia ci si sente qualche cosa così della voce che 
si allontana, come di quella che si appressa. Con- 
dizione incerta dello spirito, e somigliante, per al- 
cuni rispetti, a quella ritratta neir Ultimo canto di 
Saffo; ma ancor più sublime. Nel canto, guardando, 
più che ad altro, alla bellezza del mondo, il poeta 
si duole che di questa non sia stata fatta a lui 
« parte nessuna » ; qui, invece, ammirando Y im- 
mensità di quello, sente che alcun conforto non 
potrà venirne agli affanni umani. Il primo lamento, 
pur congiunto a pensieri di significato universale, 
muove evidentemente dalle condizioni particolari 
del Leopardi ; ma il secondo non conserva traccia 
manifesta di personale impulso, e potrebbe esser 



1 Pena., V, 88-89 (10 luglio 1823). 



188 CAPITOLO IV. 



ripetuto da ogni uomo capace di levarsi colla mente 
a pari altezza di contemplazione. 

Pure siffatti contrasti non dovevano impedire 
per sempre che la seconda concezione finisse col 
prevalere sulla prima. Ben il Leopardi poteva fare 
ogni sforzo perchè ciò non avvenisse; ben inge- 
gnarsi di non vederne tutti i dolorosi effetti ; ma, 
infine, bisognava arrendersi all'evidenza. In tale 
condizione di animo, egli mi fa rammentare di quella 
dipintura ariostesca: 

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto 
Quello infelice, e pur cercando in vano 
Che non vi fosse quel che v'era scritto; 
E sempre lo vedea più chiaro e piano. 1 

E non poteva essere altrimenti; perchè il pen- 
siero, sempre più forte e più audace, invadeva da 
ogni parte il campo della vita, quasi impetuoso 
incendio per entro vastissima selva. 

Tutto concorreva a tale effetto. Anche intorno a 
quel tempo ripigliava il Leopardi le grandi questioni 
metafisiche, lasciate in sospeso o risolute in confor- 
mità della fede, e le risolveva in senso opposto. Di- 
chiarava arbitraria ogni concezione spiritualistica ; 
e air ultimo, sbandì espressamente dal mondo quel 
padrone dell'esistenza, 2 che prima, come si è visto, 
non aveva negato se non in maniera più o meno im- 



1 Ori. Fur. 9 XXIII, 111. 

1 Pena., VII, 30 (11 luglio 1824). Cfr. 138-139 (26 settem- 
bre 1826). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 183 

plicita e indiretta. Sostenne poi che, se Y universo 
fosse veramente infinito, « la infinità sarebbe già 
neir universo, non sarebbe più propria esclusiva- 
mente del creatore, di quell'essere unico e per- 
fettissimo ; allora bisognerebbe provare che T uni- 
verso non fosse quello che lo credono i panteisti 
e gli spinosisti, cioè dio esso medesimo; ovvero, 
che T universo, essendo infinito di estensione, non 
potesse anco essere infinito di tempo, cioè eterno, 
stato sempre, e sempre futuro. Nel qual caso non 
avremmo più bisogno di un altro ente infinito. Il 
quale sarebbe sempre ignoto e nascosto : dove che 
T universo è palese e sensibile a. 1 Parole assai no- 
tevoli, perchè concorrono a farci meglio intendere 
quella sua concezione del mondo, che, ritratta due 
anni avanti nel Frammento apocrifo di Stratone da 
Lampsaeo, gli s' era venuta facendo sempre più 
certa e luminosa. 2 

IH. 

Quanto alla reità della natura verso Y uomo, 
si noti che per il Leopardi la certezza e le pro- 
porzioni di quella colpa vanno sempre più cre- 
scendo, com' ei più si riferma nella concezione 
filosofica di cui ho toccato. E così cresce anche 



1 Pens., VII, 219 (7 aprile : sabato di Passione, 1827). Cfr. 
234-235 (18 settembre 1827). 

* Vedi in ispecie : ibid., VII, 446 (16 maggio 1829), dove 
si fa anche espresso ricordo di Stratone da Lampsaeo. 



I 



184 CAPITOLO IV. 



il dolore. Le contradizioni e imperfezioni della na- 
tura, da lui negate prima, o giustificate con tanta 
vivacità contro gli accusatori, ammesse poi ad in- 
tervalli secondo le varie disposizioni del suo animo, 
egli pone ora in rilievo con ragionamenti più ri- 
gorosi che mai. Quanto aveva scritto per Pin- 
nanzi sul medesimo soggetto, ricollega a quei più 
alti e saldi principi fermati nella sua mente con le 
ulteriori speculazioni. Quel dolore, ch'egli intra- 
vedeva di lontano in tutti gli esseri viventi (come, 
ad esempio, fece nel Dialogo della Terra e della 
Luna), eccolo qui, evidente alla ragione e, direi, 
più che mai vicino ai nostri sensi; perchè, con 
argomenti speculativi e con tocchi di artista, l'au- 
tore ce ne offre allo sguardo il dominio che ab- 
braccia tutte le forme della vita, e che sarebbe 
non meno immenso della stessa natura, se po- 
tesse penetrare anche là dov'ella è insensibile. 1 

Come già da un pezzo, così anche da ora in- 
nanzi, scrivendo egli nello Zibaldone ad intervalli 
sempre più lunghi, ogni suo nuovo pensiero si- 
gnifica una nuova distanza percorsa dalla sua 
mente: senza dire della maggior precisione d'idee 
e lucentezza di stile, per cui molti degli ultimi 
pensieri potrebbero, senz'altro, essere allegati tra 
i migliori di quelli che l'autore medesimo pre- 
parò o corresse per la stampa. E, cosa non meno 
degna di nota, colla più rigorosa determinazione 



1 Pene., VII, 57-58 (9 aprile : sabato in Albis, 1825). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 185 

delle idee, che parrebbe doverli diminuire, cre- 
scono i movimenti poetici. Perchè, sempre meglio 
determinandole, la mente saliva ognora più in alto ; 
e quanto più prendeva dell'immensità, tanto più 
esultava il cuore : qualche cosa di simile alle emo- 
zioni dell' alpinismo ! Eccoci dunque sulle cime da 
cui, meglio che d'altronde, si può col cammino 
percorso guardare quello che gli rimaneva a per- 
correre. Egli scrive: 

« Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; 
che ciascuna cosa esista è un male ; ciascuna cosa 
esiste per fin di male; l'esistenza è un male e 
ordinata al male; il fine dell' universo è il male; 
l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento natu- 
rale dell' universo non sono altro che male, né 
diretti ad altro che al male. Non v' è altro bene 
che il non essere: non v'ha altro di buono che 
quel che non è; le cose che non son cose: tutte 
le cose sono cattive. Il tutto esistente; il com- 
plesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; 
non è che un neo, un bruscolo in metafìsica. L' esi- 
stenza, per sua natura ed essenza propria e ge- 
nerale, è un' imperfezione, un' irregolarità, una 
mostruosità. 

» Ma questa imperfezione è una piccolissima 
cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che 
esistono, per quanti e quanto grandi che essi 
sieno, non essendo però certamente infiniti né di 
numero né di grandezza, sono per conseguenza 
infinitamente piccoli a paragone di ciò che l' uni- 



186 CAPITOLO IV. 



verso potrebbe essere se fosse infinito ; e il tutto 
esistente è infinitamente piccolo a paragone della 
infinità vera, per dir così, del non esistente, del 
nulla d. 1 Qui il discorso leopardiano è interrotto 
dalle seguenti parole: « Questo sistema, benché 
urti le nostre idee, che credono che il fine non 
possa essere altro che il bene, sarebbe forse più 
sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. 
che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a 
dire che l'universo esistente è il peggiore degli 
universi possibili, sostituendo così air ottimismo il 
pessimismo. Chi può conoscere i limiti della pos- 
sibilità ? 

» Si potrebbe esporre e sviluppare questo si- 
stema in qualche frammento che si supponesse di 
un filosofo antico, indiano ec. ». 

Prima che io compia la citazione dell' impor- 
tantissimo discorso, noterò che molto s'inganne- 
rebbe chi dalle surriferite parole arguisse non es- 
sere il Leopardi ancor giunto ad un pessimismo 
vero e proprio. Se così fosse stato, egli avrebbe 
fatto come chi consente con tutta consapevolezza 
la cosa, e nega il nome. E veramente, dopo quel 
consenso, che valore potrebbe più avere siffatta 
negazione, tanto più dove si consideri com'essa 
si trovi proprio qui, accanto alla più ampia ed 
espressa affermazione ch'egli abbia forse mai fatta 
del concetto pessimistico ? È da credere piuttosto 



1 Pens., VII, 104-105. 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE ». 187 

che, avendo egli detto che tutto è male nel mondo, 
il suo non voler poi giudicar questo il peggiore 
dei mondi possibili sia da spiegar colla sentenza 
che vien subito dopo: « Chi può conoscere i li- 
miti della possibilità » ? E di fatti, eccedendo que- 
sta ogni termine del pensiero umano, come pa- 
ragonare l'esistente col possibile? Quanto di male 
possiamo vedere sensibilmente o immaginare, non 
potrebbe mai escludere un peggio che a noi non 
è dato pur di concepire. 

Or, a chi giudicasse questo mondo così cat- 
tivo che il peggiore non sapremmo figurarcelo 
come esistente, che altro mancherebbe perchè po- 
tesse esser chiamato pessimista? E non era forse 
questo il caso del nostro autore che qui, come in 
cento altri suoi luoghi, ripete : « Meglio il non es- 
sere che T essere » ? Qual altra più terribile sen- 
tenza si potrebbe mai proferire in proposito del 
peggiore degli universi possibili, non che imma- 
ginabili? A spiegar queir apparente contradizione, 
non mi parrebbe priva di qualche probabilità l' ipo- 
tesi seguente. Dicendo : « Si potrebbe esporre e 
sviluppare questo sistema in qualche frammento 
che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec. », 
il Leopardi seguiva il suo costume di mettere in 
bocca ad altre persone quelle idee che gli sarebbe 
stato vietato di manifestare nel proprio nome. Qui 
poi, per qualche rispetto, si conformava più parti- 
colarmente a ciò che fece per il suo Frammento 
apocrifo di Stratone, scritto, come ognun sa, il '25, 



188 CAPITOLO IV. 



e, nonostante quella cautela, non stampato se non 
dieci anni dopo. 

Il nuovo lavoro, dove avrebbe guardato il mondo 
dal Iato morale, sarebbe forse stato come il compi- 
mento del primo, in cui Io guardò dal lato fisico ; e 
le idee ne sarebbero potute sembrare ancor più fu- 
neste, perchè più evidente, anche ai meno dotti, 
T opposizione ad ogni sentimento religioso. Ancor 
qui avremmo avuto un supposto filosofo ; e perchè 
dunque non anche qui un preambolo in cui, pro- 
prio come nello Stratone, si sarebbe toccato del 
protagonista e di altri autori moderni con quella 
maliziosa ingenuità che, potendo ingannare i cen- 
sori, faceva tanto più gradito ai buoni intenditori 
il frutto proibito ? Perchè non supporre che quelle 
sue riserve sul pessimismo sarebbero state ap- 
punto la sostanza del preambolo? Non soleva forse 
il Leopardi registrare in quel Manoscritto quanto 
gli occorresse per far di parecchi suoi pensieri o 
discorsi un lavoro compiuto? 

Checché sembri ad altri di questa supposizione, 
e in qualunque altro modo si voglia spiegare il fatto, 
rimane sempre certo essere egli oramai giunto ad 
una compiuta concezione pessimistica del mondo. 
E ciò che resta del discorso incominciato a citare, 
oltre a ribadir tali idee, basterebbe a dissipar qua- 
lunque dubbio suscitato in noi da quella così cu- 
riosa riserva che ne interrompe il filo. Perchè, 
dimostrato da ogni parte come V esistenza sia per 
se stessa un male, l'autore conchiude: « Non gli 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE ». 189 

uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà 
sempre infelice di necessità. Non il genere umano 
solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali 
soltanto, ma tutti gli altri esseri al loro modo. 
Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, 
i globi, i sistemi, i mondi ».* Poco fa, attribuendo 
il dolore a tanta parte della natura, s' era fermato 
davanti alle cose insensibili; ora lo attribuisce 
anche a queste: il dolore è per ogni dove: quanto 
si gira per occhio e per mente, tutto è dolore! 
Ma tale immensità, eternità e incomprensibilità di 
affanni, quante e quali nuove immaginazioni su- 
scita in quella mente ! Chi mai, pur dallo spetta- 
colo di un universo tutto armonia, amore e go- 
dimento, ebbe una visione così poetica come que- 
sta che segue? 

« Entrate in un giardino di piante, d' erbe, di 
fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più 
mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo 
sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate 
del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è 
in istato di souffrance, qual individuo più, qual 
meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha 
dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là 
quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, 
nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce 
non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, 
virtuose api senza indicibili tormenti di quelle 



1 Peni., VII, 106 (22 aprile 1826). 



190 CAPITOLO IV. 



fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri 
fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, 
queir altro da bruchi, da mosche, da lumache, da 
zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato 
dall' aria o dal sole che penetra nella piaga ; quello 
è offeso nel tronco o nelle radici.... In tutto il 
giardino tu non trovi una pianticella sola in istato 
di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal 
vento o dal suo proprio peso ; là uno zeffiretto va 
stracciando un fiore, vola con un brano, un fila- 
mento, una foglia, una parte viva di questa o 
quella pianta, staccata e strappata via. 

» Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi ; le stri- 
toli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le 
uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dol- 
cemente sterpando e infrangendo steli. Il giardi- 
niere va saggiamente troncando, tagliando membra 
sensibili, colle unghie, col ferro. 1 Certamente queste 
piante vivono ; alcune perchè le loro infermità non 
sono mortali, altre perchè ancora con malattie mor- 
tali, le piante, e gli animali altresì, possono durare 
a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di 
tanta copia di vita all'entrare in questo giardino 
ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare 
essere un soggiorno di gioia. Ma in verità que- 
sta vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi 
un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che 
un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vo- 



1 Pena., VII, 106-107 (Bologna, 19 aprile 1826). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 491 

gliamo dire, sentissero, certo è che il non essere 
sarebbe per loro assai meglio che Tessere». 1 

Maravigliosa immaginazione è questa, dove l'idea 
di un dolore eccedente ogni termine di spazio e di 
tempo suscita quella di una non meno infinita va- 
rietà di forme e di rappresentazioni, in cui esso 
dolore si manifesta. Coi gemiti delle cose più vi- 
cine ci par di sentire quelli delle altre cose tutte, 
fin delle più remote, e che sfuggono alla stessa 
fantasia. E poi sempre nella medesima dipintura 
leopardiana, le immagini particolari di tanti af- 
fanni ci vengono dalle cose stesse che maggior- 
mente ci dilettano nella vita, e che più ridono 
nella natura e nell* arte ! E il loro precipuo effetto 
consiste in ciò, che, esprimendo un sentimento 
così sconsolato, conservano sempre tanta parte 
della loro bellezza e dell'efficacia consueta sul no- 
stro spirito! Ah, non era in potere di un poeta 
come il Leopardi che il mondo, pu? così funerea- 
mente concepito e descritto, cessasse di risplen- 
dere al suo sguardo e nella sua parola ! 

IV. 

Fermatosi in quella concezione, egli, non che 
incolpar più in alcun modo T uomo, doveva di ne- 
cessità assolverlo d* ogni antica accusa. Ed eccoci 
al punto nel quale dissente apertamente da quei 
filosofi francesi nelle cui dottrine trovò sempre il 



1 Pena., VII, 107 (Bologna, 22 aprile 1826). 



492 CAPITOLO IV, 



più saldo fondamento delle sue. Fra gli esempi di 
quel dissenso, va segnalata la confutazione del Vol- 
ney che negava essere il piacere Y oggetto primo 
e immediato della nostra vita. 1 Distinguendo tra 
il fine della natura generale e il fine particolare 
deir uomo, il Leopardi, con argomenti ripetuti in 
molte altre occasioni e sotto varie forme, s' ingegna 
di mostrare come l'uno contradica air altro, e come 
dalla contradizione debba necessariamente risultare 
per noi un' infelicità non certamente imputabile al- 
l' opera o alla volontà nostra. 2 

Ma di codesta opposizione ai suoi pur sempre 
prediletti filosofi, il più insigne esempio riguarda 
proprio quel Rousseau, della cui grandissima ef- 
ficacia su lui ho già toccato. Il Ginevrino aveva 
scritto : « Homme, ne cherche plus Tauteur du mal ; 
cet auteur e est toi-mème. Il n'existe point d'autre 
mal que celui que tu fais ou que tu souffres, et 
l'un et l'autre te viennent de toi. Le mal general 
ne peut étre que dans le désordre, et je vois dans 
le système du monde un ordre qui ne se dément 
point.... òtez nos funestes progrès, ótez nos er- 
reurs et nos vices, ótez Touvrage de Phomme, et 
tout est bien ». 8 Or quali idee più contrarie a 



1 La loi naturelle, ou Catéchisme du citoyen franqais, 
chap. Ili, à la suite des Ruines {Les Ruines) ou Méditation 
sur les Révolutions des Empires, par le mème autenr, IV 6 édi- 
tion. Paris, 1808, pp. 359, 360. Citato nei Pens., VII, 52. 

* Pens., VII, 52 (5-6 aprile 1825). 

8 Pensée*, II, 200. Citato nei Pera*., VII, 446-47 (17 mag- 
gio 1829). La citazione però non è chiara; chi volesse ri- 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 193 

quelle ultimamente accettate e difese dal nostro 
autore ? 

Ed ecco che qui egli ribatte : « Anzi appunto 
F ordine che è nel mondo, e il veder che il male 
è neir ordine, che esso ordine non potrebbe star 
senza il male, rende resistenza di questo incon- 
cepibile.... Se nel mondo vi fossero disordini, i 
mali sarebbero slraordinarii, accidentali; noi di- 
remmo : T opera della natura è imperfetta, come 
son quelle dell'uomo; non diremmo: è cattiva. L'au- 
trice del mondo ci apparirebbe una ragione e 
una potenza limitala ; niente maraviglia ; poiché 
il mondo stesso.... è limitato in ogni senso. Ma 
che epiteto dare a quella ragione e potenza che 
include il male neir ordine, che fonda Y ordine 
nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: 
esso è vario, mutabile ; se oggi v' è del male, do- 
mani vi potrà essere del bene, esser tutto bene. 
Ma che sperare quando il male è ordinario ? dico, 
in un ordine ove il male è essenziale?». 1 

Eppure, in tanta opposizione di concetti circa 
all' opera della natura e alle sue relazioni coir uomo, 
quanta se ne vede qui tra il Rousseau e altri Fran- 
cesi da una parte, il Leopardi dall'altra, è notevole 
come questo, in ogni suo ulteriore ragionamento 
d' indole psicologica e metafisica, segua sempre a 
fondarsi su quella filosofia che aveva fatto sua fin 



scontrare il passo allegato veda: Rousseau, Mal moral, mal 
physique, in Pensées. Paris, Durat-Duverger, 1807, 1. 1, 31-32. 
1 Peni., VII, 447. 

Zpmbiiti. 13 



Ì94 CAPITOLO IV. 



da principio. In essa attinse ancora gli argomenti 
onde non si stancò mai di combattere le idee spi- 
ritualistiche, le idee innate e qualunque altra dot- 
trina egli presumesse contraria alle sue ultime 
concezioni. Fin da qui, anzi, comincia quella più 
espressa ammirazione al secolo XVIII, congiunta 
col maggior disprezzo del secolo XIX, eh' è tra i 
sentimenti più vivaci onde fu mosso nell'ultima 
parte di sua vita. Dimodoché, anche per il tempo 
a cui siamo giunti, si può affermare di lui ciò che 
già ne dissi parlando più propriamente della sua 
dimora a Napoli : « Quando aveva dinanzi le scuole 
teologiche, egli inalzava al cielo quella filosofìa del 
secolo XVIII, feconda per lui non pure di una nuova 
e immensa luce ideale, ma dei maggiori esempi di 
coraggio onde 1' uomo possa vantarsi. Quando, in- 
vece, non gli era più presente allo sguardo il gran 
nemico, e si sentiva solo al cospetto dell'universo, 
allora il naturalismo dei suoi filosofi non gli ba- 
stava più : ribel lavasi anzi a quella gran madre, 
tanto lodata da essi e specialmente dal barone 
d' Holbach, la cui maggiore opera è tutta come 
un fervido inno alla natura ».* Ricorderò, fra molti 
altri insigni esempi, quello di Elvezio, alle cui dot- 
trine vedemmo così conformarsi il Leopardi. Ep- 
pure, se il primo finiva il suo poemetto, Le Bonheur, 
col presagire il trionfo di Oromaze su Arimane, il 



1 Leopardi a Napoli. Discorso commemorativo letto il 
rjìomo XXVII giugno MDCCCXOVIIL Napoli, 1898, p. 15. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 195 

secondo meditava un inno appunto ad Arimane, 
solo ed eterno signore del mondo. 

Or T aver egli, sino alla fine, sempre più ca- 
lorosamente ammirati quei filosofi, come si vede 
dai Paralipomeni e dalla Ginestra, è certa prova 
della consapevolezza con cui dissentiva da loro 
quanto alla soluzione finale del problema del- 
l' esistenza. Quelli, generalmente parlando, trova- 
rono nel più compiuto naturalismo le ragioni e le 
norme della vita, e così la pace delle menti e dei 
cuori. Il nostro autore, invece, nella contempla- 
zione della natura, sentì più che mai la nullità di 
ogni cosa umana, salvo che, anche da una con- 
templazione siffatta, trasse immagini nuove e non 
meno leggiadre di quelle venutegli da una ben di- 
versa visione del mondo : ma ciò nulla toglie alla 
differenza accennata: altre sono le ragioni della 
filosofia, altre quelle della poesia. Evidentissima, 
dunque, la compiutezza di quella concezione pes- 
simistica; e chi volesse negarla sol perchè gli sem- 
brasse non mancar nel Leopardi ulteriori ondeg- 
giamenti, più o meno simili a quelli accennati sin 
ora, colui confonderebbe, al parer mio, le condizioni 
tutte subbietlive del filosofo col valore intrinseco 
delle sue idee ; certo, mal concluderebbe dalle une 
alle altre, perchè le seconde possono essere al tutto 
indipendenti dalle prime. 



196 CAPITOLO IV. 



V. 

Ma sono poi stati interpretati a dovere quei 
suoi moti intimi, cioè tutto queir ordine di pen- 
sieri e di sentimenti che sembrano detrarre alla 
predetta sua concezione? Non saprei; in ogni modo, 
a questa non manca più nulla. L' infelicità, anche 
se T uomo se la fosse poi accresciuta coir opera pro- 
pria, deriva sempre dai germi posti dalla natura 
stessa in tutte le cose ; quindi, infelicità necessa- 
ria, eterna e universale. Ogni nuova indagine riu- 
sciva ad accrescer evidenza a questa idea sovrana ; 
e tutti i moti del pensiero mettevan capo ad essa, 
come tutti i fiumi nel mare. Non era però meno 
evidente che la vita, colle sue intrinseche energie 
e coi suoi impulsi invitti, potesse, almeno sino ad 
un certo punto, resistere air azione del pensiero, 
e conservar tanto di sé quanto basti all' esistenza. 
L' ubbidire, sia pure interrottamente, alla seconda 
di queste due forze, e anche dopo aver ricono- 
sciuto, anzi illustrato col proprio ingegno la prima, 
costituiva nel nostro autore una specie di duali- 
smo ; il quale, non che nuocerle, accrescea vigore 
e pregio e rivestiva di caratteri poeticamente per- 
sonali tutta T opera sua. Che ancor quella seconda 
forza egli abbia egregiamente interpretata in versi 
e in prosa ; che, col sentimento e coi più profondi 
moti del cuore, fosse riuscito a produrre effetti 
morali ed estetici contrari a quelli delle sue stesse 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 197 



desolanti speculazioni, fu già notato, ed è, del resto, 
facile avvertire ad ogni animo ben disposto. Ma 
non così avvertita, o almeno non sufficientemente 
studiata, è stata l' opera che, anche come filosofo, 
volle spendere a vantaggio di essa seconda forza. 

Or dunque si noti innanzi tutto che, pur con- 
tinuando a meditare quel suo Sistema speculativo 
intorno all' uomo e al mondo, incominciato dalla 
sua prima giovinezza, ei gli venne aggiungendo 
di mano in mano una serie di pensieri che for- 
massero un Manuale di filosofia pratica. 1 Le tracce 
della medesima si trovano anche nelle cose scritte 
sin d'allora, ma la intera consapevolezza del fine 
e il disegno preciso dell' opera sono da assegnare 
ai tempi posteriori, quando cioè la ragione pura 
aveva già fatte le sue maggiori prove. Si direbbe 
che, appunto per questo, egli sentisse sempre più 
urgente il bisogno di adoperarsi a vantaggio della 
vita, così oppressa e menomata dal pensiero. 

Ma cotesto fine ei prosegue senz' attentar mai 
ai diritti del pensiero speculativo ; al quale, anzi, 
di tanto in tanto ritorna come sotto le bandiere 
del suo vero signore, e quasi per aiutarlo a nuove 
conquiste. Quanto una tale impresa potesse avere 
in sé di contradittorio, non impediva che l' ope- 
rosità mentale di lui, specialmente nell' ultimo suo 
periodo, si svolgesse appunto in siffatta duplice 
forma. Ciò eh' egli disse nel Preambolo alla sua 



1 Perù., VII, 175. 



Ì98 CAPITOLO IV. 



traduzione del Manuale di Epiltelo, e che potrebbe 
parer dettato da una transitoria condizione di animo, 
era invece come la sintesi di quanto gli veniva 
suggerendo quella ragion pratica, il cui pregio, 
anzi la cui necessità, si fondava appunto sulla cer- 
tezza « che T uomo non può nella sua vita per 
modo alcuno né conseguire la beatitudine, né schi- 
vare una continua infelicità a. 1 Se non che, quivi 
consigliava di porre ad esecuzione i precetti di 
quello stoico; e quanto a sé, accennava soltanto 
al vantaggio che ne avea ricavato nella sua vita 
infelice. Ma il vero è eh' egli andava meditando 
anche una filosofia pratica, tutta sua: quella di 
cui, come di tante altre cose, lo Zibaldone ci dà 
insieme la storia e i movimenti del cuore onde 
fu accompagnata. 

Dunque, ammesse le terribili verità scoperte 
dal pensiero, che cosa ci resta a fare perchè la 
vita non ne divenga proporzionatamente infelice? 
Come, anzi, ottenere che nonostante quelle essa 
ci riesca, quanto più si possa, tollerabile? Ed ecco 
il Leopardi tutto inteso a comporre quel suo Ma- 
male. Ecco, di tanto in tanto, una o più idee de- 
rivate dalla esperienza del mondo e in ispecie da 
quello studio dei propri moti interni, che per lui 
fu sempre una sorgente inesausta di osservazioni 
nuove e delicatissime. In tutte s'insiste princi- 
palmente su i benefìci effetti della rassegnazione 



1 Manuale di Epitteto, in Opere di G. L. f ediz. cit., II, 214. 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 199 

e della pazienza e sulla necessità di ridurre nei 
più stretti confini i desideri e le speranze. Oc- 
corre più particolarmente sbandire l'ardente aspet- 
tativa di cose lontane ; quelle visioni remote, quei 
sogni così diversi dalle condizioni effettive del 
viver nostro. Bisogna, per provar piacere in qua- 
lunque azione ovvero occupazione, cercarvi qual- 
che altro fine che il piacere stesso. Non disgu- 
starsi dell' amico per sue negligenze e per nessuna 
sua azione che ci sia nocevole, sin che in lui non 
vediamo chiaramente una determinata volontà di 
offendere. L'apice della sapienza sarebbe quello 
di proporsi un futuro facile ad ottenere; vivere 
giorno per giorno, e quasi ora per ora. Fuggire 
poi come T estremo dei mali una vita tutta in- 
terna, simile a quella da lui stesso vissuta; pro- 
curando, al contrario, di essere sempre occupato 
esteriormente. 1 

Siffatti consigli di filosofia pratica si avvicen- 
dano, ad intervalli ognor più brevi, colle specu- 
lazioni del pessimismo; e come ciascuna di que- 
ste è volta a far sempre più evidente la nullità 
di ogni cosa umana, parrebbe ciascuno di quelli 
voler temperare il crescente dolore delle nostre 
ferite. Per tal rapido alternarsi di concetti così 
diversi, in alcune pagine dello Zibaldone c'è tanto 
contrasto d' idee che poca altra fatica sarebbe oc- 



1 Perù., VII, 120 (1° agosto 1826), 132-33 (21 settem- 
bre 1826), 175-76 (30 dicembre 1826), 189 (28 gennaio 1827). 
200 (24 marzo 1827), 209 (30 marzo 1827), 218 (7 aprile 1827). 



200 CAPITOLO IV. 



corsa all'autore per cavarne qualche dialogo per- 
fetto: un dialogo più particolarmente come quello 
di Plotino e di Porfirio, dove i due interlocutori 
personificano in sé, non, come avviene in altri 
componimenti dello stesso genere, due concetti 
più o meno contrari, ma piuttosto le due parti 
della stessa filosofia leopardiana. 1 Porfirio, difen- 
dendo il suicidio, si fonda appunto su quelle spe- 
culazioni onde si dimostrava che il non essere è 
meglio dell'essere, e che, dunque, la morte « è il 
solo rimedio valevole ai nostri mali, la cosa più 
desiderabile agli uomini, e la migliore ».* 

Ma Plotino, pur riconoscendo vere quelle sen- 
tenze, anzi appunto perchè tali le riconosce, quasi 
impaurito ricorre agli argomenti della filosofia pra- 
tica: le sole armi con le quali potesse sottrarre 
T amico alla morte, e se stesso al dolore di tanta 
perdita ! E quali corde egli tocca ! E il sereno che, 
pur nella nostra povera vita, segue immancabile ad 
ogni procella; e il cèrto risorgere della speranza, la 
quale, non meno che il dolore, è insita all' umana 
natura; e l'orror dell'atto onde la vita è ado- 
prata a distruggere la vita, orrore che vince 
quello di ogni altro supplizio; e il violento di- 
stacco dalle persone che ci amano, e alle quali 
lasceremmo, quasi a compenso, un ricordo pieno 



1 Vedi le giuste osservazioni fatte dal prof. F. Tocco nel 
suo scritto: Il dialogo leopardiano di Plotino e Porfirio, in 
Studi di Filologia classica, Vili, 497 e segg. 

* Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Op. cit, II, 70. 



ATTRAVERSO LO « ZIBALDONE >. 201 

di lagrime! Così vince Plotino; e, col discorso 
e ancor più coir effetto che ne ottiene, ci per- 
suade come le cose umane possano mostrarsi « non 
indegne di qualche cura; non veramente air in- 
telletto; ma sì, per modo di dire, al senso del- 
l' animo ». Ora tanto basta, perchè 1' uomo, an- 
che con le idee di Porfirio, perseveri nella vita. E 
il principio supremo dal quale si derivano tutte 
le norme della filosofia pratica, consiste in ciò, 
che « quel tal senso dell'animo, e non l'intelletto, 
è quello che ci governa »/ 

Tale contrasto, oltreché dimostrato con argo- 
menti di ragione, ci è spesso fatto sentire per en- 
tro qualche leggiadra immagine : come, ad esempio, 
quella della « giovine morta », il cui destino par 
sì lieto insieme e sì tristo al poeta, per quel con- 
trasto appunto eh' egli, nella sua stessa commo- 
zione, ritrae mirabilmente dicendo: 

Questo se all'intelletto 

Appar felice, invade 

D'alta pietade ai più costanti il petto. 8 

Ma lasciando ogni altro esempio, dirò invece 
che quelle norme di sapienza riguardano così le 
persone individue come l'intera società umana; e 
che, anzi, si vanno sempre più allargando dalle 
une alle altre, e tanto da poter costituire quel 
vero fondamento sociale che al nostro autore non 



1 Op. cit, II, 75. 

* Canzone: Sopra un basso rilievo sepolcrale. 



202 CAPITOLO IV. 



era sino a qui riuscito di trovare. Lo trova final- 
mente in quella benevolenza scambievole che la 
terribile certezza della propria infelicità deve su- 
scitar negli uomini tutti : comune il danno, reci- 
proco sia dunque l' amore tra i figli d' una stessa 
crudel madre, e comune anche la guerra a quella 
che tutti gli opprime. Fra i luoghi che ce ne fanno 
testimonianza, citerò questo: 

« La mia filosofia, non solo non è conducente 
alla misantropia, come può parere a chi la guarda 
superficialmente, e come molti l' accusano ; ma di 
sua natura esclude la misantropia, di sua natura 
tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quel- 
T odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti 
e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbero 
esser chiamati né creduti misantropi, portano però 
cordialmente a' loro simili, sia abitualmente, sia 
in occasioni particolari, a causa del male che, giu- 
stamente o ingiustamente, essi, come tutti gli al- 
tri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia 
fa rea d' ogni cosa la natura, e discolpando gli uo- 
mini totalmente, rivolge V odio, o se non altro il 
lamento, a principio più alto, air origine vera 
de' mali de' viventi a. 1 

Insigne fra tutti gli altri è questo luogo, perchè 
contiene insieme nella loro pienezza e nella forma 
più precisa che abbiano assunto fino allora, le due 
somme idee filosofiche a cui era giunto il Leo- 



1 Pena., VII, 361-2 (2 gennaio 1829). 



ATTRAVERSO LO < ZIBALDONE». 203 



pardi. L'una, che possiamo considerare come la 
sintesi di tutte le sue speculazioni, facendo rea 
d'ogni male la natura, viene a discolpar intera- 
mente l'uomo; l'altra poi, eh' è la più vasta ap- 
plicazione dei principi della sua filosofia pratica, 
già prelude a quella dell' alleanza fraterna di tutti 
gli uomini contro la comune nemica. L'origine e 
i progressi della seconda idea sono meno appari- 
scenti che quelli della prima; tuttavia non è dif- 
fìcile ad ogni attento lettore di scorgerli, sotto le 
forme più svariate, in moltissimi luoghi leopar- 
diani, e segnatamente nello stesso Dialogo di Plo- 
tino e di Porfirio; dove il difendersi contro la 
crudele matrigna è consigliato a persone amiche 
tra loro, ma di cui nessuna avrebbe potuto vo- 
lere efficacemente il bene dell' altra, senza recar 
ad effetto queir unico rimedio ai mali comuni. Ma 
qui, nel Pensiero citato, il consiglio si dà impli- 
citamente all' intero genere umano : se e' è un' in- 
felicità necessaria che l' opprime tutto, ci sia dun- 
que anche un'alleanza universale contro l' autrice 
del male. 

A coteste due idee supreme nulla, quanto ad 
universalità e pienezza, aggiungono le rimanenti 
pagine dello Zibaldone; le quali, del resto, anche 
per tutti gli altri quattro anni (2 gennaio 1829 
- 4 dicembre 1832) ch'esso dura, non vanno oltre 
il centinaio (4428-4526). La prima di quelle idee 
ci si ripresenta spesso allo sguardo, e sotto forme 
ognor nuove: così, nel seguente esempio, oltre 



204 CAPITOLO IV. 



che fondarsi su i consueti argomenti psicologici, 
la vediamo rivestita di tali immagini che, anche 
per cotesto lato, ci fa rammentare dello Scho- 
penhauer: « La natura non ci ha solamente dato 
il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bi- 
sogno, come quel di cibarsi. Perchè chi non pos- 
siede la felicità, è infelice, come chi non ha di che 
cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella 
ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza 
nemmeno aver posta la felicità nel mondo a. 1 Ri- 
torna ancora queir idea, nella sintesi più compren- 
siva che il Leopardi abbia mai fatto di tutto il 
suo pessimismo, in quest' altro luogo che può es- 
sere considerato come Y ultima parola dello Zibal- 
done : « Due verità che gli uomini generalmente 
non crederanno mai: l'una di non saper nulla, 
l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che 
ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver 
nulla a sperare dopo la morte ».* 

Ma se con essa finisce il Manoscritto, ciò non 
significa che quella suprema idea del dolore resti 
dominatrice solitaria del suo spirito; perchè quel- 
T altra, della fraternità universale, torna ognora a 
risplenderle accanto, come sole che si svolge dalle 



1 Pem.y VII, 454 (27 maggio 1829). li filosofo tedesco (Le 
monde comme volonté cit, I, 326) dice: < Vouloir, s'efforcer, 
voilà tout ieur étre : c'est comme une soif inextinguible. Or 
tout vouloir a pour principe un besoin, un manque, donc une 
douleur : c'est par nature, nécessairement, qu'ils doivent de- 
venir la proie de la douleur ». 

* Ibid., VII, 462 (16 settembre 1832). 



ATTRAVERSO LO «ZIBALDONE». 205 

squarciate nuvole. E poi e' è sempre la poesia che 
appunto rinasce, perchè il cuore non cessa di sve- 
gliarsi agli antichi palpiti; e, rinata, è sempre come 
la ginestra del pensiero, che col suo profumo con- 
sola il deserto! 



Capitolo V. 

SECONDO PERIODO POETICO. 



IDILLI. 
I. 

Guardando alle sue poesie così primamente in- 
titolate dall' autore stesso, alle numerose tracce di 
altri componimenti simili eh' egli aveva in animo 
di fare, e, infine, a quel tanto d' idillico che riap- 
pare nei suoi ultimi canti, possiamo anche in 
cotesto genere poetico vedere come disegnata a 
grandi linee la storia del suo pensiero. Col tra- 
sformare se medesimo, egli trasformava l'idillio; 
e, imprimendogli qualità corrispondenti alle sue 
nuove maniere di guardare la vita umana, ne fa- 
ceva una cosa diversissima da ciò ch'esso è nei 
più insigni esempi antichi, da lui primamente se- 
guiti. Così, neanche cotesta forma d' arte, origina- 
riamente oggettiva e ritraente 1' uomo in una delle 
sue condizioni più innocenti e più felici, perchè 
libero dal flagello del pensiero, neanch'essa sfuggì 
alla sorte, comune presso il Leopardi ad ogni altra 
forma poetica, di significare appunto quel flagello 
e il male che opprime il mondo tutto. 



SECONDO PERIODO POETICO. 207 



Avvezzi a considerare il Leopardi dai lati onde 
principalmente è famoso, non sogliamo farci un' idea 
giusta dell'amore ch'egli pose a tutta quella vita 
paesana e a quelle scene campestri, di cui pure 
accennò spesso nella sua poesia. Ma il vero è eh' ei 
non le ebbe men care di quegli studi in cui tanto 
s' immerse, da parer ignaro o immemore di quanto 
gli vivesse d' attorno. E non pure le ebbe così care, 
ma, intendendo vestirle di poesia, fece a tale ef- 
fetto esercizi e tentativi non meno amorosi e co- 
stanti di quelli coi quali si addestrava a ritrarre de- 
gnamente in prosa o in verso ogni moto più sublime 
dello spirito e tutto ciò che venisse scoprendo col 
suo assiduo filosofare. Oltre dunque allo studio 
propriamente detto, ciò che nell' età prima più 
lo dilettava erano le cose paesane e campestri: 
esempio questo dei più rari che si possano tro- 
vare nella storia degli altri scrittori nostri di ogni 
tempo, presso i quali, pur nella pienezza delle più 
varie e forti impressioni della vita, furono scarse 
o del tutto manchevoli quelle appunto di cui qui 
si parla, e che tenevano il campo nel cuore del 
giovane recanatese. 

Per cotesto lato, egli, più di ogni altro italiano 
moderno, ci fa rammentare di quegli stranieri che, 
sin dai loro primi anni, poterono sentire effetti- 
vamente e godere la vita delle campagne. Or di 
tali suoi moti intimi e dello studio intorno alle 
stesse cose che n' eran cagione, ci porgevano già 
sufficiente notizia le tracce degli Idilli che si leg- 



208 CAPITOLO Y. 



gono nelle carte Sinneriane; ma ecco sopraggiunte 
a compiere Y effetto quelle, anche più importanti, 
trovate nei nuovi manoscritti. Le une e le altre 
insieme ci danno l' immagine di tutta una forma 
di vita a cui il nostro giovane intensamente par- 
tecipava, di un mondo così diverso da quello che, 
come studioso, aveva fatto suo. Nelle carte Sin- 
neriane, preceduti da altri accenni appartenenti 
sìY Abbozzo di Telesitta, si leggono questi: 

<t Galline che tornano spontaneamente la sera 
alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Cam- 
pagna in gran declivio veduta alquanti passi in 
lontano, e villani che scendendo per essa si per- 
dono tosto di vista ; altra immagine dell' infi- 
nito ». 

Come si vede, questi erano altrettanti ricordi 
di scene campestri, a cui egli si proponeva di dar 
forma poetica : erano ancora come singole note di 
armonie, singoli tratti di paesaggi che intanto si 
dispiegavano interi dentro il suo spirito. Dalle cose 
piccole non meno che dalle grandi, il Leopardi 
sentiva suscitarglisi in cuore moti ineffabili; a 
ciascuna voleva dire, da ciascuna udire qualche 
parola affettuosa, persuaso d' intendere il loro mol- 
tiplice linguaggio, e che quelle tutte intendessero 
il suo. Di esse poteva ignorare Y origine e i fini ; 
ma tale ignoranza nulla toglieva al diletto immenso 
di sentir la parentela comune delle cose, che de- 
rivava appunto da quella che ciascheduna aveva 
con lui stesso. 



SECONDO PERIODO POETICO. 209 

Ancor più importanti dissi le tracce di simili 
componimenti nelle carte napoletane; eccole: 

« Idilli. Ombra delle tettoie. Pioggia mattutina 
del disegno di mio padre. Iride alla levata del sole. 
Luna caduta secondo il mio sogno. Luna che se- 
condo i villani fa nere le carni : onde io sentii 
una donna che consigliava per riso alla compagna 
sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zen- 
dale. Bachi da seta, de' quali due donne discorre- 
vano fra loro e V una diceva — Chi sa quanto ti 
frutteranno — e ¥ altra in tuono flebilissimo — Oh 
taci! che ci ho speso tanto, e Dio voglia ec. ».* 
Anche qui dunque, con altri particolari più vivi 
e più precisi, storie e scene che l'arte avrà da 
rendere nella loro interezza : un complesso di ele- 
menti soggettivi e oggettivi, fantastici e reali ; im- 
pressioni e sogni propri ; dialoghi di villani e di 
femminette. Ma ogni disparità di elementi si per- 
deva nella comune condizione idillica ; e il poeta 
medesimo non era qui che uno dei componenti 
della stessa famiglia campestre. 



IL 

Tanto era dunque ¥ amore, tanta la partecipa- 
zione del Leopardi a quella vita ; ma non minore 
la consapevolezza colla quale si apparecchiava a 

1 Carducci, op. cit., p. 47. Vi si riporta (p. 50) un altro 
idillio che leggesi abbozzato nelle stesse carte napoletane, 
e anche (p. 48) le tracce, sopra ricordate, delle Sinneriane. 

Zumbini. 14 



210 CAPITOLO V. 



darle nuova bellezza nell' arte. Come in ogni altra 
sua impresa, così anche in questa, andavano in lui 
congiunti la spontaneità dei sentimenti e la con- 
sapevolezza per cui, meditando quei sentimenti, 
trovava nella loro natura medesima la forma che 
meglio loro si convenisse. E come intendeva le 
differenze tra gì' idilli di autori di tempi diversi, 
così anche quelle, più o men grandi, che per ra- 
gioni simili dovevano correre fra ogni altro esem- 
pio anteriore e i suoi propri componimenti del ge- 
nere stesso. Mi basti citare questo suo luogo: <r I 
nostri veri idilli teocritei non sono né le egloghe 
del Sannazzaro, né ec. ec, ma le poesie rustica li 
come la Nencia, Cecco da Varlungo ec, bellissimi 
e similissimi a quelli di Teocrito nella bella roz- 
zezza e mirabile verità, se non in quanto sono più 
burleschi di quelli, che pur di burlesco hanno 
molto spesso una tinta »/ 

Ecco nettamente distinta la poesia pastorale, 
ch'ebbe la sua fonte nella stessa natura, come 
gì' idilli di Teocrito, e, si può aggiungere, di Mo- 
sco, da quella poesia che di esso genere non ha 
che il nome e le apparenze, è in cui il difetto 
della sostanza non potrebbe essere mai emendato 
dall' arte, per quanto classicamente perfetta. E tali 
erano appunto non pur le egloghe del Sannazzaro, 
qui espressamente ricordate, ma ancor i compo- 
nimenti di tanti altri autori nostri a cui, con que- 



1 Pen». t I, 166. 



SECONDO PERIODO POETICO. 811 

gli ec. ec, evidentemente si alludeva. Per quanto 
remoti di tempi, d' idee e di costumi, gli antichi 
rimanevano sempre più veri e più efficaci degli 
altri, perchè, col dipingere tutta una realtà di 
cose e di sentimenti, avevano comunicato all'arte 
quella virtù che non muore coi secoli. 

Siffatta doppia realtà è sempre la sovrana sor- 
gente, come di ogni poesia in generale, così di 
questa che descrive uomini e cose poco notate dai 
più, e spesso ignote anche a coloro che vollero 
farsene argomento di arte. Il pregio della duplice 
verità, oggettiva e soggettiva, è di tutti i tempi, 
e perciò corrisponde alle varie condizioni delle 
cose reali, come alle varie qualità dei sentimenti 
eh' esse ispirano. Ed ecco perchè la nostra poesia 
idillica moderna, anche se vera come i migliori 
tra i più antichi esempi che se ne possano indi- 
care nella letteratura italiana, ci apparisce diversa 
da questi in molti dei suoi elementi storici, e, an- 
cora più, negli affetti ond' è animata ; senza dire 
della coscienza personale, anche varia nei Agli di 
uno stesso secolo, e tanto più varia, quanto sia 
maggiore in essi il sentimento della propria in- 
dividualità e indipendenza di spirito. 

Dunque, come dicevo poco avanti, nel Leo- 
pardi, anche in questo proposito, si accordavano 
mirabilmente il poeta e il critico, le impressioni 
più immediate della natura e le riflessioni sulla 
vita e sulla storia umana. Oggettivo al possibile 
egli riuscì nel più antico idillio che di lui cono- 



%i% CAPITOLO V. 



sciamo, Le rimembranze, scritto nel 1816. 1 Ciò che 
vi si possa notare di simile agli esempi classici, 
da lui seguiti, o a qualche altro esempio moderno, 
non altera la sostanza, eh* è nuova, e consiste nella 
pietosa storia della morte di Filino, narrata dal 
padre a Dameta, altro suo figlio superstite: pro- 
babilmente uno di quei fatti veri, di cui spesso 
prendeva nota per farne uso a tempo opportuno. 
Ma quelle angosce di due cuori che la morte di- 
videva per sempre, sono un sentimento tutto per- 
sonale; e basti a prova che alcune delle immagini 
presenti tornano a comparire nelle sue più note 
dipinture di se stesso. Certo, a leggere qui: <c l'oc- 
chio mi volse, cui luccicante lacrima copria: Ma 
nulla dir potè, più non dischiuse II moribondo 
labbro » ; e : « Fiso dapprima II rimirai, poi sullo 
smorto viso Mille baci gli diedi » ; * chi non si ram- 
menta di moti e atti simili descritti nel Consalvo? 
Se poi non fece o non conservò altri idilli sino 
al 1819, è tuttavia da credere che ntfn lasciasse 
mai di notare le impressioni di quella vita cam- 
pestre a cui così amorosamente partecipava. Di 
esse, in ogni modo, e dei fatti corrispondenti si 
componeva anche uno degli idilli scritti in quel- 
l'anno: 3 intendo lo Spavento notturno, dove un pa- 



1 Op. ined., II, 377 e segg. 

* Ibid., II, 378 e 379. 

8 O tra quello e il '21, come potrebbe credersi dal citato 
Indice del 25 febbraio 1826. 

Quest' Indice però, assegnando sl%V Idilli la data del 1819- 
1821, non altera in sostanza quella, fissata primamente dal 



J 



SECONDO PERIODO POETICO. 213 

store narra all'altro un fatto di cui aveva avuto 
esperienza il poeta, se, come par certo, il sogno 
di cui qui si tratta è il medesimo che vedemmo 
accennato nelle tracce delle carte napoletane. Cu- 
rioso e di molto significato, è che quel ricordo: 
« Luna caduta secondo il mio sogno », sia imme- 
diatamente seguito da queir altro : « Luna che 
secondo i villani fa nere le carni ». Cosi il so- 
gno suo proprio, il discorso contadinesco intorno 
al soggetto stesso e gli altri accenni a pregiudizi 
e discorsi di tal natura, contenuti nelle medesime 
tracce, appaiono come altrettanti componenti di 
una famiglia di pensieri più o meno simili fra 
loro. Il quale effetto ci si conferma da ciò, che il 



poeta stesso, al 1819. Infatti, la maggior parte di quei com- 
ponimenti si dovrà sempre riferire al detto anno, come ri- 
sulta evidente anche dai molti accenni a simili argomenti 
e dai ricordi personali del genere stesso, che si leggono in 
altre carte napoletane. Anzi, in esse, del medesimo anno 1819 
si hanno persino alcune precise indicazioni. 

Ma su ciò non voglio né debbo insistere. Non bisogna 
voler cercare nei fatti quelle determinazioni storiche, di cui 
talvolta mancano, potendo essi, per ragioni intrinseche ed 
estrinseche, appartenere a più di uno di quei tempi che il 
critico accenna o di quei periodi ch'egli talvolta costruisce 
e distingue senza buon fondamento. Così è facile avvenga 
naturalmente anche dei lavori poetici, quando siano corsi in- 
tervalli più o men lunghi fra la prima ispirazione e l'ultima 
forma che abbia loro data il poeta. 

In ogni caso però dobbiamo considerare gV Idilli leopar- 
diani come un gruppo di componimenti, che, dove pure si 
giunga per qualcuno di essi al '21, appartiene sempre, nel suo 
complesso e nella sua sostanza, al tempo che intercede fra 
le due prime canzoni e le altre composte dal '20 in poi. Ha 
valore e forme tutte proprie e costituisce come una prima 
parte di questo che abbiam detto secondo periodo poetico. 



214 CAPITOLO Y. 



sogno è poi così descritto da Alceta a Melisso, e 
così commentato tra tutti e due, che ci parrebbe 
poco credibile esser quello il medesimo avuto dal 
poeta, se non dovessimo argomentarlo dalle trac- 
ce testé ricordate : tanto in quelle impressioni di 
spavento e di maraviglia e in quel linguaggio, sem- 
plice insieme e pittoresco, tutto è schiettamente 
pastorale! La simpatia dell'autore per la vita cam- 
pestre risulta dunque evidente non meno dai sem- 
plici ricordi che da questa e altre simili rappre- 
sentazioni obbiettive, in cui gli riusciva talvolta 
di obliare in parte se stesso. 

HI. 

Tale simpatia, come ricordavo poco avanti, è 
ciò che di più moderno possa notarsi nella sua 
poesia idillica. Dissi di più moderno, e ora sog- 
giungo, di più personale. In essa non è pur l'om- 
bra di quel burlesco che, come notò il nostro au- 
tore, se abbonda nei componenti rusticali italiani, 
non manca del tutto neanche negli idilli teocritei. 
Appunto perchè vera come quelli, doveva essa 
differire tanto dagli uni e dagli altri, quanto dai 
sentimenti in quelli ritratti differivano non pur 
la coscienza moderna in generale, ma ancora i 
moti del suo cuore profondamente malinconico e 
in cui già gli scritti del Rousseau e il Werther 
destavano echi potenti. In lui, siffatta simpatia 
verso le cose campestri escludeva certi sentimenti 



SECONDO PERIODO POETICO. Si 5 

onde talvolta la vediamo temperata, almeno in ap- 
parenza, pur presso alcuni sommi poeti moderni. 
Nulla che rassomigli in qualsiasi modo all' ironia, 
all' umore e ad altri sentimenti affini; tutto, invece, 
è qui dominato da una tenerezza seria e costante. 
E ce ne porgono nuova testimonianza le tracce 
di altri ricordi, che si leggono in altre carte na- 
poletane non pubblicate sin ora. Fra cotesti ri- 
cordi, riferentisi ai soliti contadini e ai soliti campi, 
ed anche a quegli animali e a quelle piante ed 
erbe, la cui vita il Leopardi sentiva così stret- 
tamente congiunta colla vita umana, cito i se- 
guenti : 

« Contadino dicente le ave Maria e '1 requiem 
(Bternam sulla porta del suo tugurio, volto alla 
luna poco alta sugli alberi del suo campo ». — 
« Così mi duole veder morire un giovine come 
segare una messe verde verde o sbattere giù da 
un albero i pomi bianchi ed acerbi ». 

Ecco poi come l'abbozzo di un intero idillio: 
« Giardino presso alla casa del guardiano — 
io era malinconichiss. e mi posi a una finestra 
che metteva sulla piazzetta ec. — due giovanotti 
sulla gradinata della chiesa abbandonata ec. er- 
bosa ec. sedevano scherzando sotto al lanter- 
none ec. — si sballottavano ec. comparisce la prima 
lucciola eh* io vedessi in queir anno ec. — uno dei 
due s'alza, gli va addosso ec. — io domandava fra 
me misericordia alla poverella, l'esortava ad al- 
zarsi ec. — ma la colpì e gittò a terra e tornò 



216 CAPITOLO V. 



all'altro ec. — intanto la figlia del cocchiere ec. 
alzandosi da cena e affacciatasi alla finestra per 
lavare un piattello, nel tornare dice a quei den- 
tro : Stanotte piove da vero. Se vedeste che tempo. 
Nero come un cappello; e poco dopo sparisce il 
lume di quella finestra ec. — Intanto la lucciola 
era risorta ec. — avrei voluto ec. — ma quegli se 
ne accorse, tornò : porca buzzarona — un' altra 
botta la fa cadere già debole com' era ed egli col 
piede ne fa una striscia lucida fra la polvere ec. 
e poi ec. fin che la cancella a. 1 

Lascio il resto, dove si parla di nuova gente 
che sopraggiunge e di altri simili casi ; bastando 
al mio fine questo della lucciola, alla cui scia- 
gura il giovane poeta s' inteneriva come alla sorte 
di una debole creatura umana, oppressa dalla 
violenza altrui. Oh come avrebbe voluto salvare 
la piccola innocente che, quasi scintilla celeste, 
guizzava tra le tenebre e le crudeltà del no- 
stro mondo, e la cui luce sopravvisse ancora 
per qualche istante alla stessa vita! Quanta so- 
miglianza tra codesti sentimenti e quelli di altre 
anime gentili dei nostri tempi, del Burns, ad esem- 
pio, che compiangeva la sorte del topolino, al quale 



1 Di queste tracce ho avuto copia dal mio ottimo amico 
Giuseppe Chiarini. Egli stesso, col consenso degli altri suoi 
Colleghi della Commissione leopardiana, mi ha poi data fa- 
coltà di esaminare le carte napoletane depositate nella Ca- 
sanatense, e anche di prenderne appunti. A essi, e special- 
mente a lui, mi dichiaro grato quanto più so e posso di tanta 
cortesia. 



SECONDO PERIODO POETICO. 217 

egli stesso, arando, aveva disfatto il nido ! l Nulla 
di più affettuoso che quelle parole del poeta scoz- 
zese, avvezzo a sentire come una parte dell' anima 
sua in tutto ciò che, nelle native campagne e sotto 
qualunque forma, gli si offrisse allo sguardo. E 
non la sentiva persino in quella margherita, di 
cui, allo stesso modo, aveva spezzato il fragile 
stelo ? 2 Certo, anche colla pietà si mesceva un po' del 
suo humour consueto; ma la tenerezza è sempre 
vera e profonda quanto altra mai. In ogni modo, 
tali o simili differenze tra il Burns e il Leopardi 
e tra i moderni di diverse patrie o di una patria 
stessa, nulla tolgono a quella comune parentela 
di coscienza, per la quale essi tutti sono legati di 
novelli vincoli e di novelli affetti alle cose del 
mondo. E già lo stesso Burns, quando la malin- 
conia finisce col prevalere sopra ogni altro senti- 
mento, si rassomiglia più che mai al Leopardi; 
come si vede nella fine della sua stessa prima 
poesia qui citata, dove la sorte degli animali, li- 
beri come sono, dalle nostre angosce interne, è 
anteposta a quella dell'uomo; e il poeta-contadino 
scozzese arieggia così al futuro Pastore errante 
dell'Asia. 



1 To a Mouse, on turning her up in her Neat, with the 
Plough, November 1875, in Stewart^ edition of BuRNS'Poem*. 
Glasgow, 1802, p. 47-48. 

1 To a mountain Daisy, on turning one down, with the 
Flougk, Aprii 1776: ibid., p. 27-28. 



218 CAPITOLO V. 



IV. 



Da tutta questa sostanza di fatti e sentimenti 
appena accennati nelle carte leopardiane, sarebbe 
venuta fuori una specie d'idilli soggettivi e rap- 
presentativi insieme. Tali non si possono vera- 
mente dire i due poco avanti ricordati, perchè in 
essi i caratteri della seconda specie prevalgono su 
quelli della prima. E poi i medesimi elementi sog- 
gettivi non sono proprio ciò che di più nuovo e 
di più squisito si possa ammirare nei citati ri- 
cordi del nostro autore. Per contrario, in tutti 
gli altri idilli composti, come il medesimo Spa- 
vento notturno, nel '19, o nei due anni seguenti, 
la parte soggettiva abbonda così da esser quasi 
il tutto della concezione poetica. Ma quei compo- 
nimenti misti, in cui le cose della vita campestre 
sarebbero state largamente descritte, e lo spirito 
avrebbe insieme interpretato se stesso, quei com- 
ponimenti, come dicevo, benché in via di forma- 
zione per entro le stesse loro tracce, non furono 
mai condotti a termine. Cogli occhi a tali ricordi 
di cose osservate dal Leopardi, a tali, vorrei dire, 
semenzai di elementi poetici, vediamo, come di lon- 
tano, animarsi e muoversi quelle stesse immagini 
a cui palpitando egli si affissava, bramoso di am- 
mirarle vive anche nelle più vaghe forme dell'arte. 



SECONDO PERIODO POETICO. 219 

Tuttavia ciò non gli venne fatto che in mi- 
sura assai scarsa e sproporzionata ai disegni; può 
dirsi anzi che non gli riuscisse se non per una 
sola parte di quella sostanza: per la parte cioè 
dei sentimenti, delle impressioni e delle visioni 
suscitate in lui dalle scene campestri o contadi- 
nesche e dagli aspetti della natura. Ma tali scene 
rimasero come nell'ombra, e ognor meno vagheg- 
giate dallo spirito; il quale, dondechè movesse, 
finiva sempre col rimaner con se medesimo e coi 
suoi nuovi affanni. Già, da qualche anno avanti, 
il nostro poeta aveva cominciato ad essere som- 
mamente infelice a cagione del proprio pensiero; i 
e così oppresso, poteva ognor meno fermarsi a 
quelle scene e a quei costumi campestri, di cui 
prima s' era tanto compiaciuto. Per tal modo, quanto 
egli vedesse fuori di sé cedeva sempre più il campo 
a quanto altro egli potesse veder dentro. 

Così gF idilli a cui ancor poneva mano, riu- 
scivano meno un bozzetto delle cose esterne che 
la manifestazione dei sentimenti da quelle destati. 
Tali, escluso lo Spavento notturno, sono i compo- 
nimenti che il Leopardi chiamò da principio idilli : 
cioè L'Infinito, Il Sogno, La Ricordanza (poi Alla 
Luna), La Vita solitaria, La sera del giorno festivo, 
(poi La sera del dì di festa). Ben poco in essi ri- 
mase di quella vita paesana, i cui elementi ve- 
demmo abbondare nei ricordi citati; vi campeg- 



1 EpUt., I, 87 : lettera dell'8 agosto 1817, a Pietro Giordani, 



820 CAPITOLO Y. 



giano invece gli spettacoli e le bellezze dèlia natura 
e le visioni dell' infinito. Vi è poi un dolore tutto 
proprio del poeta; ma, ciò eh' è più notevole, co- 
ni' ebbi a dire la prima volta che ne scrissi, « qua 
e là balena come un significato universale di quel 
dolore a. 1 Or tale giudizio parmi confermato non 
pur dalla nuova testimonianza dello Zibaldone (con- 
corde con quella, più antica, dell'Epistolario *) circa 
air anno in cui l'autore si dette alla filosofia, 3 ma sì 
ancora dal fatto che i pensieri filosofici dello stesso 
manoscritto, appartenenti o vicini al tempo degli 
Idilli, ritraggono veramente il primo ondeggiar 
dello spirito fra il dolor personale e quello del 
mondo intero. 

V. 

Pervenuto dunque a quel punto, il nostro au- 
tore, per entro le vagheggiate concezioni idilliche, 
doveva di necessità ritrarre più volentieri i pro- 
pri affanni che non quella realtà di vita, quelle 
storie e scene campestri, alle quali aveva sin al- 
lora così cordialmente partecipato. E poi era an- 
che naturale che ogni altro sentimento, anche più 
antico, prendesse, come veramente prese, le qua- 
lità procedenti dalle nuove meditazioni. Basterà a 



1 Di un nuovo libro francese intorno al Leopardi, in 
Saggi critici. Napoli, Morano, 1876, p. 109. 

* J3pirf.,II,174: lettera al conte Ó. Popoli. Bologna...., 1826. 
8 Pem., I, 249, 60. 



SECONDO PERIODO POETICO. 221 

persuadercene il confronto degli Idilli coW Appres- 
samento della Morte e col Primo Amore; perchè, 
se negli Idilli, alcune delle antiche impressioni 
amorose e dolorose rimangono più o meno le stesse, 
altre, invece, vi si trasformano in quelle idee che 
furono come l'effetto del recente ripiegarsi del 
pensiero su se medesimo. Esempio notevole fra 
tutti, il Sogno. Com' era stato notato da molti, ed 
è, del resto, evidente ad ogni lettore, quel com- 
ponimento ci fa, per più rispetti, rammentare delle 
due visioni petrarchesche descritte nella sesta can- 
zone in morte di Laura e nel secondo capitolo 
del Trionfo della Morte. Si noti però che le so- 
miglianze stesse concorrono a mettere in evidenza 
il nuovo sentimento che il Leopardi innestò sulle 
immagini del poeta più antico, che già da più 
tempo aveva saputo far sue. Così, quando chiede 
alla sua donna: 

Ahi ahi, che cosa è questa 
Che morte s'addimanda? 

ei parrebbe non far altro che ripetere, sotto forma 
lievemente mutata, la preghiera del Petrarca a 
Laura : 

Deh dimmi se '1 morir è sì gran pena. 1 

Eppure, dove questi parlava soltanto di quel pas- 
saggio la cui idea, non che scemare, fa più viva 



1 Trionfo della Morte, II, 30. 



222 CAPITOLO V. 



che mai nel credente la fede e l'aspettazione di 
una beatitudine celeste, il poeta dei nostri tempi 
accenna manifestamente a quel mistero che pesa 
eterno sullo spirito umano, e che a lui medesimo 
si doveva poi affacciare sempre più spaventoso. 

Qualche cosa di simile può dirsi intorno alle 
donne dei due poeti, che allo stesso modo ap- 
paion loro e seggono accanto ; e poi, la stessa dol- 
cezza di parole, la stessa consolante confessione 
dell'amore che per essi ebbero un tempo. Sono 
due sorelle, di cui la seconda ripete in sé tutta 
la soavità della prima. Laura veniva dal cielo, e, 
ragionando sempre del cielo, par voglia farne pio- 
vere la pace tranquilla sul cuore di chi tanto pa- 
tiva per lei; ma l'altra, chi saprebbe dire donde 
venisse? Forse potremmo crederla risorta per un 
momento dagli abissi del nulla. L'infelice super- 
stite ne ha una consolazione non mai provata sin 
allora; poi, ben presto, torna tutto in pianto. Laura, 
ora <r spirito ignudo d, 1 riprendendo un giorno 
l'antica forma, sarà <r più che mai bella »; * ma la 
fanciulla del Sogno, « di beltà.... fatta ignuda », 
forse non continuerà ad esistere altro che nella 
mente di lui, e in quella sola forma di vita eh' ella 
ebbe in terra, e che forse è tutto nell'uomo! 

E poi ella medesima non sa dire se sia più 
crudele il fato di chi abbia a sopravvivere alle pro- 



1 In morte di M. L. t VI, st. vi, 5. 
* St. cit, 9. 



SECONDO PERIODO POETICO. 223 

prie speranze, ovvero di chi sparisca innanzi tempo 
dal mondo, recandosele seco nella tomba : dubbio 
sopra ogni altro angoscioso, che il poeta signifi- 
cherà in altri suoi scritti e più efficacemente che 
mai in una delle sue ultime canzoni. Abbiamo qui 
dunque una nuova fanciulla poetica, la quale pro- 
cede bensì da una delle più famose creature della 
stessa arte nostra, ma che insieme fa segno del- 
l' immenso intervallo fra la coscienza degli anti- 
chi scrittori italiani e quella del Leopardi. Perchè, 
come Laura concorda col Petrarca nelle speranze 
immortali, così la fanciulla recanatese col suo amico, 
nel dolore che di quelle non si consola; parrebbe, 
anzi, che, per essere ella morta, intenda il nostro 
destino meglio di lui eh' è vivo. 

VI. 

Negli Idilli il dolore prende significato più am- 
pio non solo se congiunto, come s'è visto, colla 
passione amorosa, ma, come vedremo or ora, se 
si mesce col sentimento della natura. Certo, an- 
che prima, il Leopardi aveva mostrato di ammirar 
le bellezze del mondo esteriore e di saperle di- 
pingere egregiamente, come è chiaro da alcuni 
luoghi della Cantica ; pure, soltanto qui comincia 
a ritrarle in maniera da significar insieme tutti i 
moti profondi suscitatigli da esse. Qui egli è in 
continuo colloquio con la natura; e in tal colloquio 
trova i suoi maggiori diletti, le sue più nuove 



224 CAPITOLO Y. 



ispirazioni. Alla natura chiede insegnamenti più 
veri di quelli che la scienza e la società possano 
dargli ; e si direbbe quasi che ne aspetti un rin- 
novamento di tutto se medesimo. Ed eccolo per 
la campagna, la mente, gli occhi, i sensi tutti fissi 
a quegli splendori e a quelle armonie. Qui vede 
e sente cose che, più di quelle vedute o sentite 
altrove, corrispondono ai suoi moti interiori. Con- 
fortato da tali nuove corrispondenze e nuove pa- 
rentele, viaggia in ispirito più lontano che mai; 
e come nel destino della cara fanciulla, spentasi 
innanzi tempo, così nelle voci della natura sente 
maggiormente crescere l'angoscia del mistero. 

Anche per tali impressioni, miste di diletto e 
di affanno, egli si avvicina, più che qualunque al- 
tro italiano, a quegli stranieri moderni, i quali 
non mai tanto godettero e patirono nello stesso 
tempo, quanto alla vista di ciò che più splendeva 
e più rideva agli occhi loro. In un suo notevo- 
lissimo luogo, già da me ricordato in altro pro- 
posito, 1 dicendo come, datosi alla filosofia, comin- 
ciasse a sentire Y infelicità certa del mondo, ei 
soggiunge che ciò gli avveniva « anche per uno 
stato di languore corporale, che tanto più lo al- 
lontanava dagli antichi e lo avvicinava ai moderni]). 2 
Benché qui non parli espressamente che della sola 
condizione fisica, pure, e nel citato discorso e an- 
cor più in altri che lo seguono, egli ci si mostra 

* Capitolo IV del presente volume, p. 102. 

* Pena. t I, 250. 



SECONDO PERIODO POETICO. 225 

\ 

consapevolmente preso da quella malattia morale 
ch'era tutta propria del suo tempo: da quella ap- 
punto, cui la contemplazione del mondo esterno 
molceva ed esacerbava insieme. 

Or anche di tali effetti, così misteriosi e dram- 
matici, abbiamo esempio negli Idilli, dove l'amore, 
il dolore e il sentimento della natura, o congiunti 
o divisi, fanno del nostro poeta un personaggio che, 
per più rispetti, ci rammenta il Werther. Dirò una 
sola parola circa ai suoi precursori in Italia. Come 
notai altrove, il Monti, sin dal 1783, negli sciolti 
Al principe don Sigismondo Chigi e nei Pensieri 
d'amore, volle ritrarre non pur la passione amo- 
rosa, ma, in certo modo, anche il dolore univer- 
sale; e poiché v'imitò largamente il romanzo del 
Goethe, così può dirsi che, con quei due compo- 
nimenti, egli ci desse un primo Iacopo Ortis, an- 
teriore di ben diciassette anni alla Vera storia di 
due amanti infelici, che fu la prima redazione del 
romanzo foscoliano. Nei due lavori montiani par- 
venu scarsa quella verità e intensità di affetti, 
che fece sopravvivere l'opera dell'autore tedesco 
al sentimento dei tempi che l'avea generata. 1 Ora 
aggiungo che il Monti, se alla dipintura delle pene 
amorose accompagnò felicemente quella del mondo 
esterno, rimase di molto inferiore al suo grande 
esempio quando volle interpretar nel proprio il 
dolore di tutti, e dalla vita dell'individuo inal- 



1 Sulle poesie di V. M., p. 238-39. 

ZuxBnri. 15 



226 CAPITOLO V. 



zarsi a quella dell' universo. Per quanto Y una delle 
due angoscie potesse in lui essere veramente forte, 
non avveniva lo stesso dell'altra, non avendo egli 
in sé le condizioni di mente e di animo necessa- 
rie a tanto effetto. 

Ora ciò che mancava o era scarso in lui, ab- 
bondava invece nel Foscolo; certo in questo co- 
minciò a manifestarsi come un fatto spontaneo 
della coscienza quel sentimento che il suo pre- 
cursore aveva derivato piuttosto da un esempio 
illustre che dal fondo del proprio cuore. Ma il 
Leopardi, per le qualità dell' ingegno e dell'animo, 
e per tutte le sue condizioni di natura e di for- 
tuna, mostrossi atto, ancor più del Foscolo, a in- 
tendere e significare quel nuovo dolore. 1 E ne 
diede il primo saggio negli Idilli che, per questo 
lato, si possono, dopo le due citate poesie del 
Monti e lo Iacopo Ortis, considerare come il terzo 
Werther italiano. In questi pochi e brevi compo- 
nimenti, il giovane recanatese ritrae con tutta ve- 
rità il suo passato, ancor che breve, e le sue 
nuove condizioni intime, così diverse da quello. 
Intende ora e sente cose onde in lui crescono in- 
sieme le visioni della mente e i palpiti del cuore. 
E poiché l' uomo e il poeta furono in lui sempre 
tutt' uno, così troviamo ora compiuta e significata 



1 Le somiglianze e le relazioni fra i due poeti, in questo 
e in altri soggetti, ha cercate con molta diligenza il prof. Fi- 
lippo Sesler: vedi Raffronti leopardiani; Foscolo e Leo- 
pardi. Pisa, A.Valentini, 1901. 



SECONDO PERIODO POETICO. 227 

■ — ~~ — "~ ~ - ~^ — ■ ■ ■ ' i '» 

nell'arte quella sua trasformazione, di cui due 
anni avanti aveva scritto al Giordani, e special- 
mente quel passaggio dalla « dolce malinconia » 
ad un'altra oh quanto diversa! 1 

VII. 

Consideriamo ora gl'Idilli nelle loro qualità 
più particolari. Come tutti i solitari, il poeta si 
affeziona in singoiar modo a qualche luogo, dove 
par che più goda della solitudine e dei moti che 
questa gli suscita dentro. Nell'Infinito, ei dice: 
« Sempre caro mi fu quest'ermo colle »; nell'al- 
tro idillio Alla Luna: « or volge l'anno, sovra que- 
sto colle Io venia pien d' angoscia a rimirarti » ; 
e nella Vita solitaria: <r Talor m'assido in solitaria 
parte, Sovra un rialto». 2 In ciascuno poi degli 
Idilli è un'occhiata agli aspetti del mondo e un'al- 



1 Epist., I, 57: lettera del 30 aprile 1817. Notevole come, 
anche in codesta importantissima occasione, il Leopardi ci 
faccia rammentare del giovane Werther ; il quale, in sul sno 
primo entrar nella scena, ricorda il doppio affanno a cui so- 
leva soggiacere, e l'uno di essi ei chiama appunto della 
< dolce malinconia » (Leiden dea jungen Werthers, erstes 
Buch, 13 Mai) : < Lieber ! brauch'ich dir das zu sagen, der du 
so oft die Last getragen hast, mi eh vom Kummer zur Aus- 
schweifung, und von sUsser Melancholie zur verderblichen 
Leidenschaft tibergehen zu sehen ! ». 

* £ anche per questo lato ci ricordiamo di Werther che, 
in quelle sue campagne, prediligeva qualche sito, dove non 
era giorno che non andasse a passare qualche ora (Leiden, 
erstes Buch, 12, 26 Mai) ; a un di presso come, nel dolore, 
si ricorre a quello tra gli amici, da cui più si spera aver 
consiglio e conforto. 



2*8 CAPITOLO V. 



tra agli abissi dello spirito ; e le due insieme for- 
mano come un'ampia visione della natura tutta 
illuminata dal pensiero. 

Ancor più notevole di questa, che direi unità 
di luogo, è quella dei pensieri; e veramente non 
può, io credo, comprendere tutto il pregio degli 
Idilli chi non li guardi in essa unità ideale che, 
rischiarandoli di nuova luce, ci rende intera T im- 
magine del poeta a quel tempo. Nel loro complesso 
fanno come una meditazione unica, dove si passa 
di cosa in cosa; e i loro titoli corrispondono piut- 
tosto ai vari oggetti da cui l'autore pigliava le 
mosse, che non ad alcuna essenzial differenza nella 
disposizione morale on d'egli in ciascuno di essi 
guardava il mondo. E d'altra parte, come la Vita 
solitaria consta di parecchi bozzetti, così gY Idilli 
tutti possono considerarsi quali parti di un' ampia 
e varia dipintura, compenetrata da un sovrano 
pensiero comune. 

Notevolissimi, fra gli altri, sono quei senti- 
menti dell'indefinito o dell' infinito, dai quali tal- 
volta il Leopardi sentesi oppresso e quasi anni- 
chilato, come si vede nei seguenti versi: 

Talor m'assido in solitaria parte, 

Sovra un rialto, al margine d'un lago.... 

Ivi, quando il meriggio in ciel si volve, 

La sua tranquilla imago il Sol dipinge, 

Ed erba o foglia non si crolla al vento.... 

Tien quelle rive altissima quiete; 

Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio 



SECONDO PERIODO POETICO. 229 

Sedendo immoto; e già mi par che sciolte 
Giaccian le membra mie, né spirto o senso 
Più le commova, e lor quiete antica 
Co' silenzi del loco si confonda. 

Il poeta, che aveva ritratto il meriggio nel Sag- 
gio sopra gli errori popolari degli antichi, dove tiene 
il campo l'idea cristiana, e che, fra qualche anno, 
lo ritrarrà di nuovo nella canzone Alla Primavera, 
coli' intendimento contrario d'inalzare la vita an- 
tica sulla moderna, qui, prescindendo dalla scienza 
e dalla storia, lo descrive, come s'è visto, ne' suoi 
più mirabili effetti sullo spirito. Anche nell' Infi- 
nito, tutto è quiete all'intorno; e la mente del 
giovane solitario, vieppiù eccitata dalla siepe che 
celava allo sguardo tanta parte dell'orizzonte, fin- 
gesi, di là da quella, spazi interminati e silenzi 
sovrumani. 1 Se non che, qui il vento, quasi voce 
di ciò che ancor viveva nell' universo, ricorda tutte 
le altre età che passarono dalla vita al nulla eterno, 
e spinge il pensiero da quelle a questo. Chi non 
si rammenta ora di quel « nulla eterno » che, nel 
sonetto del Foscolo Alla Sera, ci strinse il cuore 
d'affanno? Ma in questo pur brevissimo idillio, 
quanto è più profonda la preparazione a un tal 
ordine di sentimenti, e quanto maggiore l'effetto! 



1 Cfr. Pens., III, 156 : e Circa le sensazioni che piacciono 
pel solo indefinito ». Vi è anche citato il sopradetto idillio. 



230 CAPITOLO V. 



Vili. 

Così intesi questi componimenti nelle loro qua- 
lità essenziali e nell'origine dei sentimenti comuni 
a essi tutti, non parmi difficile il risolvere la qui- 
stione fatta più volte intorno alle loro relazioni 
cogli idilli di Mosco. 1 Evidente, al parer mio, che 
la versione di questi, compiuta dal Leopardi po- 
chi anni avanti con quel suo cuore d' innamorato 
per ogni cosa bella e con quel suo invitto ardore 
per ogni nobile impresa, abbia in qualche modo 
conferito alla composizione dei suoi idilli origi- 
nali. Il fatto che gli uni sono cosa sostanzialmente 
diversa dagli altri non basta ad escludere le re- 
lazioni evidenti; e del resto, nulla di più natu- 
rale e di più consueto che un grande ingegno 
faccia cose nuove e originali pur con ciò che ab- 
bia derivato dagli altri. 

Piuttosto dovremmo cercare in che veramente 
consistesse l'efficacia di quei componimenti greci 
sul giovane recanatese. Che « l' idea e il nome » 
gli venissero naturalmente da essi, che « la filia- 
zione x> si veda anche nel metro degli endecasil- 
labi sciolti, consento in parte col de Sanctis ; ma 
non poi che dal quinto di Mosco uscisse proba- 
bilmente T esempio e la concezione dei suoi Idilli 



1 Mi basti citare le contrarie sentenze di F. Db Sanctis, 
Studio su Giacomo Leopardi, Napoli, A. Morano, 1894, seconda 
ediz., p. 116-18, e di G. Carducci, op. cit., p. 46. 



SECONDO PERIODO POETICO. 231 

tutti. Quel tanto di efficacia che il predetto com- 
ponimento e gli altri della stessa famiglia possano 
avere avuta sul Leopardi, si scorge piuttosto in 
qualche immagine o luogo particolare, che non 
neir idea che anima ciascuno dei suoi idilli, e 
ancor meno in quella che tutti hanno in comune. 
Ricorderò soltanto gli ultimi versi del Sogno: 

Allor d'angoscia 
Gridar volendo, e spasimando, e pregne 
Di sconsolato pianto le pupille, 
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi 
Pur mi restava, e nell'incerto raggio 
Del Sol vederla io mi credeva ancora. 

Evidente la reminiscenza di quel luogo del- 
l' idillio greco, dove Europa si desta dal sonno; e 
questo medesimo esempio, oltre alla ragione per 
cui qui Tho citato, è una riprova della maniera 
onde il nostro autore faceva sue le immagini de- 
gli altri, anche se in tutto disformi dal suo pro- 
prio soggetto: perchè quali cose potrebbero es- 
sere più diverse fra loro che il citato idillio greco 
e il Sogno? 

Ma le movenze, gli atteggiamenti e le grazie 
derivate da Mosco non erano in lui se non parte 
della sua squisitissima forma eh' era venuto sem- 
pre più perfezionando sugli esempi della poesia clas- 
sica. Assai per tempo ne aveva fatta sua quella lu- 
centezza d' immagini, la quale, non che venir meno 
con gli anni, sembrò tanto più crescere quanto 
più sconsolata, di giorno in giorno, la concezione 



N * 



232 CAPITOLO V, 



della vita. Se a un certo punto della sua stòria, 
Werther scrisse avergli Ossian scacciato Omero 
dal cuore, 1 nulla di simile avrebbe mai potuto 
dire di sé il nostro poeta. Né Ossian, né alcun 
alleo moderno, per quanto ammirato, sarebbe giunto 
a infondergli una maniera di sentire e di rendere 
il bello, diversa da quella già divenuta in lui forma 
spontanea di ogni sua concezione, anzi parte in- 
tegrale del suo spirito. 

Or, cotesta, che direi forma intrinseca, pro- 
cedente insieme dalla stessa idea e dagl' insupe- 
rabili esempi antichi, si sposa qui ad un linguaggio 
essenzialmente petrarchesco. Pure questo linguag- 
gio, ch'eravamo avvezzi a sentir suonare, come 
in mille echi ricrescenti, per tutti i secoli della 
nostra letteratura, benché mai più così dolce e 
passionato ed eccitator d' ineffabili moti come nella 
sua fonte, eccolo ora, quasi ritemprato nella co- 
scienza moderna, significar con gli antichi affanni, 
quello tutto proprio del tempo nostro. Diremmo che 
i palpiti del padre consuonino con quelli del figlio. 
Il Leopardi, come ora qui, non lasciò mai di reite- 
rare in sé quanto di bello e di grande fosse nei 
nostri antichi; sicché la sua potrebbe dirsi una 
continua opera di rinascimento, per cui il passato 
accresce vigore al presente e in esso si converte. 

E quanto alla metrica, pur non escludendo in- 
teramente eh' essa, come parve al de Sanctis, ab- 



1 Goethe, Leiden, zweites Buch, 12 October. 



SECONDO PERIODO POETICO. 233 

bia avuta la sua ragione in quella adoperata già 
nella versione degli idilli greci, è a credere che 
il Leopardi fosse consigliato a sceglierla o a con- 
tinuarla, dopo il primo saggio del 1816, anche 
dall'indole del suo soggetto. Il quale, così co- 
m'egli intendeva trattarlo, dava origine ad una 
poesia di genere contemplativo e ad una famiglia 
di sentimenti che, meglio che in qualunque altra 
specie di versi, trovava la sua più intera espres- 
sione neir endecasillabo sciolto. Né sarebbe strano 
il supporre che pure in ciò abbiano potuto avere 
la loro efficacia i versi Al principe don Sigismondo 
Chigi e i Pensieri d'amare; i quali, per l'indole 
dei sentimenti e per le situazioni drammatiche, 
erano la poesia più conforme a quella onde egli si 
proponeva dare un esempio negli Idilli. 

Pure, anche in questo proposito, tutto ciò che 
gli fosse venuto di fuori, ei seppe arricchire di 
nuovi pregi e atteggiare così che paresse e ve- 
ramente fosse non d' altri che di lui stesso. E già 
se qui si avverte or la facilità e la grazia del 
Monti, or la squisita elaboratezza del Parini, ed 
ora anche l'andatura, così elegante insieme e fa- 
migliare, del Caro, ci sentiam pure come un'ar- 
monia in cui si risolvono tutte le altre note: ar- 
monia essenzialmente leopardesca che, tra le molte 
altre antiche e moderne, ond'è così ricca la no- 
stra poesia, ogni delicato orecchio italiano distin- 
gue per certe consonanze tutte proprie, allo stesso 
modo che, fra le voci dei nostri più cari, distin- 



234 CAPITOLO V, 



giriamo quella che ci suoni non meno dolce, ma 
più affannata delle altre. 

IX. 

Dagli Idilli scomparve, dunque, o vi rimase 
appena adombrata, la maggior parte di quella so- 
stanza che il poeta era venuto raccogliendo con 
tanto amore; e gli stessi elementi soggettivi, su- 
perstiti al naufragio, vi assunsero, per lo più, si- 
gnificato e qualità procedenti dalle nuove condi- 
zioni del suo spirito. Costretto per la stessa cagione 
a non partecipare più, come prima, a quella realtà 
di cose, egli di fronte ad essa si stette come il 
suo passero solitario, che mira il tutto in disparte. 
Ma un ancor più giusto concetto di ciò ch'egli 
allora divenne, possiamo farcelo da quei versi della 
canzone Alla sua donna: 

Per le valli, ove suona 
Del faticoso agricoltore il canto, 
Ed io seggo e mi lagno 
Del giovanile error che m'abbandona. 

Anche qui egli mira il tutto in disparte. Agri- 
coltori, canti, dialoghi e sogni della gente cam- 
pestre non più lo tirano a sé come un tempo; e, 
anzi, ciò che ancor a lui possa giungerne allo 
sguardo e all' orecchio, non riesce che a crescere 
il suo nuovo affanno. 

In tanto suo mutamento, la vista di quelle 
scene, rimaste sempre le stesse, gli fa sentire an- 



SECONDO PERIODO POETICO. 235 

cor più amaro l'abbandono dell' error giovanile; 
ed è quasi luce che tutta gli rischiari la recente 
rovina avvenuta dentro lui medesimo! Così l'idil- 
lio del nostro poeta, anzi che la rappresentazione, 
ci riesce come il sospiro di tante cose belle, da 
cui la sua anima era costretta a staccarsi; e perciò, 
meglio che un idillio, potrebbe dirsi la dolorosa 
reminiscenza dell' idillio ! Ed ecco perchè egli sop- 
presse poi il titolo dato primamente a quelle poesie; 
ma i ricordi, onde in gran parte sono composte, 
e le immagini di una vita ch'esse non poterono 
più ritrarre nella sua azione immediata, non gli 
caddero mai più dalla mente. 

Anche quando, percorso tutto il nuovo im- 
menso cammino nel quale testé s' era messo, ebbe 
toccato il supremo grado del pensiero e del dolore, 
anche allora egli non cessò mai di pascersi di 
quelle reminiscenze e di significare per entro le 
medesime i nuovi e più sconsolati effetti dell'uno 
e dell'altro. Così, per esempio, fece ricordando 
« il canto Della rana rimota alla campagna », e 
« la lucciola » che « errava appo le siepi E in su 
l'aiuole, sussurrando al vento I viali odorati, ed 
i cipressi Là nella selva i. 1 Gli stessi effetti della 
quiete che segue alla tempesta e le piccole scene 
del sabato del villaggio, se presenti allo sguardo 
quando le descriveva, 2 erano pur sempre di quelle 



1 Le Ricordanze, 

1 Nei due canti : La quiete dopo la tempesta e 11 sabato 
del villaggio. 



£36 CAPITOLO V. 



cose più ammirate nella sua giovanezza. Così 
« la gallina, Tornata in su la via, Che ripete il 
suo verso », « La donzelletta » che « vien dalla 
campagna, In sul calar del sole, Gol suo fascio 
dell'erba », facevan parte di quella famiglia d'im- 
magini, a cui egli bramò d' infondere una bel- 
lezza d'arte pari all'amore onde le aveva stu- 
diosamente cercate e custodite come inestimabil 
tesoro. 

Ma se a tale realtà di cose non più potevano 
esser congiunte le sue medesime azioni e quasi 
la sua medesima sorte, congiunto era sempre il 
cuore ; e appunto dallo spezzamento di alcuni de- 
gli antichi vincoli e dalla durata degli altri pro- 
cedeva lo strazio. Oh quanto più angosciosa la 
significazione del supremo dolore, se fatta al co- 
spetto di tanta pace di natura, in mezzo a quel 
non so che di raccolto, di casalingo, di affettuoso 
che spira da ogni parte della scena! E, durando 
tali visioni e impressioni, qual effetto ci fa quel 

grido : 

Umana 
Prole cara agli eterni! assai felice 
Se respirar ti lice 
D'alcun dolor; beata 
Se te d' ogni dolor morte risana ! 

Ma già dell'ultima trasformazione del senti- 
mento idillico si ha uno dei più chiari esempi in 
quel Canto notturno di un pastore errante dell Asia, 
che altrove, scrivendone espressamente, conside- 



SECONDO PERIODO POETICO. 237 

rai come un idillio. 1 Quella luna, di cui il poeta 
sognò e favoleggiò alla maniera stessa dei villani, 
e alla cui luce gli giovava <c il noverar l' etate Del 
suo dolore », quella luna egli interroga qui sul 
perchè di quel dolore, già antico in lui non meno 
che nell'uomo, e che ora gli apparisce necessario, 
fatale e immedicabile in tutti gli esseri del mondo. 
Così tra le visioni idilliche, non meno che per 
entro l'amore e per entro il sentimento patrio e 
quello della natura, lampeggiano al nostro sguardo 
le supreme leggi della vita universale. Tutti que- 
sti ed altri forti sentimenti, nella cui particolar 
significazione il Leopardi non riesce inferiore ai 
sommi di ogni tempo, concorrono presso lui alla 
maggiore efficacia morale e poetica del supremo 
dolore. Ciascuno splende mirabilmente per sé, ma 
nel tempo stesso cresce luce, in sua maniera, a 
quello; e anzi, specialmente negli ultimi canti, da 
ciascuno si finisce col salire ad esso. Appunto 
come nelle più ampie e varie scene di natura, 
dalle forme e bellezze particolari onde si com- 
pongono, lo spirito, pur vagheggiandole in loro 
medesime, s' inalza di continuo a queir immensità 
che le comprende e in cui par che si perdano tutte. 



1 Nella pubblicazione : XXIX Giugno MDCCCXCVIIL 
A Giacomo Leopardi, Omaggio degli studenti di Recanati, 



Capitolo VI. 

SECONDO PERIODO POETICO. 



CANZONE AD ANGELO MAI. 



I. 



Ma quel gran dolore nel quale, come si è detto, 
doveva risolversi ogni altro sentimento del Leo- 
pardi, non era ancor divenuto unico signore del 
suo spirilo ; e, ciò che soprattutto importa, per 
quanti segni già desse del suo crescente vigore, 
parrebbe che il più delle volte mancasse dei carat- 
teri veramente universali. Per molto tempo ancora, 
esso, nelle sue più notevoli manifestazioni, ci si 
mostra di un* universalità, direi, relativa, come 
quella che d'ordinario non trascendeva i termini 
della storia umana. Perciò la concezione della vita 
da cui procedeva, avrebbe a chiamarsi storica, 
anzi che cosmica, quale certamente fu quella che 
più tardi finì col tenere il campo. Tale concezione 
storica, illustrata, come dimostrai nel capitolo IV, 



SECONDO PERIODO POETICO. 239 

con una maravigliosa ricchezza e varietà di Pen- 
sieri, ebbe interpretazione poetica nei canti inti- 
tolati: Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella 
Paolina, A un vincitore nel pallone, Bruto Minore, 
Alla Primavera, Ultimo canto di Saffo, Inno ai 
Patriarchi. 

Guardati nell'idea sovrana che li governa, que- 
sti canti, composti nei tre anni che intercedono fra 
il principio del '20 e la fine del '22, concorrono, 
ciascuno in sua maniera, alla significazione della 
terribile legge di continua decadenza, che incombe 
sulla vita. Ma la canzone al Mai, oltre ad essere 
la prima di tempo, contiene tale un'applicazione 
della medesima legge alle maggiori età della storia 
italiana, che potrebbe valere per la storia di tutti 
i popoli del mondo : così essa ci riesce quasi un' in- 
troduzione generale alle canzoni seguenti. Delle 
quali in tanto più si ammirano le rappresentazioni 
particolari, in quanto, nella prima, le cagioni onde 
procedono sono state espresse con rigore metafìsico 
e insieme con incomparabile bellezza di fantasmi 
e angoscia di cuore. 

I danni della vita, crescenti di secolo in se- 
colo, erano effetto dell'opera dell'uomo, sempre 
più contraria a quella della natura che aveva prov- 
veduto maternamente al bene di lui. A questa, eh' è 
la suprema contemplazione storica, da cui moveva 
e a cui ritornava lo spirito, finisce sempre col ce- 
dere qualunque impeto scoppi qua e là di un do- 
lore universale, qualunque idea di un' infelicità in- 



240 CAPITOLO VI. 



sita alla vita umana. È chiaro che, così dicendo, io 
non alludo già a sentenze come quelle: 

A noi le fasce 
Cinse il fastidio; a noi presso la culla 
Immoto siede, e su la tomba, il nulla; 

Morte domanda 
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda; 

sentenze che, riferendosi all'infelicità tutta pro- 
pria degli ultimi tempi, fanno più evidente che 
mai T antitesi, così dolorosa per il poeta, fra que- 
sti e i tempi remoti. Alludo invece a quei con- 
cetti, la cui universalità è innegabile, che cioè si 
riferiscono alla vita indipendentemente da ogni età 
della stessa : tale, ad esempio, è questo espresso 
da Bruto Minore: 

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte 

Siam delle cose; e non le tinte glebe, 

Non gli ululati spechi 

Turbò nostra sciagura, 

Né scolorò le stelle umana cura. 

Or bene: anche tali concetti concorrono a illu- 
strare quella contemplazione storica, cioè quel- 
T idea sovrana di una grandezza che finiva e di 
una miseria che incominciava; quel dolore, in- 
somma, suscitato in Bruto non, come parrebbe, da 
un' infelicità originaria e necessaria del gener no- 
stro, bensì da un contrasto essenzialmente storico. 
Pronunziando quelle amarissime sentenze, qual feli- 
cità e qual gloria l'eroe avrebbe più potuto ammirare 



SECONDO PERIODO POETICO. 241 

nel passato ? Eppure, anche in quel momento, egli 
ricorda, sempre dominato dal suo antico amore e 
dalla sua invitta fede nella virtù, « gli anni lieti » 
e « i memorandi allori » di Roma ! Eppure egli si 
rammarica che « in peggio precipitano i tempi », 
e prevede anzi una condizione umana anche più 
abbietta nei « putridi nepoti » ! Il dolore mondiale 
si perde in quello della patria; il filosofo nell'eroe. 
Anche qui, dunque, prevale su tutto l'idea di 
un contrasto fra le prime e l'ultima età, eh' è 
quanto dire fra la giovinezza e la vecchiezza del 
mondo; e le parole di Bruto ritraggono una delle 
forme, per dir così, di quella giovinezza, un parti- 
colar ordine di quelle virtù, di quelle illusioni che 
un tempo fecero così bella e gloriosa la vita. 1 Allo 
stesso effetto riesce ogni altra di queste canzoni, 
salvo che il soggetto di ciascuna è un particolar 
ordine di virtù e d' illusioni appartenenti anch'esse 
alle prime età del mondo. Tali età, per quanto tra 
loro diverse sotto ogni altro rispetto, hanno in co- 



1 Se il mancare delle grandi cose e il venir meno della 
gioventù umana il Leopardi volle significare qui nella persona 
di Bruto Minore, in altri suoi luoghi ne additò alcuni esempi 
non meno insigni. Così {Pens., I, 329-30) ricordò Virgilio, col 
quale gli parve comparisse nel Lazio quel « sentimento pro- 
fondo della infelicità >, che « procede dalla mancanza o per- 
dita delle grandi e vive illusioni > ; e (Pens., 1, 107-8) Cicerone 
« predicatore delle illusioni », principalmente nelle Filippiche, 
sebbene predicasse indarno, perchè le magnifiche illusioni di 
una volta non e* erano più. Per tal ragione le stesse Filip- 
piche (Pens , II, 2) « contengono l' ultima voce romana ». 

È degno anche di nota che alcuni di questi Pensieri ap- 
partengano allo stesso anno della canzone. 

ZUMBINI. 16 



242 CAPITOLO VI. 



mune il vantaggio di essere state incomparabil- 
mente più liete o meno infelici dell' ultima, eh' era 
quella del poeta : tempi patriarcali, tempi greci, 
romani e medievali; tempo del rinascimento; tutti, 
dal più al meno, ricchi di illusioni e godimenti 
ignoti alla gente di oggi ; illusioni e godimenti, le 
cui differenze, per quanto grandi, nulla tolgono a 
quella felicissima condizione comune, onde l'uomo 
allora potè vivere più governato dalla natura che 
dalla ragione. 

Così favole, leggende e tradizioni sacre, pagane 
e medievali, oltre al significato storico, morale e 
religioso, comunemente ricevuto, ne acquistano qui 
un altro affatto nuovo, attribuito loro dal poeta, il 
quale, pur tenendo conto del primo, è specialmente 
inteso a illustrare il secondo. Si direbbe anzi ch'egli 
aspiri a trasformare del tutto l'uno nell'altro, per 
quanto i due siano o possano sembrare diversi; a 
fare, per esempio, che l'idea religiosa, in propo- 
sito dei Patriarchi, ceda all' idea di una felicità de- 
rivata meno dalla fede che dalla innocenza primi- 
tiva di lor vita; e che il maggior valore delle 
favole mitologiche, come di altre favole, consista 
principalmente nell'errore da cui procedono, er- 
rore eh' è il contrario di quella così funesta co- 
noscenza delle vere cagioni. Ed ecco come tanti 
ordini di fatti, così storicamente diversi per noi 
tutti, sono qui simili o poco dissimili per il poeta : 
noi ne guardiamo l'origine, l'indole, gli effetti 
reali sulla vita; egli ne guarda innanzi tutto l'ef- 



SECONDO PERIODO POETICO. 243 

Acacia avuta sulla immaginazione e sul cuore, le 
qualità, direi, della giovinezza : qualità non meno 
naturali e insite alle prime età del mondo che 
alla prima di ogni singolo uomo. 

Ma passiamo alla disamina delle presenti can- 
zoni, la quale, spero, farà ancor più chiaro così 
il significato particolare di ciascuna, come quello 
comune a tutte. 



II. 



Non pochi grandi ingegni dei secoli moderni 
avvertirono una suprema legge storica, per cui, 
coir andar del tempo, le facoltà analitiche del no- 
stro spirito tanto guadagnano di vigore, quanto 
ne perdono le facoltà poetiche; di modo che la 
vita di tutto il genere umano si possa rassomi- 
gliare a quella di ogni persona individua che, dalla 
prima età alla vecchiezza, è dominata sempre più 
debolmente dall' immaginazione e dal sentimento. 

Ricorderò, come pur feci in altro proposito, 1 
quelle sentenze del Vico, che « La Fantasia tanto è 
più robusta, quanto è più debole il raziocinio», e 
che « Gli uomini del Mondo fanciullo per natura 
ftirono sublimi Poeti ». 2 Né men degno di nota è 
quell'altro silo pensiero, che «Gli uomini prima 

1 Sopra alcuni principi di critica letteraria di G. B. Vico, 
in Studi di letteratura italiana. Firenze, Succ. Le Mounier, 1894, 
p. 257 e segg. 

* Principj di scienza nuova, Degn. XXXVI e XXXVII, in 
Opere. Napoli, 1834, I, 197. 



244 CAPITOLO VI. 



sentono senz'avvertire; dappoi avvertiscono con 
animo perturbato, e commosso; finalmente riflet- 
tono con mente pura». «Questa Degnità (sog- 
giunge il grande pensatore) è '1 Principio delle 
sentenze poetiche, che sono formate con sensi di 
passioni e d'affetti, a differenza delle sentenze fi- 
losofiche che si formano dalla riflessione con ra- 
ziocini: onde queste più s'appressano al Vero, 
quanto più s'innalzano agli Universali; e quelle 
sono più certe, quanto più s' appropiana a' par- 
ticolari a. 1 Lascio ogni altra citazione, e mi re- 
stringo a dire che tali e simili principi sono sem- 
brati veri e certi anche a critici insigni, che ne 
hanno fatto larghe applicazioni alla storia della 
poesia. 

Se non che, per quanto tali sentenze possano 
compararsi a quelle che ricorrono nella presente 
canzone, pure un grande intervallo divide il pen- 
siero leopardiano da quello di filosofi e storici che 
in ciò gli sembrino del tutto somiglianti. Che dove 
per il più di essi quelle leggi storiche o molto 
conferiscono o nulla almeno tolgono alla felicità 
del genere umano, per il nostro poeta sono in- 
vece cagione di un continuo decadere del mede- 
simo. Per gli uni, qualunque nuovo incremento 
della scienza dà origine ad un nuovo progresso 
civile; per il Leopardi, invece, si risolve in un 
nuovo danno di quella facoltà immaginativa da 



1 Degn. lui, ibid. I, 201-2. 



SECONDO PERIODO POETICO. 245 



cui soltanto deriva ogni vero godimento dello spi- 
rito : e veramente, dopo tanti e tanti danni patiti 
nel corso dei secoli, essa negli ultimi tempi pa- 
reva poco men che morta. 

Ma ecco che un <c italo ardito », con le stu- 
pende scoperte di grandi cose antiche, che si cre- 
devan perdute per sempre, ridesta in tutti i cuori 
i moti più sublimi. Perchè (si badi a questo che 
per T intelligenza del pensiero leopardiano è di 
somma importanza) gli effetti delle scoperte del 
Mai erano non pure scientifici e letterari, ma 
ancor più morali ed essenzialmente poetici. Per 
esse era a sperarsi un nuovo e gran risorgimento 
delle nostre sorti; per esse il pensiero degli Ita- 
liani pareva rialzarsi così vivace e fecondo, come 
quando compì quella maravigliosa resurrezione 
del passato. Ma se, da una parte il poeta, guardando 
sempre più innanzi, giunge al tempo di quei « ve- 
tusti divini, a cui natura Parlò senza svelarsi », 
volge gli occhi, dall'altra, ai secoli moderni, ognor 
più poveri di ciò che può far bella la vita. Come 
una lunga età di barbarie aveva oppresso le me- 
morie degli avi latini, così la continua decadenza 
dei tempi moderni era venuta sempre più adug- 
giando quelle dei padri italiani. 

Ora i più gloriosi fra questi ci si fanno in- 
nanzi, oltreché colle loro qualità storiche, con quei 
nuovi caratteri onde il poeta volle improntarli. 
In tale trasformazione consiste appunto la mag- 
giore originalità e bellezza del pensiero leopar- 



246 CAPITOLO VI. 



diano. Eccoci innanzi Dante col suo ce sdegno e 
dolore », a cui fu più amico l'inferno che la terra, 
e lo « sfortunato amante » di Laura. E poi quel 
Colombo che, se scoprì un nuovo mondo reale, ne 
distrusse con la stessa opera sua un altro assai 
più bello, perchè tutto ideale e pieno d'immagi- 
nazioni e sogni ineffabili. E poi ancora l'Ariosto, 
che ci ricorda due età: l'età da lui cantata e 
quella che fu sua e tanto ancor felice da veder 
rivivere nell'arte le armi e gli amori che in al- 
tri tempi avevan fatto lieto il mondo. 

La maggior gloria di tali uomini sommi consi- 
steva appunto nell'aver, meglio che altri, interpre- 
tato quell'idealità della vita umana, eh' è sempre 
più scarsa e fuggitiva con l' andare degli anni. Ol- 
tre all'ingegno onde sono universalmente lodati, il 
Leopardi ne ammira gli affanni, le battaglie e la 
sovrabbondanza di dolore a cui soccombettero. Le 
loro persone gli sembrano non meno, anzi forse 
ancor più poetiche degli stessi loro poemi, rappre- 
sentando esse la gioventù dell' uomo in lotta colla 
crescente vecchiezza del mondo. Quelli erano gli 
eroi e i martiri insieme degli ideali umani. 

Veramente nuova e stupenda questa condizione 
morale e fantastica del Leopardi. Egli, risuscitando 
quelle varie famiglie di liete immaginazioni, avrebbe 
voluto scaldarle nel proprio cuore, vagheggiarle 
con la stessa fede onde altri le avea vagheggiate 
in tempi assai più felici; ma ecco che gli balena 
alla mente la terribil legge della storia umana, e 



SECONDO PERIODO POETICO. 247 

quei fantasmi gli fuggono dal guardo. Siffatto con- 
trasto dura per ben cinque strofe. Assistevamo, 
nella prima, al dolore dei nostri padri, a quel 
pianto che era pur segno di forti passioni, quando 
ci si para allo sguardo il nostro stato, oh quanto 

più miserando ! 

A noi le fasce 
Cinse il fastidio; a noi presso la culla 
Immoto siede, e su la tomba, il nulla. 

Poi, alla vista di una nuova immensa terra, la cui 
scoperta parrebbe dovesse accrescere felicità e glo- 
ria all'uman genere, ecco percuoterci quel grido: 

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo 
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto 
L'etra sonante e l'alma terra. e il mare 
Al fanciullin, che non al saggio, appare. 

Si apre la seguente strofe con un nuovo or- 
dine di fantasmi leggiadri, ma svaniscono tosto 
anch' essi. Svanisce persino la speranza che di sif- 
fatte visioni possa mai consolarsi il nostro viver 
moderno: 

A noi ti vieta 
Il vero appena è giunto, 
caro immaginar; da te s'apparta 
Nostra mente in eterno; allo stupendo 
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni; 
E il conforto perì de' nostri affanni. 



248 CAPITOLO VI. 



III. 

Col principio dunque di ciascuna stanza è come 
l'aprirsi di un paradiso che si chiude improvvi- 
samente colla stanza medesima; e ne risulta un 
rapidissimo avvicendarsi del passato col presente: 
quello, tanto meno splendido, quanto meno remoto, 
ma sempre più bello al confronto di questo, eh' è 
tutto silenzio e tenebre. 1/ uno è visione che sor- 
ride allo sguardo e si dilegua ; P altro è voce che, 
quasi dall'alto e pari a quella del Gallo silvestre, 
ricorda la lugubre legge della storia umana. 

Ma giunti al Tasso, manca ogni visione di cose 
amene. Nell'ultimo dei sommi italiani, lo strazio 
fu tanto più crudele, perchè, col peggiorar dei 
tempi, eran presso che finiti i diletti dell'imma- 
ginazione. Dal dolore e dal pianto, già antichi 
nella nostra storia, si era caduti in quell' abisso di 
miseria per cui la morte si sarebbe dovuta ante- 
porre alla vita: 

Morte domanda 
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda. 

E qui il poeta, come sgomentato da quella mi- 
seria ognor crescente coi secoli, ne torce d'un 
tratto lo sguardo per riposarlo sull'immagine del- 
l'Alfieri; e la contempla con tutto l'abbandono 
del suo ardente cuor giovanile. Come gli italiani 
più forti d' ingegno e di animo ai suoi tempi, egli, 
ammirando senza fine il sommo poeta civile, ne 



SECONDO PERIODO POETICO. 249 

riceveva impulsi nuovi e diversi da quelli venu- 
tigli sin allora da altri poeti pur grandi. Eccone un 
esempio in un suo sonetto del 1817: Letta la vita 
di Vittorio Alfieri scritta da esso, 1 e che comincia: 

In chiuder la tua storia ansante il petto, 
Vedrò, dissi, il tuo marmo, Alfieri mio, 
Vedrò la parte aprica e il dolce tetto 
Onde dicesti a questa terra addio. 

Ma già un esempio, ancor più preciso, dell' ef- 
ficacia esercitata su lui dall'Astigiano, possiamo 
averlo nel disegno della tragedia : Maria Antonietta, 
incominciata il luglio dell'anno precedente. Pur 
da quelle poche e brevi tracce che ce ne riman- 
gono, 2 è facile avvertire l'influsso alfleriano sul 
giovane recanatese e segnatamente sul suo verso 
così differente da quello usato fin allora nel Pom- 
peo e in altri componimenti: differenza che, se 
in parte dai mutamenti fatti col tempo, derivava 
manifestamente anche dalla diversità dei modelli 
seguiti. Nel verso e nello stile ci par di avver- 



1 Si conserva fra le carte napoletane ancora inedite. È 
seguito da nna nota dov' è detto : < Primo sonetto composto 
tutto la notte avanti il 27 novembre 1817 stando in letto, prima 
di addormentarmi, avendo poche ore avanti finito di leggere 
la vita dell'Alfieri... ». 

* Anche nelle carte napoletane. La sola prima scena, 
finita o no, è in versi ; le altre, appartenenti, se ben ricordo, 
ai due ultimi atti, consistono in qualche traccia in prosa. 
I soli due personaggi nominati sono Maria Antonietta e Maria 
Teresa Carlotta sua figlia. La tragedia pare dovesse finire con 
una profezia dell'imminente vendetta di quei delitti e del 
tanto sangue versato. 



250 CAPITOLO VI. 



tire qualche cosa per molti rispetti simile alla 
maniera tragica tenuta dal Foscolo nel Tieste, de- 
dicata all' Alfieri e composta quasi alla stessa età 
che, immaginando la predetta tragedia, aveva il 
Leopardi. 

Se non che questi, giudice sempre severo a 
se stesso, finì ben presto col rinunciare ad ogni 
ulteriore tentativo nel campo drammatico, senza 
però cessar mai di trarre dallo stesso Alfieri al- 
tri esempi ed altre ispirazioni insigni. Fece in 
questo come in altri soggetti: dalle altezze a cui 
fosse pervenuto colf aiuto altrui, levossi con forze 
proprie a voli più sublimi. Ed ecco, qui, nella 
canzone, l' immagine alfieriana, coi caratteri e at- 
teggiamenti che l'eran venuti dall'ammirazione 
dei nostri migliori: la ferocia dell' «Allobrogo», 
l'ira e i fremiti generosi. 1 Ma il Leopardi la im- 
pronta insieme di un'idea tutta sua, dell'idea me- 
desima onde aveva così originalmente trasformate 
le immagini degli altri nostri sommi poeti. Facendo 
qui l'Alfieri della loro schiera, ei viene a rap- 
presentarlo come l'ultimo discendente d'una fa- 



1 Parini, 11 Dono: 



Queste che il fero allobrogo 
Note piene d'affanni 
Incise col terribile 
Odiator de 1 tiranni 
Pugnale, onde Melpomene 
Lui fra gl'itali spirti unico armò. 



FOSCOLO, Sepolcri: 



Irato a' patri Numi, errava muto 

Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo 

Desioso mirando. 



SECONDO PERIODO POETICO. 251 

miglia eroica, sparita dal mondo, come l'ultimo e 
impreveduto martire di quegli ideali che, morti 
da gran tempo, risuscitarono, sia pure per poco, 
in lui. 

Tuttavia quest' ultimo esempio, così efficace sui 
contemporanei che ne trassero nuovi auspici per 
le sorti della patria, rialza d'un tratto l'animo 
del poeta, già vicino a sgomentarsi. E veramente, 
ritornando subito allo « scopritor famoso », egli 
parla un linguaggio in cui il dolore non esclude 
la speranza. Testé mesceva il suo canto all'opera 
dei generosi che preparavano un nuovo monu- 
mento a Dante, ora lo mesce alle fatiche dell'italo 
ardito che, dopo tanto silenzio, faceva risonare 
nel mondo i detti generosi e santi degli avi. E 
come nella precedente canzone, così in questa, le 
sue ultime parole sono un conforto, un saluto, un 
augurio di risorgimento. Si direbbe che, affac- 
ciandoglisi allo sguardo la possibilità di una nuova 
resurrezione patria, si dileguino al tempo stesso 
dal suo pensiero quelle inesorabili leggi storiche, 
viste sin ora quasi lampi a traverso dei secoli. 
Ma già, anche per tutta la canzone, s'era avver- 
tita come una lotta fra la coscienza poetica e la 
coscienza scientifica: Puna ridestava gli ameni 
errori e i leggiadri sogni di un tempo, 1' altra li 
fugava come la luce fa delle ombre. La prima però 
finisce col prevalere alla seconda, e la soggioga. 

Così la canzone, in cui con maggior consape- 
volezza e forza sono ritratti i danni che all' im- 



252 CAPITOLO VI. — SECONDO PERIODO POETICO. 

maginazione vengono dalla scienza e dal tempo, 
è pur quella dove la stessa immaginazione più 
vigoreggia e più potentemente avviva i propri 
fantasmi. Il Leopardi dolevasi di esser nato « nella 
sera dell' umane cose » : altri sommi hanno la- 
mentato per sé una sorte non diversa; 1 ma il 
vero è che di niun poeta grande è a dirsi che 
sia venuto al mondo troppo tardi: perchè dalle 
stesse difficoltà, vere e supposte, ond' egli si la- 
menti, dal suo stesso dolore, possono derivargli 
nuove ispirazioni e talvolta persino quelle bellezze 
che più risplenderanno nell'opera sua. 



1 II Milton, fra le condizioni storiche che temeva contra- 
rie al compimento del suo poema, annoverava in primo luogo 
{Paradise lost, IX, 44) < an age too late ». E il De Mnsset, 
colla frase stessa del nostro poeta, diceva {Bolla, I) : < Je snis 
venu trop tard dans un monde trop vieux ». 



Capitolo VII. 

SECONDO PERIODO POETICO. 



CANZONE «NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA». 

I. 

Due immagini muliebri stanno qui a significare 
due idee e due storie opposte : Paolina, la miseria 
dei tempi presenti; Virginia, la grandezza dell'an- 
tica Roma. Già da qualche anno, il poeta viaggiava 
continuamente col pensiero dal tempo moderno al- 
l' antico; e così doveva continuare per un pezzo. 
Ogni cosa nobile e bella che gli si affacciasse alla 
vista (un nuovo monumento a Dante, una nuova 
scoperta del Mai, una vittoria riportata nel giuocq 
del pallone, il ritorno della primavera) ne metteva 
in moto lo spirito, sempre sdegnoso del presente, 
sempre anelante al tempo eroico, e sempre più 
felice nel congiungere l'uno e l'altro con un'arte 
tutta sua. In questa canzone, poi, il sentimento 
dell'antichità assume più particolarmente caratteri 
alfìeriani. 4 Così, come la vedemmo disegnata nella 



1 Come il Leopardi in alcune delle prime sue cose e in 
ispecie nella presente canzone fosse alfleriano, dissi già nel 
mio scritto : Il Miso gallo, in Studi di Letterata Rai. cit, p. 74. 



254 CAPITOLO VII. 



canzone al Mai, eragli rimasta fissa nella mente 
T immagine dell' <r Allobrogo feroce», che, solo, ardì 
muover guerra ai tiranni : poeta altissimo, e, ciò 
che al Leopardi importava ancor più, uòmo da stare 
accanto ai maggiori eroi delle sue stesse tragedie. 

Già molti hanno avvertita la corrispondenza fra 
alcuni concetti di questa poesia e la Virginia del- 
l'Alfieri; ma gioverebbe, se già non è stato fatto, 
citare anche qualche luogo di quella Tirannide che, 
se dimenticata oggi, era un tempo avuta in sommo 
pregio da tutti gì' Italiani. Eccone un esempio : 

<r i figli delf uomo pensante s' educheranno 
simili al padre; e perciò, senza dubbio, infelicis- 
simi anch' essi ; o dal padre riescon dissimili, e 
infelicissimo lui renderanno. Nati per le tristi loro 
circostanze al servire, non si possono, senza tra- 
dirgli, educare al pensare; ma, nati pur sempre 
per natura al pensare, non può lo sventurato pa- 
dre, senza tradire la verità, il suo onore e se stesso, 
educargli al servire *.* Queste e simili sentenze 
dell'Astigiano ricorrevano frequenti sulla bocca dei 
contemporanei, del Foscolo forse sopra tutti ; * e 

1 Della Tirannide, in Opere di Vittorio Alfieri, Padova, 
1810, X, 143. 

* Frammenti di sermoni, in Poesie raccolte e ordinate da 

F. S. Orlandini. Firenze, F. Le Monnier, 1856, volume unico, 

p. 283 : 

Orfano errai; di me pietà mi vinse; 

Pietà, che né di casti abbracciamenti, 

Né delle cure d'amorosa moglie 

Io non compiacqui mai l'animo mio: 

Ma né a me col mio sangue educo affanni, 

Né al tiranno più nerbo e nuovi schiavi. 

Cfr. lettera del 30 marzo 181-6, in Epistolario raccolto e 



SECONDO PERIODO POETICO. 255 

queste appunto si contengono sostanzialmente nella 
canzone : 

miseri o codardi 
Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso 
Tra fortuna e valor dissidio pose 
Il corrotto costume. 

Vissuto fin allora nel mondo antico, il Leopardi 
cominciava ad entrare con piena consapevolezza 
nel moderno, pgr opera principalmente dei poeti 
italiani contemporanei. La loro poesia è per lui 
arte e storia insieme ; lo innamora della bellezza 
e gl J infonde il sentimento più alto della vita pre- 
sente : un effetto simile per qualche lato a quello 
avuto pochi anni avanti, quando la poesia antica, 
togliendolo allo studio dei Padri della Chiesa, al 
medioevo e alla sua stessa fede religiosa, Y aveva 
fatto quasi cittadino di tutto quel mondo che essa 
rappresentava in immagini immortali. Si badi a 
codesto entrar nella storia sempre per le vie e 
per opera deir arte, eh' è uno dei fatti più note- 
voli della sua vita. Così la voce dell'Alfieri, del 
Parini, del Monti e del Foscolo precorse in lui 
ogni altro impulso della coscienza moderna, e gli 
fu come il primo invito a cantare ciò che più po- 
tesse sul cuore dei suoi concittadini e che me- 
glio giovasse alla patria infelice. 

ordinato da F. S. Orlandi ni e da E. Mayer. Firenze, F. Le 
Monnier, 1854, II, 213: < Al matrimonio ho sempre, e col cuore 
e con le illusioni della fantasia, aspirato; ma la sentenza: 
dove non è patria non ti procacciare figliuoli, ha vinto ogni 
mio desiderio d' ammogliarmi ». 



256 CAPITOLO VII. 



Ma non per questo egli s' intepidisce verso la 
cultura classica ; anzi più amorosamente che mai 
continuò a derivarne armonie, splendori e quanto 
altro gli paresse adatto alla più compiuta signi- 
ficazione del suo nuovo sentimento della vita. In 
fatti, se vagheggia, da una parte, quel tipo di donna, 
che meglio corrispondeva alle presenti speranze 
della patria, ci mostra, dall'altra, che il senso della 
perfetta arte classica era in lui ancor più vivo di 
quello che pure avevan mostrato di averne gli altri 
nostri maggiori poeti contemporanei. Certo, nessuno 
ha meglio di lui contemperato i concetti più vi- 
gorosi e severi con le immagini più graziose. Così, 
in quei versi : 

Donne, da voi non poco 
La patria aspetta ; e non in danno e scorno 
Dell' umana progenie al dolce raggio 
Delle pupille vostre il ferro e il foco 
Domar fu dato, 

le stesse immagini della poesia anacreontica, 1 nulla 
perdendo della loro vaghezza, concorrono alla si- 
gnificazione di un' idea ben diversa da quella che 
informava 1' ode a cui esse appartengono. 

Or da questa medesima e così perfetta con- 



1 Intendo di quel luogo (ode 2): 

xocXXog 
àvx' ào7t($Q)v àrcaofiW, 
àvx' èfxscov à7iòtvxo)v 
vixqt 8è xal ofó^pov 
xal rcup xaXiQ xig o5oa. 



SECONDO PERIODO POETICO. 25Ì 

temperanza del vigore e della grazia seguita a 
rampollare una poesia del tutto nuova: 

La santa 
Fiamma di gioventù dunque si spegne 
Per vostra mano? attenuata e franta 
Da voi nostra natura? 

Quella beltà onnipotente, a cui tutto s' inchina, 
ucciderà dunque la giovinezza, eh' è pure delle più 
belle cose che abbia il mondo ? No : anche la bel- 
lezza è fatta per sublimare la vita. Al volto fem- 
mineo, come ai vari aspetti della natura, essa co- 
munica ima virtù suscitatrice dei moti più generosi 
onde il cuor nostro è capace. Ben misero colui che 
non gli avverte dentro di sé : 

D' amor digiuna 
Siede P alma di quello a cui nel petto 
Non si rallegra il cor quando a tenzone 
Scendono i venti, e quando nembi aduna 
L'Olimpo, e flede le montagne il rombo 
Della procella. 

Forse in questi versi si potrebbe vedere un 
passaggio un po' arbitrario, o non sufficientemente 
preparato, dalla bellezza della donna a quella della 
natura ; ma chi badi all' immediato effetto che 
fanno sul nostro spirito, sentirà in essi egregia- 
mente significata la parentela fra le più leggiadre 
cose della vita umana e quelle del mondo este- 
riore, e quindi l'intima corrispondenza dei moti 
che le une e le altre destano in noi. Una vera 
esultanza suscita nei cuori gentili la vista del pe- 

ZUM^INI. 17 



258 CAPITOLO VII. 



ricolo, o piuttosto ogni idea di pericolo sparisce 
per essi, non appena la bellezza si manifesti an- 
che nelle sue forme più terribili. Non .vedo poi 
nel luogo di sopra citato quel romanticismo che un 
illustre scrittore italiano ci ha scorto. Vedo, anzi, 
che qui il Leopardi, con impeto naturalissimo in 
quelle sue condizioni di animo, è passato da una 
ad un'altra visione di bellezza, dando forma ad 
impressioni che, divise o congiunte, aveva altre 
volte esperimentate in se medesimo. 

Continua poi incitando le donne ad avere in 
disdegno gli uomini ingenerosi e volgari, 

Se nel femmineo core 

D' uomini ardea, non di fanciulle, amore. 

Dubito però che la reminiscenza omerica del- 
l' ultimo verso non concordi appieno, come pur 
qui fanno tante altre immagini classiche, col per- 
sonale sentimento del nostro poeta. Presso Omero, 
il mordace Tersite, volendo aizzar gli animi dei 
Greci contro Agamennone, grida loro: <r Oh Achive, 
non Achei » : * e qual rabbuffo più acerbo di que- 
sto? Anche in altri autori potremmo notare, so- 
vente imitata dall' esempio antica, tal maniera di 
dileggio. Ma in questo luogo del Leopardi ci è la 
stessa convenienza tra l' idea e l' immagine? non 
potrebbe dirsi invece che, parlandosi qui alle donne 
e volendosene inalzare al possibile la dignità e la 



1 Iliade, II, 235. 



SECONDO PERIODO POETICO. 259 

sorte, stonasse alquanto quel sentimento dispre- 
giativo, tratto dal loro sesso medesimo? 

In ogni modo, il più chiaro concetto dei suoi 
destini dovea venire al gentil sesso da quegli 
esempi antichi eh* eran sempre la maggiore luce 
defla storia umana ; da quelle età e da quelle pa- 
trie dove la donna potè essere non meno eroica 
dell' uomo. Così in Sparta 1 , così in Roma. Ed ecco 
presentarsi spontanea al Leopardi la figura di Vir- 
ginia : spontanea, per quanto, com' era forse inevi- 
tabile, atteggiata di movenze alfieriane. 



IL 



Come tutti sanno, l'Astigiano, ideando la sua 
Virginia, si fondò sul racconto di Livio ; ma è an- 
che da notare che quivi riuscì forse meno poetico, 
dove più si accostò al suo esemplare. E veramente, 
come avrebbe potuto infondere una nuova vita a 
quei personaggi liviani così schiettamente e quasi 
inconsapevolmente eroici ? Come rendere nel suo 
stile quella vera romanità di affetti e di linguag- 
gio? Ma scostandosi dalla sua fonte e potendo 
rendere a modo suo ciò che a modo suo, o al- 
meno più liberamente, aveva concepito, conseguì 
non di rado i più alti effetti drammatici. Così 
alla fanciulla, che traeva la sua importanza dal- 
l' essere figlia a Virginio e sposa ad Icilio, egli 
die personalità e azione propria. Per quanto la 
dobbiamo supporre degna dei due romani, a cui 



360 CAPITOLO VII. 



per diverso titolo apparteneva, pure nella storia 
essa non è un' eroina, ma piuttosto una vittima 
dell'eroico sentimento paterno: a lei, la nostra 
pietà ; a Virginio, che V uccide di sua mano, la 
nostra ammirazione. 

Ma nella tragedia, essa, non meno eroica dei 
suoi, concorre volontariamente al sacrifizio di se 
stessa in prò della patria. Già, sin dal principio, 
ne ha come un presentimento: 

E se pur nullo difensor sorgesse, 
Svenarmi qui, pria che menarmi schiava, 
Carnefici, v' è forza. 1 

Poi, sentendo ricordare il magnanimo atto di 
Lucrezia, esclama quasi vogliosa di emularlo: 

E se a svegliar dal suo letargo Roma, 
Oggi è pur forza che innocente sangue, 
Ma non ancor contaminato, scorra, 
Padre, sposo, ferite : eccovi il petto. 8 

E air ultimo, vedendo morire il suo Icilio (che 
presso Livio le sopravvive) si ucciderebbe da se me- 
desima, se altri non glielo impedisse. 3 Un'eroina, 
quasi emula di Lucrezia: ecco, insomma, la Vir- 
ginia dell'Atteri. 

Or il sentimento alfleriano della vita antica 
corrispondeva a quello tutto proprio del Leopardi. 
Nulla di più sublime nel concetto del nostro poeta, 
che il volontario morire per le grandi cause ; nulla 



1 Atto I, se. II. 
« Atto III, se. III. 
8 Atto V, se. IV. 



SECONDO PERIODO POETICO. 261 

dunque di più naturale che alla sua Virginia at- 
tribuisse pensieri e atti onde questa maggiormente 
si accostasse ai più alti tipi di eroismo e di mar- 
tirio. Quella figura femminile, splendente a lui 
per entro le più antiche memorie di Roma, egli 
r aveva amata sempre e, per alcuni rispetti, non 
meno delle dolci fanciulle del proprio paese, suscita- 
trici nel suo cuore di moti stupendi. In una scheda 
delle carte napoletane tuttora inedite, si legge: 
« A Virginia Romana : canzone dove si fìnge di 
vedere in sogno 1' ombra di lei e di parlargli te- 
neramente tanto sul suo fatto quanto sui moti 
presenti d'Italia.... ». Chi non si ricorda qui della 
tenerezza colla quale aveva parlato alla fanciulla 
del Sogno ? Ma in proposito della fanciulla romana, 
coi moti più dolci si congiungono nel suo cuore 
anche i pensieri più robusti onde egli fosse capace. 
E avvicinandosi più che mai a Livio, gli effetti del- 
l' eroismo di lei paragona, benché indirettamente, 
a quelli che produsse la virtù di Lucrezia: 

Così F eterna Roma 

In duri ozi sepolta 

Femmineo fato avviva un'altra volta. 

Nell'Appressamento della Morte, egli aveva con 
la medesima frase adombrato i due risorgimenti 
di Roma: 

Appio è quel là che conto a voi fé '1 dritto, 
Pel cui malvagio amore un'altra volta 
Roma fu lieta e suo tiranno afflitto. 1 



1 Canto II, 37-39. 



262 CAPITOLO VII. 



Se non che, qui, cagione del doppio risorgi- 
mento era la stessa iniquità dei tiranni; nella can- 
zone, invece, è la virtù di Lucrezia e di Virginia. 
Da ciò più poetico il fatto, più sublimi che mai le 
eroine antiche e il sentimento del loro potere, che 
il Leopardi bramava ispirare alle donne italiane. 
E ne segue anche l'eloquente contrasto fra quel 
tipo eroico e ciò che di più tenero gli aggiunse 
il poeta ; tra quella romanità di affetti, sparita per 
sempre dal mondo, e quel confidente immaginare, 
compagno inseparabile della gioventù in ogni tempo; 
fra quella vigoria di animo e quella grazia di forme 
muliebri : 

Virginia, a te la molle 
Gota molcea con le celesti dita 
Beltade onnipossente, e degli alteri 
Disdegni tuoi si sconsolava il folle 
Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri 
Nella stagion eh' ai dolci sogni invita, 
Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe 
11 bianchissimo petto. 

E qual contrasto ancora fra la festa della vita, 
che la giovinetta volontariamente abbandona, e 
T Èrebo che Y attende ! È un' aurora di gioventù e 
bellezza umana, che splende nel fosco della tragedia 
storica, come poco prima abbiam visto splendere 
il riso della natura a traverso l'orrore della pro- 
cella. 

Quest' inno a Virginia finisce colla visione dei 
mirabili effetti del suo martirio. Le ultime parole 



SECONDO PERIODO POETICO. 263 

della tragedia alfieriana : <r Appio, Appio muoia », 
sono il grido del popolo, che precorre l' insurre- 
zione imminente. Queste della canzone: 

Ecco alla vaga 

Tua spoglia intorno la romulea prole 

Di nova ira sfavilla. Ecco di polve 

Lorda il tiranno i crini; 

E libertade avvampa 

Gli obbliviosi petti; e nella doma 

Terra il marte latino arduo s'accampa 

Dal buio polo ai torridi confini; 

queste sono invece la dipintura dell' insurrezione 
medesima che scoppia intorno alla fanciulla, a cui 
morte par cresca bellezza e valore, circondandola 
insieme di una luce che rischiara allo sguardo tutta 
la storia futura di Roma ! Quante altre volte ci fu 
dato ammirare un' immagine di bellezza femminea, 
congiunta, come precipua causa al suo effetto, con 
altrettanta grandezza di fatti umani? 



Capitolo Vili. 

SECONDO PERIODO POETICO. 



CANZONE « ALLA PRIMAVERA DELLE FAVOLE ANTICHE ». 

I. 

1 maggiori poeti dei tempi ultimi hanno con- 
siderato la morte delle favole antiche come uno 
dei più gravi danni che mai potessero interve- 
nire alla vita e segnatamente air arte. Diversi di 
fede, d'ingegno, di lingua e di affetti quei poeti 
furono mirabilmente concordi nel dolersi della per- 
dita di quella gran felicità umana che, per loro 
giudizio, derivava dalla fede nelle favole mitolo- 
giche. Tanta unità, tanta concordia in un pen- 
siero e in un amore da cui parrebbe avesse ad 
essere aliena la coscienza moderna, è un fatto 
molto notevole e degno che si studi nelle sue 
cause e nelle sue manifestazioni poetiche. A ciò 
attenda altri più competente di me ; l io cercherò 
soltanto d' illustrare la presente canzone, ricor- 

1 Con profondità e delicatezza di criteri morali ed este- 
tici mi sembra fatto il breve studio : Old mythology in Mo- 
dem poetry di A. C. BRADLBY, in Macmillan' s Magazine, 
may, 1881. Il dotto autore ha talvolta opinioni simili alle mie, 
e allega molti degli esempi che ho citati, specialmente dallo 
Shelley, in questo mio capitolo, pubblicato la prima volta in 
Giorn. napoli luglio 1879. 



SECONDO PERIODO POETICO. 265 

dando a tale effetto anche quei componimenti degli 
stranieri, che con la medesima abbiano parentela 
di sentimento e d'immagini. 

Nei poeti inglesi dei nostri tempi T ammira- 
zione delle favole antiche si trova spesso con- 
giunta col più vivo affetto alla natura, che sia 
mai stato in cuore umano. Non credo che alcun 
moderno abbia tanto amato il mondo esteriore 
quanto l'amò il Wordsworth, che in esso trovò 
novelle sorgenti di pensieri e d' affetti. Dai laghi, 
dai mari, dalle aurore, dai tramonti, dalle nuvole, 
dalle cascate, dalle montagne, egli ricevette un'in- 
finità d'impressioni nuove e profonde; e ciò che 
disse in ispecie di piccole creature viventi, come 
della farfalla, del passero, dell' allodola, del fanello 
e del cuculo, adegua talvolta per tenerezza quanto 
ad altri poeti era stato dettato dall'amore alle 
più belle cose umane. Eppure, in mezzo all'esul- 
tanza che gli veniva dallo scorgere tante novelle 
relazioni tra sé e tutte le cose animate e inani- 
mate del mondo, quel poeta si dolse talora di non 
essere abbastanza ricco di sentimento, e invidiò 
T antica età, così favorevole ai piaceri dell' im- 
maginazione e del cuore. 

Ricordo in particolare quel bel sonetto, in cui 
dice che gli uomini, amando più la vita sociale che 
la natura, non badano alle innumerevoli bellezze 
che questa contiene e che son cosa tutta nostra. 
E, offeso dall' aridità della coscienza moderna, escla- 
ma : <r Ah, vorrei piuttosto esser nato pagano ! 



266 CAPITOLO Vili. 



Così, stando su questa riva, potrei veder tante cose 
belle, che non è possibile che più rivivano : potrei 
veder Proteo che sorge dal mare e il vecchio Tri- 
tone che dà fiato al suo corno ».*■ Certo questo è 
uno dei momenti più rari nella vita poetica del 
Wordsworth che chiudeva in sé, creato dalla sua 
stupenda ammirazione alla natura, tale un tesoro 
d' immagini, per cui non invidiava le favole degli 
antichi. Tuttavia per ciò che si attiene al nostro pro- 
posito, quel momento è di somma importanza, poi- 
ché ci fa veder lui nella stessa condizione d'animo 
di tanti altri moderni : fra questi il Leopardi, al 
quale pareva che gli uomini di oggi, privi delle 
antiche immagini, fossero quasi orfani derelitti. 
E il poeta inglese, nominando appunto alcune di 
quelle creature mitologiche, la cui morte, anche 
in questo canto Alla Primavera, è lamentata dal- 
l' Italiano, affermò che s'egli potesse ancora vederle 
vive, si sentirebbe meno abbandonato (less forlorn). 

1 William Wordsworth, The aelect poetical Works. 
Leipzig, B. Tauchnitz, 1864, 1, 365. Miscellaneous aonnets. Ecco 
per intero il sonetto che è ano dei più belli del poeta inglese: 

The world is too much with us ; late and soon, 
Getting and spending, we lay waste our powers: 
Little we see in Nature that is ours; 
We have given our hearts away, a sordid boon ! 

This Sea that bares her bosom to the moon ; 
The winds that will be bowling at ali hours, 
And are up-gathered now like sleeping flowers; 



> up 
», fo 



For this, for every thing, we are ont of tune; 

It moves ns not— Great God! Pd rather be 

A pagan suckled in a creed outworn; 

So might I, standing on this pleasant lea, 

Have glimpses that wonld make me less forlorn ; 
Have sight of Protetta rising from the sea ; 
Or hear old Triton blow his wreathed horn. 



SECONDO PERIODO POETICO. 267 

Anche più costantemente e più ardentemente 
di lui amò la vita pagana quel Keats, che fu il 
poeta più greco di pensieri e di affetti che abbia 
mai avuto Y Inghilterra. Nella maggior parte dei 
suoi componimenti egli tolse a soggetto i fatti 
della mitologia e diede ai suoi personaggi tanta 
vita, che più non avrebbe potuto darne a carat- 
teri umani presi dalla storia moderna. La quale 
maravigliosa grecità di concetti è da notare più 
particolarmente neir Endymion e nel frammento 
Hyperion cotanto ammirato dal Byron e dallo 
Shelley. Tuttavia, di lui, più che i poemetti epici, 
sono per tal rispetto pregevoli quelle liriche, dove 
l'amore ardente verso gli ideali antichi trova mi- 
gliore interpretazione che non in quelli. Ed è na- 
turale, perchè il rifare i caratteri storici o favo- 
losi di tempi remoti è impresa che richiede una 
gran forza di obbiettivarsi : qualità rara anche in 
poeti egregi. 

Ma nella lirica, dove tali qualità non sono così 
necessarie, l'ammirazione di essa vita può benis- 
simo avere un' interpretazione perfetta, come di 
fatti vediamo averla avuta in parecchi brevi com- 
ponimenti il Keats. Tra questi parmi degna di sin- 
golare attenzione V Ode sopra un'urna greca, che 
nei primi suoi versi ci fa ricordare del canto leo- 
pardiano : Sopra un basso . rilievo antico sepolcrale. 
Ammirando la bellezza delle figure umane, scolpite 
sull'urna, e l'arte che le aveva ritratte, il poeta 
esclamava : <r Quando il tempo avrà disfatte le pre- 



268 CAPITOLO Vili. 



senti generazioni, tu starai in mezzo ad altri dolori 
diversi dai presenti, ma sempre amica degli uomini, 
ai quali dirai : Bellezza è verità, verità è bellezza : 
questo è tutto ciò che voi sapete sulla terra, e che 
a voi occorra di sapere a. 1 E come alla vista della 
primavera il Leopardi ricorda con mesto desiderio 
le amabili divinità del tempo antico, così anche 
nella dolce stagione l' Inglese volgevasi alla madre 
di Ermete, alla sempre giovane Maia, chiedendo 
di poterla cantare come un tempo si faceva sulle 
rive di Baia, e pregando insieme di concedergli 
la virtù poetica di quei vati che neir isole di Gre- 
cia ne lodavano la bellezza. 2 E anche s' avvicinava 
al poeta italiano là dove, pure compiacendosi della 
felicità, che ancor ci era data, di un* amorosa cor- 
rispondenza fra due nobili cuori, considerava come 
perite per noi, oltreché le favole mitologiche, tante 
altre cose belle della vita. 3 

La stima che il Keats ebbe al mondo poetico 
antico, anima i canti di un altro poeta inglese, le 
cui ceneri, come quelle del Keats stesso, riposano 
in terra italiana. Parlo dello Shelley, il quale cantò 
la morte di quel suo amico in un mirabile poe- 

1 John Keats, Poetical Works, edited with a criticai 
memoir, by W. M. Bosetti. London, E. Moxon, pp. 229-30. Ode 
on a grecian urn: 

When old age shall this generation waste, 
Thou shalt remain, in midst of other woe 
Than ours, a friend to man, to whom thou say'st, 
« Beauty is truth, truth beauty »,— that is ali 
Ye know on earth, and ali ye need to know. 

8 Op. cit., p. 258 : Written on May day. 

8 Ibid., 224 : Miscellaneo™ poems, Dedication. 



T»" 



t 

Per comodo di chi acquista questo libro si uniscono 
tre titoli di esso da ritagliarsi e applicarsi sulle schede 
dei Cataloghi dei libri posseduti, avendo molte biblioteche 
pubbliche e private fino a tre Cataloghi {alfabetico, a ma- 
terie, topografico). 



ZUMBINI Bonaventura. 854. 87 

Studi sul Leopabdi. Volume I. Studi giovanili di eru- 
dizione e di letteratura. - Primo periodo poetico. - 
Attraverso lo Zibaldone, - Secondo periodo poetico. 

1902. Firenze - G. Barbèra - Editore. — Un volume 
in 16°, pag. xiv-336 L. 3.50 

Collezione Gialla . 

La cifra a destra in alto indica la classificazione secondo le Ta- 
vole decimali di Melvil Dewey (Firenze, G. Barbèra, editore, *L. 2. 50). 



ZUMBINI Bonaventura. 854. 87 

Studi sul Leopardi. Volume I. Studi giovanili di eru- 
dizione e di letteratura. - Primo periodo poetico. - 
Attraverso lo Zibaldone. - Secondo periodo poetico. 

1902. Firenze - G. Barbèra - Editore. — Un volume 
in 16°, pag. xiv-336 L. 3. 50 

Collezione Gialla, 

La cifra a destra in alto indica la classificazióne secondo le Ta- 
vole decimali di Melvil Dewey (Firenze, G. Barbèra, editore, L. 2. 50). 



ZUMBINI Bonaventura. 854.87 

Studi sul Leopardi. Volume I. Studi giovanili di eru- 
dizione e di letteratura. - Primo periodo poetico. - 
Attraverso lo Zibaldone. - Secondo periodo poetico. 

1902. Firenze - G. Barbèra - Editore. — Un volume 
in 16°, pag. xiv-336 L. 3. 50 

Collezione Gialla. 

La cifra a destra in alto indica la classificazione secondo le Ta- 
vole decimali di Melvil Dewey (Firenze, G. Barbèra, editore, L. 2. 50). 



1-* ■ 



SECONDO PERIODO POETICO. 269 

metto YAdondis 1 che ha tutta la tenerezza e molte 
reminiscenze del più leggiadro idillio di Mosco, ed 
è uno dei componimenti che meglio attestano la 
sua grecità di pensieri e di affetti. Anche in altri 
suoi lavori poetici gli elementi antichi siffattamente 
si congiungono al sentimento moderno, da fare in- 
sieme una compiuta unità e una stupenda opera 
d' arte. Leggasi ad esempio YArethusa ; 2 compo- 
nimento che, pur con le sue reminiscenze ovidiane, 
è qualche cosa di più semplice, di più caldo e di 
più gentile che non la stessa narrazione del poeta 
latino. 

Anche improntati di classicismo sono i due 
Bymn of Apollo, Hymn of Pan* scritti intorno al 
tempo stesso che il Leopardi scriveva il suo Inno 
a Nettuno. Se non che, dove V Inglese per entro 
le immagini antiche esprimeva le aspirazioni della 
coscienza moderna, Y Italiano, volendo tentare una 
imitazione che sembrasse un lavoro originale, sop- 
presse invece, per quanto potè, ogni suo personale 
sentimento : e quel tanto che ancor ce ne ravvi- 
siamo, può dirsi ci rimanesse contro il voler del- 
l' autore. Poi in quella comune ammirazione, o 
piuttosto religione della vita antica, e' è qualche 
cosa che distingue lo Shelley non solo dal Leo- 
pardi, ma dagli altri poeti della stessa sua patria ; 

1 Pbrcy Bysshe Shelley, A selection from the poems, 
edited with a memoir, by M. Blind. Leipzig, Tauchnitz, 1872, 
p. 313. 

1 Op. cit, p. 32. 

8 Ibid., 35-6. 



270 CAPITOLO Vili. 



perchè se questi consideravano gY ideali come di- 
leguati per sempre, egli credeva poter essi rina- 
scere più splendidi ancora. Sorgerà un* altra Atene 
(così ei chiude V ultimo de' suoi Choruses from 
Hellas), e, come il sole che tramonta, lascierà al 
mondo il suo splendore e agli uomini tutto ciò che 
la terra può ricevere e il cielo può dare. 1 



II. 



Venendo ora ai Tedeschi, mi contenterò di no- 
minarne soli due. L' uno è il Platen che, dopo il 
Goethe, forse più di qualunque altro suo concit- 
tadino, ammirò V arte antica e si studiò di ri- 
produrne al possibile le forme, ritemprando in essa 
la lingua e la poesia nazionale. Anche come il 
Goethe, egli amò senza fine il riso del nostro cielo 
e venne in Italia e vi morì. Ci venne per educarsi 
al classicismo e più particolarmente per studiare le 
nostre arti figurative, da cui credeva poter trarre i 
più fecondi ammaestramenti. 2 L'amicizia poi onde in 
Napoli si legò col Leopardi, lo fece anche più certo : 

Di quella fede che vince ogni errore; 



1 Op. cit., p. 330. 

8 Gesammelte Werke des Orafen AUGUST VON PLATBN 
in filnf Banden. Stuttgart nnd Augsburg, I. G. Cotta'scher 
Verlag, 1856, erster Band, XXXV: « In Italien denke ich mein 
Leben zu beschliessen, und wenn ich mi eh dahin betteln 
mtisste; denn nur dort hoffe ich meine Kunst znr Vollkom- 
menheit za bringen, wenn dieses Wort nicht ein Frevel ist. 
Aua der bildenden Kunst ziehe ich die grftssten Belehrungen ». 



SECONDO PERIODO POETICO. 271 

la quale, se per Dante era il cristianesimo, per i 
due giovani poeti, così scontenti della vita moderna, 
era l'arte antica. È mirabile nel Tedesco quella 
maniera di foggiare talvolta i suoi componimenti 
sugli esempi di Pindaro, di Teocrito e di Orazio. 
Con quei modelli alla vista, conseguì in alcune 
delle sue liriche tanta squisitezza e grazia clas- 
sica, da pareggiare per tal rispetto le migliori cose 
leopardiane. Valga ad esempio Y Endymion, 1 in pro- 
posito del quale ricorderò come V episodio mito- 
logico abbia ispirato felicemente altri insigni poeti 
settentrionali moderni. 

Ma ritornando a ciò che più strettamente si 
attiene al mio soggetto, notevole è nel Platen un 
caldo movimento di animo, simile a quello osser- 
vato qui da noi in altri autori, verso le divinità 
antiche : movimento espresso in alcuni suoi versi, 
un vero inno a Venere, scritti V anno stesso della 
sua morte (1835), quand' egli era già divenuto del 
tutto classico, anzi italiano. Anche mosso dall'aspetto 
della primavera, ispiratrice del Keats e del Leo- 
pardi, ei si volge all'antica regina della bellezza, 
che scende dal cielo in tutta la potenza dei suoi 
vezzi, mentre il sole splende come quando ella 



1 Op. cit., I, p. 83. Voglio ricordarne almeno la prima 
strofa : 

Jungling ruht 

Unter Lilien an der Fiat, 

Wahrend Nacht ihn rings uuifangen, 

Seine lichten Locken hangen 

Tief herab bis in die Quelle, 

Die aie netzt mit sachter Welle. 



272 CAPITOLO Vili. 



apparve ad Adone. Le divinità dei romantici non 
poterono e non potranno mai sbandir dal mondo 
queir immagine, bella sopra ogni altra, che sor- 
riderà eternamente ai suoi adoratori. 1 

L'altro Tedesco che volevo qui nominare, è 
lo Schiller. Tra tutti i moderni ammiratori delle 
antiche favole nessuno fece cosa tanto simile a 
questa canzone del Leopardi, quanto quello con 
la sua poesia : Die Gòtler Griechenlands* Già an- 
che egli tolse a materia di alcuni suoi canti, per 
esempio, di Hero und Leander 3 e di Kassandra, 4 qual- 
che soggetto della mitologia e della poesia classica, 
ingegnandosi di conservare al possibile i caratteri 
originali degli eroi, e dar loro una verità psico- 
logica che rispondesse alla tradizione. Ma la sua 



1 Op. cit, I, p. 124 : 

Inbriìnstige fromme Gebete 
Dir, Kypria, send' icb empor, 
Indem ich die Etiaten betrete, 
Die Haine dir eigen zuvor! 

Du lachelst noch immer dem Grasse 
Der Glàubigen, innig and mild: 
Ni e konnten die GStzen der Busse 
Verdrangen das gtìttliche Bild. 

So glanzte die Sonne hernieder, 
Ala einst dem Adon da erschienst. 
Da kommst ; es erneue sich wieder 
Der sclione lebendige Dienst! 

È un'ode il cui sentimento ci fa rammentare della famosa 
invocazione di Lucrezio a Venere (I, 8-9): 

Ubi rident cequora ponti, 

Placatumque nitet diffuso lumine ccelum. 

8 Schiller, Sàmmtliche Werke. Stuttgart, Verlag der 
J. G. Gott. Buch., 1869, I, 62. 



3 Ibid., 219. 
* Ibid., 227. 



SECONDO PERIODO POETICO. 273 

ammirazione al mondo classico ei manifestò più 
efficacemente che mai nel citato canto sugli Dei 
della Grecia, dove il proprio pensiero e la co- 
scienza moderna prevalgono di gran lunga alla 
dipintura delle cose antiche. Molte sono in ciò le 
differenze fra i due poeti ; ma qui noterò soltanto 
quelle che si riferiscono all' idea suprema infor- 
matrice dei loro canti. 

Per i due poeti dunque le favole greche di- 
mostrano la ricchezza di fantasia e di sentimento 
e la gioventù e felicità della vita antica. Essi idea- 
lizzano quella vita così come forse non era stato 
fatto mai per lo innanzi. Il Leopardi un po' meno; 
ma, salvo le differenze che or ora vedremo, egli, 
allo stesso modo che lo Schiller, ne ricorda il grande 
e il bello, senza punto accennare a ciò che pur 
v' era stato di men gentile e di men lieto. Il Te- 
desco poi ne lodò a cielo tufte le parti e tutte le 
forme ; né si ricordò più di tante oppressioni pa- 
gane e di tante emancipazioni cristiane, o almeno 
moderne, da lui cantate a gloria dell' umano spi- 
rito che finisce sempre col trionfare di ogni forza 
avversa. Gli parvero belli e deliziosi persino quei re- 
gni dell'Orco e del Tartaro, che Omero aveva fatto 
parere così detesteVoli ad Achille, e il cui ricordo 
velò talvolta di mestizia il gaio canto di Orazio. 

Né dei lamenti intorno al destino umano, che 
ricorrono nella poesia greca dallo stesso Omero i 



1 Iliade, XVII, 443-447. 

ZUMBINI. 18 



274 CAPITOLO Vili. 



a Mosco, 1 sembra che questi poeti moderni abbiano 
tenuto alcun conto. E considerando poi quale sven- 
tura suprema del tempo nostro la conoscenza di 
quelle invitte leggi fisiche, che ora tengono il luogo 
delle vaghe antiche immaginazioni, essi vollero di- 
menticare come Lucrezio, riproducendo un con- 
cetto greco, anteriore a lui di più secoli, credesse 
poter questo, più che ogni altra fede nel sopranna- 
turale, conferire alla felicità del genere umano. 

Un* altra cosa in cui i due moderni sono con- 
cordi fino ad un certo punto, è V avversione al 
cristianesimo. Eppure questa religione era stata 
anch' essa di molta efficacia sul cuore e sulla fan- 
tasia degli uomini. Aveva popolato di spiriti infiniti 
il cielo e la terra, avuto i suoi eroi, i suoi martiri, 
la sua divinità umanata, e quegli interventi celesti 
nei casi umani, che ai nostri poeti, e in ispecie 
all' Italiano, sembravano ciò che di più bello fosse 
nelle favole antiche e di più felice potesse acca- 
dere alla specie nostra. La stessa religione, lar- 
ghissima di conforti alla vita e di ispirazione al- 
l' arte, era bastata a molte grandi fantasie moderne, 
innanzi a cui il Leopardi e lo Schiller s'inchina- 
vano pei primi. Ma forse la loro avversione alle 
altre parti del cristianesimo li induceva a invol- 
gere nella medesima condanna anche quella che 
n'era la più poetica. In essa religione poi tro- 
vavano da per tutto il limite, cioè il gran nemico 



Idilli, 'ETUTOcqpioc Btovog, 106 e segg. 



SECONDO PERIODO POETICO. 275 

dello spirito moderno così bramoso di scienza e 
di godimento infinito. Ma limiti e divieti non eran 
visti da loro nel paganesimo : il quale, a tacere 
delle altre differenze, era una religione antica e 
Quindi molto più facile ad essere idealizzata, da 
chi la contemplasse a traverso tanti secoli. 

HI. 

Se somiglianti per questi lati, erano i due poeti 
dissimili per altri. Lo Schiller non usò mai l'ironia 
e lo scherno verso i dommi e gY insegnamenti del 
cristianesimo ; o almeno può dirsi che li ebbe in poca 
stima non tanto per loro medesimi, quanto perchè 
li credeva oltrepassati dalla coscienza moderna. 
Pur nella filosofia Kantiana, da lui seguita, trovò 
insufficiente ai bisogni del suo cuore lo stesso 
concetto di Dio, quale postulato della ragione 
umana. 1 Certo ei parve acquietarsi meglio in un 
sentimento della vita ancor più libero e più umano 
di quello che gli potesse venire dal cristianesimo ; 
e ce ne diede la più chiara prova nei componi- 
menti del suo primo periodo. 2 

Non così il Leopardi che, cessato di essere quel 
sincero credente eh' era stato da principio, mo- 
strossi poi sempre avverso al cristianesimo, e, come 

i GOTTSCHALL, Die deutsche nationalliteratur des neun- 
zehnten Jahrhunderts. Breslau, E. Trewendt, 1875, I, 89. 

1 E segnatamente in quello intitolato Rousseau, che fini- 
sce (op. cit., I, 28): 

Sokrates ging unter durch Sophisten, 
Rousseau leidet, Rousseau fallt durch Ghristen, 
Rousseau — der aus Ohristen Menschen wirbt. 



376 CAPITOLO Vffl. 



tentai di spiegare in uno dei capitoli precedenti, 
non gli ebbe neanche quel riguardo che, come a 
religione del proprio paese e non priva di grandi 
benemerenze verso il mondo, le hanno avuto i mag- 
giori razionalisti moderni. 

Poi, se il Tedesco, nel suo stesso dolore per la 
perdita di tante belle cose antiche, ha sempre viva 
fede nei destini umani, e ammira il grandeggiar 
del nostro pensiero, Y Italiano non conosce nulla 
di veramente eccelso che non sia perito in quella 
fatale rovina ; e ammirando il tempo antico, brama 
che possano rivivere quelle dolci creature, abita- 
trici di valli, monti e acque, onde allora era così 
lieto il vivere umano. Si direbbe che lo prema un 
bisogno di amare, di obliarsi in qualche cosa di 
molle e di voluttuoso ; bisogno che non è nel poeta 
tedesco, o, se mai, vi è soverchiato da aspirazioni 
più severe. Inoltre, lo Schiller, rimpiangendo le 
favole antiche, ci fa ricordare del Monti; perchè, 
se non possiamo credere col Gottschall eh' ei ne 
lamenti la perdita per ragioni meramente este- 
tiche, è però certo che queste, come nell'autore 
del Carme sulla Mitologia, così prevalgono in lui 
sopra ogni altro motivo. 

I due poeti sono egualmente persuasi che alla 
verità molto giovi adornarsi di leggiadre finzioni. 1 



1 Die Gótter Griechenlands : 

Da der Dichtung zauberische Halle, 
Sicb noch lieblich um die Wahrheit wand, 
Durch die SchOpfung floss da LebensfQUe, 
Und was nie empflnden wird, empfand. 



SECONDO PERIODO POETICO. 277 

Per amendue è un infortunio il dover vedere nel 
sole, non più lo splendido carro di Apollo, bensì un 
globo inanimato di fuoco. 1 Amendue parlano con 
dolore di quella legge fisica della gravità, che oggi 
usurpa il luogo di molte belle immaginazioni an- 
tiche. 2 Parecchie altre finzioni mitologiche ricorda 
poi il Monti con una tenerezza non minore di 
quella che per esse ha il Leopardi. Si duole che 
nelle dolci note del rosignuolo non più ci sia dato 
intendere una pietosa storia di amore, 3 e dentro 

Sermone sulla Mitologia: 

Ah riedi al primo officio, o bella Diva ; 
Biodi, e sicura in tua ragion col dolce 
Delle tue vaghe fantasie l'amaro 
Tempra dell'aspra Verità. 

1 Wo jetzt nur, wie unsre Weisen sagen, 
Seelenlos ein Feuerball sich dreht, 
Lenkte damala seinen goldnen Wagen 
Helios in stiller Majestàt. 

Ov' è V aureo tuo carro, o maestoso 
Portator della luce, occhio del Mondo? 
Ove l'Ore danzanti? ove i destrieri 
Fiamme spiranti dalle nari? Ahi misero! 
In un immenso, inanimato, immobile 
Globo di foco ti cangiar le nuove 
Poetiche dottrine, alto gridando: 
Fine ai sogni e alle fole, e regni il Vero. 

2 Dient sie knechtisch dem Gesetz der Schwere, 
Die entgotterte Natur. 

le stelle, non più rapite in giro 

Armonioso, e per l' eterea volta 
Carolanti, non più mosse da dive 
Intelligenze, ma dannate al freno 
Della legge che tira a centro i pesi. 

3 II canto che alla queta ombra notturna 
Ti vien sì dolce da quel bosco al core, 
Era il lamento di regal donzella 

Da re tiranno indegnamente offesa. 

Leopardi : 

E te d' umani eventi 

Disse la fama esperto, 

Musico augel che tra chiomato bosco 

Or vieni il rinascente anno cantando. 



178 CAPITOLO Vili. 



la buccia degli alberi più non palpiti il petto di 
qualche gentile creatura. 1 

Pur nondimeno, con tutte queste somiglianze, 
nel Monti ci sembra impiccolito quel gran con- 
cetto, quel gran dolore, eh* è proprio degli altri 
moderni. Considerando la morte delle favole mi- 
tologiche come un effetto del romanticismo, l'au- 
tore della Feroniade e della Musogonia sperava 
che dottrine migliori potessero ristorare i danni 
che da quello ci eran venuti. Del resto egli si 
mostrava persuaso che quanto un tempo animava 
la natura fosse quasi una creazione dei poeti an- 
tichi, mossi dal fine di poter dilettare al possibile 
le menti umane. 2 Pare ignorasse che il danno la- 

* Entro la buccia 

Di quella pianta palpitava il petto 
D'una saltante Driade. 

Leopardi : 

Viva fiamma agitar l' esangui vene, 
Spirar le foglie, e palpitar segreta 
Nel doloroso amplesso 
Dafne o la mesta Filli 

I Tempo già fu che, dilettando, i prischi 
Dell'apollineo culto archimandriti 

Di quanti la natura in cielo e in terra 
E nell'aria e nel mar produce effetti, 
Tanti numi creàro: onde per tutta 
La celeste materia e la terrestre 
Uno spirto, una mente, una divina 
Fiamma scorrea, che l'alma era del mondo. 

II qual luogo probabilmente gli fu ispirato da quell'altro 
di Virgilio (jEn., VI, 724 e segg.) : 

Principio ccelum ae terrea eamposque liquentes, 
Lucentemque globum Luna Titaniaque astra, 
SpirittM intu9 olii, totamqite infusa per artus 
Mens agitat moletn et magno se torpore miseet. 
Inde hominttm pecudutnque genus viUeque volantum, 
Et ques marmoreo fert monstra sub mquore pontus. 

Lo stesso concetto, espresso in parte con eguali parole, 
ha Virgilio nelle Georgiche, IV, 220 e segg. 



SECONDO PERIODO POETICO. 279 

mentato procedeva da più profonde cagioni, e che 
dunque non si poteva più rifare nella fantasia ciò 
eh' era morto per il cuore. Credendo poi venisse 
da una « audace scuola boreale » quel sentimento 
tutto proprio della coscienza moderna, non tenne 
conto del fatto che in quella regione appunto un 
gran poeta superava lui stesso neir ammirazione 
delle favole antiche e neir arte di rifarle belle di 
nuova vita. 1 Pure dobbiamo riconoscere che nei 
luoghi dove, smettendo la non giusta invettiva, si 
restringe a lamentare questa o quella leggiadra 
fantasia del mondo pagano, anche egli ha movi- 
menti di vero affetto e di vera poesia. 

In ultimo, fra i tre poeti corre quest'altra 
differenza, che se lo Schiller non accenna espres- 
samente air avvenire, e se il Monti vagheggia un 
tempo migliore del presente, il Leopardi invece 
mostrasi privo di ogni speranza, perchè la giovi- 
nezza, come nelle singole persone, così in tutta 
la specie umana, tramontata una volta, non risorge 
più mai. 

Per guardare poi anche da questo lato gì' In- 
glesi, noterò soltanto che in essi è un lieto sen- 
timento della vita moderna, il quale contrasta con 
la minore stima che, quanto alle sorti della poesia, 
ne fanno i poeti delle altre nazioni. Nello Shelley, 
così pieno di fede nei destini umani e nel Words- 



1 Nei miei Studi sulle poesie di V. M. cit., p. 194, n. 2, 
mostrai come il Monti conoscesse il canto dello Schiller, 
Die Oótter Griechenlands, e molto ammirasse quel poeta. 



280 CAPITOLO Vili. 



worth, così innamorato della natura, la dispari- 
zione delle favole mitologiche non poteva indurre 
tutto lo sconforto che abbiamo visto nei poeti ri- 
cordati finora ; anzi le più gloriose memorie anti- 
che sovente destavano in essi come una brama di 
emularle e vincerle. 



IV. 



Ma è tempo oramai che io mi riduca col di- 
scorso alla sola canzone della Primavera, e ne 
commenti quei concetti e quelle bellezze che ne 
fanno una delle più singolari poesie del seco! 
nostro. 

Se in quasi tutti i canti def presente periodo 
il Leopardi guarda sempre al contrasto della sto- 
ria antica colla moderna, in questo si ferma più 
particolarmente alle differenze tra la visione che 
del mondo esteriore ebbero i nostri padri e quella 
che possiamo averne noi, prole così miseramente 
decaduta. Negli altri canti ammira le virtù civili, 
T incomparabile carità patria, Y amore immenso 
alla gloria, tutti insomma quelli ch'egli stesso 
chiamava « forti errori i> ; l qui ritrae in particolare 
quei dolci inganni dell' immaginazione e del cuore 
che sono detti ameni errori nel suo stesso lin- 



1 A un vincitore nel pallone : 

e là dove 1* insano 

Costarne ai forti errori esca non porse, 
Negli ozi oscuri e nudi 
Mutò la gente i gloriosi stadi. 



SECONDO PERIODO POETICO. 281 

guaggio. 1 Errori i primi, errori i secondi, salvo 
che gli uni facevano bella la vita nei consorzi 
civili, gli altri in grembo alla natura. 

Or, guardando appunto alla natura, ridente 
nella dolce stagione come per nuova giovinezza, 
il poeta si rammenta delle vaghe immagini che 
la vita medesima soleva indurre nei padri nostri. 
E come di questi ricorda anche Y arte sovrana 
che a siffatti ameni errori spirò eterna vita, così, 
coi fantasmi che specialmente a primavera danza- 
vano nelle menti loro, sente ridestarsi in sé le 
voci gentili, onde i loro poeti solevano salutarli. 
Si ricorda più particolarmente di Orazio, il quale, 
invitando gli uomini a rallegrarsi della festa pri- 
maverile, cantava: 

Diffugere nives, redeunt iam gramina campis 

Arboribusque cornee; 

Mutat terra vices et decrescenza ripas 

Flumina prsetereunt.... 

Damna tamen celeres reparant caelestia lunae. 8 

E il Leopardi, ripigliando la stessa immagine, 
incomincia : 

Perchè i celesti danni 
Ristori il sole, e perchè P aure inferme 
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta 



1 Inno ai Patriarchi: 



alle secreto 

Leggi del cielo e di natura indutto 
Valse 1* ameno error, le fraudi, il molle 
Pristino velo. 



1 Od., IV, 7. 



282 CAPITOLO Vin. 



Delle nubi la grave ombra s'avvalla; 

Credano il petto inerme 

Gli augelli al vento, * e la diurna luce 

Novo d' amor desìo, nova speranza 

Ne' penetrati boschi e fra le sciolte 

Pruine induca alle commosse belve ; 2 

Forse alle stanche e nel dolor sepolte 

Umane menti riede 

La bella età, cui la sciagura e V atra 

Face del ver consunse 

Innanzi tempo? 

Le parole del poeta moderno sono come una 
risposta all' invito del poeta antico. In sostanza, 



1 Viro., Mn., VI, 15 : 

Pratpetibus pennia auaua $e credere calo. 

CATUL., Carmina, LXV, 17 : 

Nec tua dieta vagia nequiequam eredita ventis. 

* Quasi tutte queste imagini e locuzioni sono reminiscenze 
più o meno fedeli di poeti latini. Oltre quelle di Orazio, che 
si trovano nel passo citato di sopra, notansi le seguenti (Virg., 
Georg., I, 43-4) : 

Vere novo, gelidus conia cum montibus humor 
Liquitur et zephyro putria se glceba reaolvit 

Mn. t I, 143 : 

Collectuaque fugat nube* aolemque reducit. 

Oraz., Odi, I, 4: 

Aui flore, terree quetn ferunt solute. 

LrUCR., VI, 848: 

Est apud Ammonti fanum fona luce diurna 
Frigidua. 

Come in questo cosi nei seguenti passi della canzone 
leopardiana non ho creduto notare le locuzioni di cui si 
potrebbero trovare esempi quasi in ogni pagina dei classici 
latini. 



SECONDO PERIODO POETICO. 283 

par eh' esse dicano : Perchè lo spettacolo della 
primavera sia così bello, come tu, o padre Orazio, 
lo descrivevi, potremmo noi, venuti al mondo nella 
sera delle umane cose, goderlo allo stesso modo 
che lo godesti tu ? Se anche a te la vita potè sem- 
brare polve ed ombra, essa era nondimeno al tempo 
tuo molto più lieta che non è oggi. Allora gli uo- 
mini si rallegravano alla novella stagione come a 
una festa deir universo. Per monti e per valli im- 
battevansi in creature di sovrumana bellezza, che 
tu stesso ritraevi dicendo: 

Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet 
Ducere nuda choros ec. 

Ma per noi la vera festa è finita; ben può tor- 
nare il verde nei campi e la valle risonar del canto 
degli uccelli ; ma tutto questo non è più, come 
un tempo, testimonianza dell' affetto che possa 
avere per noi una madre comune. Ciò che alla 
natura dava animo e movimento, ciò che palpitava 
come noi e con noi, è morto per sempre! 

Siffatta risposta della coscienza moderna alla 
coscienza antica, in tanto riesce a noi più dolorosa, 
in quanto la visione della primavera, ritratta con 
le stesse immagini dei padri, ritornandoci al pen- 
siero splendida come essi Y ebbero, contrasta vi- 
vamente con quella scolorata e senza vita che ne 
abbiamo oggi. Anche le immagini che, senza ri- 
cordare particolarmente qualche altra di poeta an- 
tico circa la primavera, sono state certamente tolte 



284 CAPITOLO Vili. 



da essi, contribuiscono qui come in tutto il resto 
della canzone a quel medesimo effetto. Coteste pa- 
role antiche si direbbero echi di un'armonia di- 
leguata per sempre, ma che la robusta voce di 
un moderno ripete quasi per salutare più degna- 
mente quel maraviglioso popolo di fantasmi leg- 
giadri, che passava come paradiso fuggitivo innanzi 
allo sguardo. 

Per qualche istante diremmo essere il poeta 
dominato da un' improvvisa speranza. La gioventù 
del mondo era finita; e, più precocemente di 
quella di ogni altra creatura umana, finita la sua. 
Che significavano dunque i suoi palpiti alla vista 
della novella stagione? Era egli ancor capace di 
vaghe immagini ? Viveva ancor la natura, ed egli 
poteva sentirne la voce? 

Ottenebrati e spenti 
Di Febo i raggi al misero non sono 
In sempiterno? ed anco, 
Primavera odorata, ispiri e tenti 
Questo gelido cor, questo eh' amara 
Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara? 

Vivi tu, vivi, o santa 
Natura? vivi, e il dissueto 1 orecchio 
Della materna voce il suono accoglie? 

Ma il poeta non attende la risposta ; la sua era 
meno una domanda che uno sconsolato desiderio, 

1 ViRG., Mn., I, 722 : 

desuetaque corda. 

OviD., Met., V, 504: 

desuetaque sidera cerno. 



SECONDO PERIODO POETICO. 285 

ch'egli esprime, ripetendo tre volte quel : «Vivi?», 
il quale par P angosciosa interrogazione di un figlio, 
che, assistendo allo spegnersi della madre, non 
voglia credere a ciò che pure i suoi occhi gli 
hanno già detto. Poi, quasi togliendosi di un tratto 
al dubbio tormentoso, ritorna a cantare di quel 
tempo quando la natura, non che viva, era ancor 
bella di gioventù e tutta affetto materno per Puomo. 
La sua voce è insieme elegìa ed inno ; prevale Pac- 
cento delP elegìa, se il poeta guarda al presente ; 
quello delP inno, se al passato : 

Già di candide ninfe i rivi albergo, 
Placido albergo e specchio 
Furo i liquidi fonti. 1 Arcane danze 
D' immortai piede i ruinosi gioghi 
Scossero e l'ardue selve (oggi romito 
Nido dei venti). 

Qui si rammenta un' altra volta di Orazio che, 
cantando la festa primaverile, descrisse le mede- 
sime danze : 

Iam Gytherea choros ducit Venus imminente luna, 
Iunctaeque Nymphis Gratise decentes 
Alterno terram quatiunt pede. 2 



1 VIRO., Egloghe, II, 58-9 : 

flortbu8 austrum 
Perditu8 et liquidis immisi fontibu8 apros. 

Cfr. Georg,, II, 200 ; IV, 18. 
OVID., Met., X, 122 : 

tu liquidi ducebas fonti* ad undam 

ed anche altrove. 
« Od., I, 4. 



286 CAPITOLO Vili. 



E ancora qui par che il poeta moderno risponda 
air antico: Quelle danze le vedeste voi, o padri 
fortunati; ma potrebbero mai vederle i figli vostri? 
Per essi i gioghi sono deserti e le selve non altro 
che nidi dei venti. Le quali ultime parole ci fanno 
pensare a quello stormir di fronde, che tra folte 
selve suona come pianto, e al Leopardi, in quella 
sua disposizione di animo, poteva sembrare quasi 
un lamento del tempo felice nella miseria. 



V. 



Tale immaginazione, chiusa, com'è, in una 
breve parentesi, passa quasi leggera nuvola sulla 
ridente visione del tempo antico, che il poeta se- 
gue a ritrarre : 

e il pastorel eh' all' ombre 
Meridiane incerte 1 ed al fiorito 
Margo adducea de' fiumi, 
Le sitibonde agnelle, arguto carme 
Sonar d' agresti Pani 
Udì lungo le ripe; e tremar l'onda 
Vide, e stupì, che non palese al guardo 
La faretrata Diva 8 
Scendea ne' caldi flutti, e dall' immonda 



1 VIRO., Egloghe, V, 5: 

Sivé aub incerto* zephyris motontibua umbro*. 

* OVID., MeL, III, 252: 

pharetratcB Diana. 



SECONDO PERIODO POETICO. 287 

Polve tergea della sanguigna caccia 
Il niveo lato * e le verginee braccia. 2 

Dipintura mirabile di perspicuità classica. Pure 
in tanta precisione di forme, e' è qualche cosa di 
mezzo velato e di ondeggiante: tali sono quelle 
ombre incerte, quelle nivee membra della Diva, 
immergentesi nelle acque e non palese allo sguardo 
del pastorello. Qui l'arte antica, sposata al sen- 
timento moderno, dà vita a quelle immaginazioni 
vaghe e perplesse che, come diceva il Leopardi 
medesimo, sono principal cagione della bellezza 
poetica, anzi di ogni altra bellezza del mondo. 
Belli que' gioghi, que' fiumi e quelle campagne po- 
polate di creature gentili; bella tutta la natura, 
così consapevole delle cose nostre. Nessun mag- 
gior conforto per Y uomo antico che sentirsi com- 
preso da quanto lo circondava e veder le cose 
più belle e gentili del mondo fare con lui come 
una sola famiglia : 

Vissero i fiori e V erbe, 
Vissero i boschi un dì. Conscie le molli 
Aure, le nubi e la titania lampa 
Fur dell' umana gente, allor che ignuda 
Te per le piaggie e i colli, 
Ciprigna luce, alla deserta notte 



1 Oraz., Od., Ili, 27 : 



Sic et Europe niveum doloso 
Credidit tauro latus. 



* OVID., Met. t III, 163-4 : 



Hic dea silvarum venatu fessa, solebat 
Virgineos artus liquido perfundere rore. 



288 CAPITOLO Vffl. 



Con gli occhi intenti il viator seguendo, 
Te compagna alla via, te de' mortali 
Pensosa immaginò. 

Anche al più infelice degli uomini non sareb- 
bero allora mancati quei conforti ; e chi, in guerra 
coi propri simili, fosse corso a cercar morte nei 
boschi, quivi 1' avrebbe trovata assai più dolce 
che non nel mondo: 

che se gì' impuri 
Cittadini consorzi e le fatali 
Ire fuggendo e 1' onte, . 
Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime 
Selve remoto accolse, 
Viva fiamma agitar l' esangui vene, 
Spirar le foglie, e palpitar segreta 
Nel doloroso amplesso 
Dafne' o la mesta Filli o di Glimene 
Pianger credè la sconsolata prole 
Quel che sommerse in Eridano il sole. 

Qui la vaga immagine ovidiana di Apollo che, 
abbracciando la pianta, sente ancor trepidare il 
petto di Dafne, benché forse poco adatta al pre- 
sente caso, riesce di molto effetto, accompagnata, 
com' è, dalle reminiscenze di Filli e delle figlie di 
Climene. Nulla per il nostro autore di più bello 
e gentile nella vita antica che quei boschi popo- 
lati di simili creature, consolatrici deir uomo nella 
solitudine e nel dolore I 



1 OviD., Met., I, 553-4 : 

poaita in stipite dextra 
Sentii adhue trepidare novo sub cortiee pectus. 



SECONDO PERIODO POETICO. 289 

^ ^^^ ^ M ■■■■■■ ■ »■■!■■■■■■ , ^^— ■ ! ■ ■ » ■ I ■ 

Già anche dagli altri canti di questo periodo 
e da quelli anteriori si vede come tutto ciò che 
significava virtù, bellezza, gioventù, congiunte a 
sventura e morte, potesse tanto sul suo cuore. Gli 
eroi delle Termopile, gì' Italiani caduti nella fa- 
mosa ritirata di Russia, il Tasso, Virginia, Bruto, 
Saffo gli avevano ispirato parole supremamente 
patetiche. Anche nelle poesie dei periodi seguenti 
passeranno innanzi a lui belli di gioventù e di 
amore e morte (eh' è bellezza affatto leopardiana) 
Consalvo, Silvia, Nerina e persino le due im- 
magini muliebri scolpite su' loro monumenti se- 
polcrali. 

Certamente l'olocausto di una vita umana ad 
un grande amore o ad una grande idea, una no- 
bile vita spenta prima che vecchiezza Y avesse 
spogliata di beltà e di passioni, furono sempre tra 
le cose più ammirate dal Leopardi. Meditando poi 
questo canto, cercò e trovò nella mitologia esempi 
di altre creature terrene che rispondevano mira- 
bilmente ai tipi vagheggiati. Dafne, a cui parve 
funesto dono la propria bellezza, e tolse di per- 
der questa anzi che l'innocenza; 1 Filli che, non 
resistendo al gran travaglio interno, con le pro- 
prie mani pose in terra le giovanili membra, 2 e 



1 OviD., Met., I, 546-7 : 

Qua nimium placui, Tellus, aut hisee, vel ietam, 
Qua fecit, ut kedar, mutando perde figurati*. 

* OviD., Eroide, II, 147-8 : 

Phyllida Demophoon leto dedit, hospea amantetn, 
Ille neri causarti prabuit : ipso manum. 

Zumbini. 19 



390 CAPITOLO Vili. 



convertita in albero, manifestava la gioia di rive- 
der Demofoonte, col rivestirsi tutta di novelli 
fiori ; e le Eliadi, sorelle amorosissime che, pur 
mutate in pioppi, non cessavano di versar lagrime 
per il perduto fratello. 1 Seguono altre creature an- 
che più affettuose e partecipi delle nostre pene. La 
tenera Eco, 2 esprimendo nei suoi lamenti il dolore 
di tutto il genere nostro, era come V interprete 
fra T uomo e la natura : 

Né dell' umano affanno 
Rigide balze, i luttuosi accenti 
Voi negletti ferir mentre le vostre 
Paurose latebre Eco solinga 
Non vano error de' venti, 
Ma di ninfa abitò misero spirto, 
Cui grave amor, cui duro fato escluse 
Delle tenere membra. Ella per grotte, 
Per nudi scogli e desolati alberghi, 
Le non ignote ambasce e l'alte e rotte 
Nostre querele al curvo 
Etra insegnava. 3 



1 0VID M Met., II, 363-4. 

Cortex in verbo novissima venit ; 
Inde ftuunt lacrima. 

8 OVID., Met., Ili, 393-401: 

Spreta latet silvia ; pudibundaque frotidibus ora 

Protegit ; et solis ex ilio vivit in antris. 

Sed tamen hceret amor, crescitque dolore repulsa : 

Exlenuant vigiles corpus miseràbile curo?;' 

Adducitque eutem macies ; et in aera sucus 

Corporis omnis abit ; vox tantum, atque ossa supersunt 

Vox manet : ossa ferunt lapidis traxisse flguram. 

Inde latet silvis, nulloque in monte videtur ; 

Otnnibus auditur : sonus est, qui vivit in il la. 

8 V. FLACCO, Arg., V, 413-4 : 

At medii per terga senis rapit ipse nitentes 
Altus equos, curvoque diem subtexit olimpo, 



SECONDO PERIODO POETICO. 291 



E sorella nel dolore ad Eco, non meno che agli 
uomini tutti, era quell'altra infelice che, crudel- 
mente oltraggiata, porse volenterosa il collo al 
ferro di Tereo: 1 

E te d' umani eventi 
Disse la fama esperto, 
Musico augel, che tra chiomato bosco 2 
Or vieni il rinascente anno cantando, 
E lamentar nell' alto 
Ozio dei campi alPaer muto e fosco, 
Antichi danni e scellerato scorno, 
E d' ira e di pietà pallido il giorno. 3 

Or la parentela fra noi e il musico augello è 
finita. In tempi, per quanto migliori dei nostri, 
pure lontani da quelli beatissimi degli antichi, ben 
il poeta poteva ancor dire: 

Quel rosignuol che si soave piagne 
Forse suoi figli o sua cara consorte, 
Di dolcezza empie il cielo e le campagne ec* 



1 OVID., Met., VI, 553-4: 

iugulum Philomela parabat, 
Spemque suce mortis viso conceperat finse. 

8 CATUL., Carmina, IV, 9: 

trucemve ponticttm sinutn. 
Ubi iste, post phaselus, antea fuit, 
Coniata Silva. 

Lo stesso Leopardi nelle Ode adespota: 

xofitòcig tcox* sv 5Xig 
e58ov*K eOpov "Eporca. 

3 OVID., MeL, VI, 546-7 : 

si silvis clausa tenebor, 
Implèbo silvas et conscia saxa quérelis. 

* Petrarca, Canzoniere, II, son. 43. 



292 CAPITOLO Vili. 



Ma in quello stesso inganno della fantasia egli 
già sentiva che le proprie illusioni erano piutto- 
sto T effetto di una commozione passeggera, che 
non di una fede perfetta come quella degli anti- 
chi. Peggiore senza paragone la condizione del- 
T uomo ai nostri giorni ; perchè mancandogli qua- 
lunque inganno, per quanto scarso, dello spirito, 
egli non può trovar alcuna comunanza di vita fra 
sé e il cantor delle foreste: 

Ma non cognato al nostro 
Il gener tuo; quelle tue varie note 
Dolor non forma, e te di colpa ignudo, 
Men caro assai la bruna valle asconde. 

Quasi riscotendosi, manda il poeta come un 
grido di terrore: «Ahi, ahi! ». La risurrezione 
fantastica di tutte quelle cose belle lo aveva così 
tratto a sé, da farlo partecipare in qualche modo 
all' infinita dolcezza, provata da coloro che le fa- 
vole mitologiche tennero in conto di cose vere. 
Ma qui finalmente sparisce ogni inganno e solo 
rimane lo spettacolo della natura inanimata. E gli 
stessi fiori onde ci sembra che la primavera an- 
cor rida, non sono molto diversi da quelli che 
fanno corona a una bella fanciulla morta ! Il cielo 
ci si mostra non pur privo di quelle antiche di- 
vinità che tutto animavano il mondo, ma di un 
qualsivoglia Iddio che questo regga, o almeno ab- 
bia consapevolezza di quanto in esso accade. Non 
un' allusione alle divinità cristiane, succedute a 
quelle del paganesimo ; nulla che somigli allo stra- 



SECONDO PERIODO POETICO. 293 

zio che r Heine volle fare delle une e delle altre 
in un canto il cui titolo stesso ricorda quelli dello 
Schiller e del Leopardi. 1 Sparite le divinità anti- 
che, il cielo resta per il nostro poeta una solitu- 
dine immensa. Per lui, altre divinità non parrebbe 
esser mai vissute, e non ci è che Y eterna natura : 

Ahi ahi, poscia che vote 

Son le stanze d' Olimpo, e cieco il tuono 2 

Per l' atre nubi 3 e le montagne errando, 

Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro 

In freddo orror dissolve 4 ; e poi eh' estrano 

Il suol nativo, e di sua prole ignaro 5 

Le meste anime educa ; 

Tu le cure infelici e i fati indegni 

Tu dei mortali ascolla, 

Vaga natura, e la favilla antica 

Rendi allo spirto mio ; se tu pur vivi, 

E se de' nostri affanni 

Cosa veruna in ciel, 6 se nell' aprica 

Terra s' alberga o nell' equoreo seno, 

Pietosa no, ma spettatrice almeno. 



1 Die G&fter Griechenlands. 

J ViRG., Mn., IV, 209-10 : 

ctBcique in nubibus ignes 
Terriflcant animos, et inania mnrmura miscent. 

5 Viro., Mn., IV, 248 : 

nubibua atris 
Cfr. JEn. t X, 264 ; Georg., II, 308-9 ; OviD., Met., II, 790. 
* Viro., JEn., Ili, 29-30 : 

tnihi frigidus horror 
Mèmbra quatti. 

5 Ovid., Met., II, 4% : 

Ecce, LycaonÙB prole*, ignara parentis. 

6 Virg., JEn., II, 536: 

Si qua est ecelo pietas, qua talia euret. 



294 CAPITOLO VUI. 



Con gli ultimi otto versi e specialmente con quel: 
« Se tu pur vivi », il Leopardi ritorna al concetto 
della seconda stanza : « Vivi tu, vivi, o santa Na- 
tura, vivi? ». A tale interrogazione avrebbe fatto 
seguir la preghiera appunto che or vediamo com- 
piersi qui. Se non che, in quel momento, sorsero 
innanzi ai suoi occhi i vaghissimi fantasmi del 
tempo antico ; ed egli, stringendoseli al petto, come 
Pigmalione la sua statua, tutto si obliò in essi. Ma 
poiché i fantasmi si furono dileguati, egli, rimasto 
più solo di prima nell' immenso deserto del mondo, 
ripiglia T interrotta preghiera. Prega la natura ; 
ma dubita insieme eh' ella voglia ascoltarlo e per- 
sino eh' ella esista. Singolare condizione, in cui lo 
spirito, come vediamo presso altri insigni inter- 
preti della coscienza moderna, 1 brama ardente- 
mente che ancor vivano quelle cose eh' egli me- 
desimo ha distrutto colle sue audacie e colle sue 
eterne irrequietezze. 

Ciò che meglio distingue questa canzone dalle 
altre poesie dei nostri tempi intorno alle favole 
antiche, sono le sue particolari qualità estetiche. 
Il poeta seppe far sue le immagini e le forme 
deir arte più classica ; e già notai di mano in mano 



1 Ricordo solo questo del De Mussbt, che forse, più di 
qualunque altro moderno, ebbe affetto al Leopardi (UEapoir 
en Dieu) : 

Venez, rhéteurs pa'iens, maitres de la science, 
Chrétiens dea temps passés et reveurs d'aujourd'hui ; 
Croyez-moi, la priere est un cri d'espérance !... 
Si le ciel est desert, nous n'offensons personne ; 
Si quelqu'un nous entend, qu'il nous prenne en pitie! 



SECONDO PERIODO POETICO. 295 



parecchie di quelle, in cui egli trasfuse un sen- 
timento del tutto nuovo. Or, come per la canzone 
della Primavera, così potrebbe farsi per tutte le 
altre del medesimo periodo: potrebbe, dico, stu- 
diatisi la singoiar maniera onde il Leopardi si valse 
dei classici elementi. Pure non consiste qui il suo 
maggior merito: si può anzi esser certi che, con 
tutta quella ricchezza d' immagini e forme elette, 
non avremmo ancora la migliòre riproduzione di 
ciò che neir arte classica era di più squisito. Il 
magistero del nostro poeta consisteva principal- 
mente nel cogliere le qualità essenziali delle cose 
tolte a proprio soggetto, e nel farne una rappre- 
sentazione sobria e rapida, ma pur sempre più 
ricca d' idee e d'affetti, che non sogliono riuscire 
altre rappresentazioni moderne più ampie e più 
adorne. Il trarre da una qualsivoglia materia quel 
tanto di poesia eh* essa naturalmente possa dare, 
è proprio dell'arte perfetta. 

Tale poesia può sembrare scarsa al comune dei 
lettori, specialmente se confrontata al molto di più, 
che altri moderni presumano derivare dal loro ar- 
gomento; ma chi gli effetti che, con quel modo, 
un vero poeta ottiene dalle cose, sappia distin- 
guere da quegli altri che se ne hanno collo spre- 
merle, per dir così, fino air ultima goccia, si per- 
suaderà di leggieri che la rapita e sobrietà, di cui 
ho toccato poco avanti, sono la forma più propria 
della grande arte. I poeti sommi intuiscono le 
virtù intime e, direi, i termini naturali delle cose, 



1 



296 CAPITOLO Vili. — SECONDO PERIODO POETICO. 



e quindi più che non i veristi e i realisti di pro- 
fessione, ubbidiscono alle leggi supreme del reale 
e del vero. 

Dando poi un' ultima occhiata ai nostri can- 
tori delle favole antiche, ricorderò come lo Schiller 
dicesse che se quelle perirono per sempre nella 
vita, dovevano però durare eterne nell'arte. A ciò 
si potrebbe aggiungere, eh' esse dureranno eterne 
non pur nell'arte che prima le ritrasse, ma in 
quella ancora dei moderni che le antiche imma- 
ginazioni tennero in conto di bellezze maravigliose 
e non più superate nel corso dei secoli. Ciascuno 
di essi ritraendo un concetto sostanzialmente co- 
mune a tutti, lo rivestì di bellezza a modo suo. 
Ma nessuno vi adoprò immagini e forme così es- 
senzialmente classiche, come quelle adoperate dal 
poeta nostro ; onde si potrebbe dire che, fra tante 
gentili voci ridestatrici della vita antica, la voce 
del Leopardi rassomiglia a quella di uno stesso 
antico che, superstite a tutti i suoi, ricordi e 
pianga i cari estinti. 



Capitolo IX. 

SECONDO PERIODO POETICO. 



CANZONI: «BRUTO MINORE» E «ULTIMO CANTO DI SAFFO». 

I. 

Se tutte queste canzoni, composte dal '20 al '22, 
hanno un gran pensiero comune, ciascuna, come 
già dissi, lo significa in sua maniera ; ciascuna ha 
soggetto e rappresentazione propria, per entro la 
quale si scoprono nuovi ordini d' idee e nuovi af- 
fetti del poeta. Le due, di cui ragionerò nel pre- 
sente capitolo, sono fra le poesie più personali che 
egli abbia scritto sino allora, e insieme ritraggono 
le stesse dolorose leggi della vita, alle quali anche 
si mira nelle precedenti e nelle susseguenti can- 
zoni. Quanto alla canzone di Bruto, ricorderò come, 
poco più che ventenne, il Leopardi scrivesse al 
Giordani : « Ma questa medesima virtù quante volte 
io sono quasi strascinato di malissimo grado a be- 
stemmiare con Bruto moribondo »/ Ed egli stesso, 
tredici anni dopo, al De Sinner : « Mes sentiments 



1 Epist.y I, 197. Lettera del 26 aprile 1819. 



298 CAPITOLO IX. 



envers la destinée ont été et sont toujours ceux 
que j'ai exprimés dans Bruto Minore*. 1 Senza ri- 
cordar qui come al tempo di quest' ultima let- 
tera egli fosse giunto a una concezione del mondo 
assai più dolorosa, perchè non più temperata dalle 
poetiche visioni dei tempi antichi, ci basti questa 
espressa confessione di aver descritti nella can- 
zone i sentimenti suoi propri. E solo aggiungerò 
che, fra le molte interpretazioni di se stesso, scelse 
allora questa, probabilmente perchè trattavasi di 
far nuova testimonianza del suo coraggio verso 
il destino e insieme del suo invitto amore a quella 
virtù che da lui, come dall'eroe romano, era tanto 
più amata e seguita, quanto più negata ! 

Ma se nel Bruto Minore volle innanzi tutto ven- 
dicarsi degli oltraggi della fortuna, quelli della na- 
tura ritrasse più particolarmente neir Ultimo canto 
di Saffo. Vide nella famosa donna una creatura 
somigliante a lui medesimo per più rispetti: do- 
tata di stupendo ingegno, ma priva di quella bel- 
lezza a cui solamente fu concesso eterno regno 
sui cuori umani. Da una delle sue prime lettere, 
dove con singoiar candore rivela tutto se stesso 
al Giordani, intendiamo di quanta angoscia gli fosse 
cagione queir infortunio che aveva comune con 
Saffo : « In somma (egli scriveva) io mi sono rovi- 
nato con sette anni di studio matto e disperatis- 
simo in quel tempo che mi s' andava formando e 



1 Epist., II, 478. Lettera del 24 maggio 1832. 



SECONDO PERIODO POETICO. 299 



mi si doveva associare la complessione. E mi sono 
rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta 
la vita, e rendutomi P aspetto miserabile, e dispre- 
gevolissima tutta quella gran parte deir uomo, che ' 
è la sola a cui guardino i più : e coi più bisogna 
conversare in questo mondo; e non solamente i 
più, ma chicchessia è costretto a desiderare che 
la virtù non sia senza qualche ornamento este- 
riore, e trovandonela nuda affatto, s' attrista, e 
per forza di natura, che nessuna sapienza può vin- 
cere, quasi non ha coraggio d' amare quel vir- 
tuoso in cui niente è bello fuorché l'anima ». A Così 
scriveva a ventanni il nostro poeta che tra i suoi 
tanti dolori non n' ebbe forse uno maggiore di 
questo. 

Fin dalla prima giovinezza dunque egli aveva 
interpretati Bruto e Saffo, interrogando se mede- 
simo; e dalla meditazione del proprio e del loro 
infortunio era salito a quella più alta e ampia con- 
cezione di un' infelicità che abbraccia tutto il ge- 
nere umano, e cresce sempre coi secoli. Quando 
poi ebbe sentito il bisogno di dar forma poetica 
ai suoi alti pensieri, mise questi in bocca ai due 
nobili personaggi : finzioni che gli vennero spon- 
tanee, perchè da più tempo egli aveva già imme- 
desimato con essi il proprio cuore. Ma è da cre- 
dere che a ciò lo inducessero anche altre ragioni. 
Così, quanto a Saffo, egli mise sulla scena lei, non 



1 Epist. y I, 127-28. Lettera del 2 marzo 1818. 



300 CAPITOLO IX. 



bastandogli l'animo di rivelare nel proprio nome 
il più crudele dei suoi dolori. Che la sua eroina 
fosse un carattere nuovo sì nella poesia antica e 
sì nella moderna, lo disse, benché indirettamente, 
egli medesimo ; l ma, che in quel carattere nuovo 
avesse adombrato il proprio infortunio, forse non 
l'avrebbe mai confessato. Certamente, contem- 
plando le bellezze della natura, mille volte avrà 
detto per conto suo: 

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella 
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta 
Infinita beltà parte nessuna ec. 

E certamente ancora, non isperando più che gli 
occhi di una bella fanciulla gli si volgessero de- 
siosi e lieti, avrà avuto pensieri come questo : 

Alle sembianze il Padre, 
Alle amene sembianze eterno regno 
Die nelle genti; e per virili imprese, 
Per dotta lira o canto, 
Virtù non luce in disadorno ammanto. 

Pur nondimeno, volendo sfogare il segreto dolore 
in versi che sarebbero noti al mondo, pensò di 
farsi schermo del nome di Saffo, per non usare 
violenza a quel pudico sentimento, onde conside- 
rava il suo infortunio quasi come una colpa. 

Quanto all'altra finzione di Bruto, ognun sa 
quali accorgimenti e quali coperte vie fosse ne- 



1 Annotazioni alle Canzoni, in Studi filol, p. 282. 



SECONDO PERIODO POETICO. 301 

cessitato a tenere, per sottrarsi ai rigori della cen- 
sura pontifìcia e di quella, forse anche più severa, 
del padre. Delle idee poco ortodosse che informa- 
vano i suoi scritti, era solito scusarsi presso 
quello, dicendo che le ragioni dell' arte V obbliga- 
vano a far parlare i suoi personaggi secondo la 
fede e i costumi loro. E delle Operette morali, in 
particolare, scriveva anche a Monaldo che Y inten- 
zione sua era stata « di far poesia in prosa, come 
s' usa oggi ; e però seguire ora una mitologia ed 
ora un'altra, ad arbitrio ; come si fa in versi, senza 
essere perciò creduti pagani, maomettani, buddi- 
sti, ec. a. 1 Queste cose Y infelicissimo giurava al 
padre quasi nel tempo stesso che, come vedemmo, 
affermava al De Sinner, contenersi nel Bruto Mi- 
nore tutto il suo sentimento intorno all'umano de- 
stino. Di più, nella sua Comparazione delle sen- 
tenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte 
si legge : « Io non credo che si trovi in tutte le 
memorie dell' antichità voce più lacrimevole e spa- 
ventosa, e con tutto ciò, parlando umanamente, 
più vera di quella che Marco Bruto, poco innanzi 
alla morte, si racconta che profferisse in dispregio 
della virtù ». Quella frase parlando umanamente 
era stata messa lì per servirgli di passaporto presso 
i suoi censori domestici ed estranei. 



1 Epist,, II, 427-28. Lettera degli 8 luglio (1831 ?). 



302 CAPITOLA IX. 



IL 



Checché di questo possa parere ad altri, riman 
sempre certo che in Bruto Minore e in Saffo il no- 
stro autore mise tanta parte di se medesimo. Se 
non che, nel primo, pigliando le mosse da quella 
faziosa sentenza sulla virtù, fece sì che, come da 
germe fecondo, se ne derivassero i pensieri e le 
immagini che pur sono la precipua sostanza della 
canzone. Ma, parlando in nome di Saffo, egli non 
ebbe alcuna di quelle sentenze che di lei ci sono 
rimaste. Forse i soli primi versi, coi quali invoca 
la notte e la luna che volgeva al tramonto, avrà 
scritto pensando a quel frammento dove la gen- 
tile poetessa accennava per via d' immagini ad 
un'ora poco diversa. 1 Anche dalle due bellissime 
odi, neir una delle quali Saffo pregava a sé pro- 
pizia la dea della bellezza, e nell' altra descriveva 
i moti di un misterioso amore, il Leopardi non 
toglie nulla. Perché, se la poetessa in quelle odi 
mostravasi dominata da gagliarde passioni e da 



1 II canto leopardiano comincia: 

Placida notte, e verecondo raggio 
Della cadente luna ; e tu che spunti 
Fra la tacita selva in su la rupe, 
Nunzio del giorno. 

£ i versi di Saffo sono questi : 

AéSoxs piv & osXdvva 
xal IlX^caSss, fiéaat 8é 
vóxxss, Tiapà 8'ip^sx' 5>pa 



SECONDO PERIODO POETICO. 303 

una vivissima speranza, il poeta vagheggia invece 
una Saffo che, sentendo venir meno i sogni della 
giovinezza, fosse già deliberata di fuggire la vita, 
alla cui festa non più sperava di partecipare. Per 
compiere tale rappresentazione, egli doveva deri- 
vare quasi tutto da se medesimo, e poco o nulla 
dai frammenti saffici e dalla tradizione. Senza 
tener conto della distinzione di due Saffo, voluta 
dal Visconti e da altri critici a lui noti, seguitò 
« la tradizione volgare intorno agli amori di Saffo 
poetessa » ; l ma tali amori, essendo per la sua 
eroina non più che una lontana reminiscenza, li 
fece entrare per menoma parte nella canzone. 

Sarebbe dunque pedantesco il ragionar qui delle 
tradizioni intorno a Saffo, e inopportuno il far con- 
fronti con T epistola di Ovidio, in cui l'eroina va- 
gheggia nella sua bollente fantasia una gran de- 
lizia di sensi, della quale era stata una volta, ma 
non pare sperasse di essere beata più mai. Solo 
noterò che il poeta latino, pur valendosi di alcune 
reminiscenze saffiche, 2 riuscì con la descrizione di 
certi particolari a privar di ogni vera idealità colei 
che le sue stesse reliquie poetiche, giunte fino a 
noi, rappresentano come una creatura passionata 
e ardente, ma pur sempre di animo delicato e no- 
bile. Quanta differenza dunque fra V eroina ovi- 
diana e questa a cui il Leopardi, nello stesso do- 



1 Vedi la quinta delle Note che il Leopardi appose alle 
sue canzoni. 

* Epistola:, XV, 43 e segg. 



304 CAPITOLO IX. 



lore di lei, fa sentire quello di tutto il genere 
nostro! In un solo punto pare che le due Saffo 
si avvicinino ; cioè là dove accusano la natura di 
aver loro negata la bellezza. Pure, se la prima si 
consola di tanto infortunio col vanto dell' inge- 
gno, 1 la seconda si duole che niun altro pregio 
umano potrebbe compensare il difetto della bel- 
lezza. E forse un' altra piccola somiglianza può 
scorgersi fra il luogo dell' epistola, in cui Saffo si 
lamenta che le Parche abbiano tessuto di troppo 
molli fila lo stame di sua vita, 2 e quello della can- 
zone italiana dov' ella accenna, sebbene in tutt' al- 
tro modo, all'opera delle stèsse Parche. 

Bruto Minore e Saffo sono dunque due con- 
cezioni sorelle che rispecchiano l'animo del poeta: 
amendue informate dall'idea che la virtù per sé 
sola è poca cosa, e che anzi nelle sue lotte sog- 
giace sempre alle forze avverse. Bruto dice: 

Stolta virtù, le cave nebbie, i campi 
Dell' inquiete larve 
Son le tue scole. 



1 Epistola, XV, 31-2 : 

6» mihi difllcili8 formata natura negavit; 
Ingenio formce damna rependo mece. 

Un pensiero simile esprime nel proprio nome lo stesso 
poeta, dove tocca della consolazione che nel suo infortunio 
gli veniva dall'ingegno (Tristium, III, VII, 45-7): 

En ego, cum patria caream vobisque domoque, 
Raptaque sint, odimi quce potuere, mihi ; 
Ingenio tamen ipse meo comitorque fruorqus. 

* EpiH. cit,, 81-2: 

8ive ita nascenti legem dùcere sorores, 
Nee data sunt vitce fila severa mece. 



SECONDO PERIODO POETICO. 305 



E Saffo : 



per virili imprese, 
Per dotta lira o canto 
Virtù non luce in disadorno ammanto. 

Le due sentenze sono una sentenza unica che 
ci fa ricordare, per valermi di un altro detto 
leopardiano, ai danni e il pianto della virtude», 1 
cioè del valore, in qualunque forma si manifesti. 
Poi, i personaggi delle due canzoni ci appariscono 
come dotati di qualità anche superiori a quelle 
che avevano dalla tradizione e dalla storia. Mar- 
tire di libertà Y uno, martire di amore Y altro, 
martiri entrambi di quel pensiero che, conosciute 
le leggi della vita, si disamora della vita. Parrebbe 
che quello stesso levarsi dei grandi spiriti a tanta 
altezza, facesse loro odioso il vivere e bello il 
morire. 

Per martirio del pensiero s' intende quello che 
il poeta cominciò ad esperimentare in se mede- 
simo (in dalla prima sua giovinezza. Saffo e Bruto 
ne diventano straordinariamente sublimi : Y una 
nel seno della civiltà greca, I' altro della romana, 
rappresentano quei magnanimi errori onde i due 
popoli fecero cose sì grandi ed hanno due storie 
insuperabili. Se dopo Saffo quelle felici illusioni 
durarono ancora un gran tratto di tempo, alla 
caduta di Bruto già cominciavano a tramontare: 



1 Canzone: Nelle nozze della sorella Paolina. 
Zumbini. 20 



306 CAPITOLO IX. 



sembrò, dunque, al Leopardi che la morte del- 
l'eroe fosse il confine tra la giovinezza del mondo 
e la maturità, seguita poi ai tempi nostri dalla 
vecchiezza. 1 Bruto, eroe e martire di quei magna- 
nimi errori, viene colla sua terribile sentenza a 
significare che la gioventù, lo splendore e gl'ideali 
tutti della vita umana perivano per sempre. 5 



2 



III. 

Simili nell' idea suprema che le anima, queste 
canzoni sono poi molto diverse nelle qualità par- 
ticolari dei loro personàggi, nelle sentenze acces- 
sorie e nelle immagini. In Bruto e' è dell' infer- 
nale ; in Saffo del celestiale ; 1' uno arieggia 
Capaneo, l'altra, benché più lontanamente, Pie- 
carda. 



1 Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teo- 
frasto vicini a morte. 

* Fra le pagine scritte dallo Zanella intorno al nostro 
poeta {Sopra G. L. t Pensieri di G. Z., Vicenza, 1880) ce n 1 è 
una (12), forse la più bella di tutte, da cui cito il seguente 
luogo: e 11 Leopardi ricusò di accogliere questa postuma con- 
solazione (la credenza e l'aspettativa di un'altra vita); ed in 
Bruto, T ultimo dei Romani, riconobbe se stesso, sdegnoso di 
sopravvivere alla morte di quel mondo, nel quale solamente 
fa bella e gloriosa la vita. Così commentata, la canzone di 
Bruto Minore è il grido della disfida gettata dal poeta alla 
odierna società, e alle credenze che governano le nostre isti- 
tuzioni. Come Aiace nel famoso monologo di Sofocle, piantata 
in terra la spada, prima di gettarvisi sopra, chiama in testi- 
monio i fiumi , le selve, il sole e le Eumenidi, cosi questo 
scettico antico, smarrito nel mondo moderno, leva la fronte 
imperterrita contro il destino che lo percuote, e si consola 
di trovare in un ferro l'uscita dai mali che lo circondano >. 



SECONDO PERIODO POETICO. 307 

L' eroe romano comincia fulminando del suo 

scherno la virtù da lui fino a quel momento 

adorata : 

Stolta virtù, le cave nebbie,' i campi 
Dell' inquiete larve 

Son le tue scole, e ti si volge a tergo 
Il pentimento. 

Seguita coli' invocazione agli Dei dell' Olimpo 
e dell'Averno; dubita della loro esistenza e al 
tempo stesso li maledice e insulta. La dispera- 
zione, per una ragione opposta a quella della 
speranza, ha talvolta ancor essa bisogno di un 
Dio. Se alcun Dio non fosse, il disperato si con- 
sumerebbe in se medesimo, non sapendo contro 
chi sfogar la sua collera, né vendicarsi della sua 
adorazione passata : 

A voi, marmorei numi, 
(Se numi avete in Fiegetonte albergo 
su le nubi),- a voi ludibrio e scherno 



1 Locuzione frequente in Virgilio: 2En. } I, 516; II, 360; 
V, 810; IX, 671; X, 636. Quest'ultimo luogo dove si dice: 

Tum Dea nube cava tenuem sine viribus ttmbram, 
In faeiem JEnece, visti mirabile monstrum, 
Dardaniis omat teli» ; clypeumque, jubaaque 
Divini adsimulat capitis, 

fu imitato dal Tasso che ripete anche quel « nube cava » 
(Ger., Uh. VII, 99) : 

Questi di cava nube ombra leggera 
(Mirabil mostro) in forma d'uom compose. 

Anche Ovidio ha esempi simili: Met., V, 251. 

* OVID., Met., VI, 548 : 

Autìiat hcre wther, et si Deus ullus in ilio est. 

Nei poeti antichi si hanno frequenti esempi di simile 
dubbio sull'esistenza degli Dei, indotto negli animi loro dal 



308 CAPITOLO IX. 



È la prole infelice 

A cui templi chiedeste, e frodolenta 

Legge al mortale insulta. 

Dunque tanto i celesti odii commove 

La terrena pietà? dunque degli empi 

Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta 1 

Per T aere il nembo, e quando 

Il tuon rapido spingi, 

Ne* giusti e pii la sacra fiamma stringi ? * 

La vita di Bruto era stata fino a questo mo- 
mento un sogno bugiardo ; ma, dissipate le larve, 
egli comprende la nullità dei nostri destini. Do- 
vrebbe ora quasi vergognarsi di se medesimo; 
perchè, se il suo eroismo si fondava sopra quel- 
T inganno chiamato virtù, che cosa era dunque 
egli stato fino allora ? Eppure Bruto, negata la 
virtù, da cui gli era venuta la sua passata gran- 
vedere, non che impuniti, lodati gli uomini malvagi. Così nello 
stesso Ovidio, Met., IX, 203-4 : 

At valet Eurystheus, et aunt, qui credere posaint 
Esse Deoe ? 

E presso Claudiano, In Rufinum, I, 1-3: 

Skepe mihi dubiam traxit eententia mententi, 
Curarent Superi terra», an nullus ineaaet 
Jiector, et incerto ftuerent mortalia casu. 

Cfr. Lucano, Phars., Vili, 445 e segg., dove il poeta, 
accennando agli effetti della famosa giornata di Farsaglia, 
ha interrogazioni e dubbi non diversi da quelli che si leggono 
nella citata stanza. 

1 OVID., Met., XIII, 892 : 

Osque cavum aaxi sonat exultantibua undia. 

1 Mn. t IV, 208-10: 

An te, genitor, cum fulmina torques, 
Nequidquam horremua f ccccique in nubibu8 ignea 
% Terriflcant animo8, et inania murmura miscent f 



SECONDO PERIODO POETICO. 309 

dezza, vagheggia nella mente, rimasta deserta, 
una nuova specie di eroismo che lo diparte dal 
gregge umano: la ribellione verso gli Dei e il 
Fato. Dopo la lotta con gli oppressori della libertà 
romana, egli ne incomincia un'altra con gli op- 
pressori del gener nostro; sconfitto dai primi, 
eh' erano uomini, egli ardiva assalire i secondi, 
ch'erano Dei: 

Preme il destino invitto e la ferrata 
Necessità gì' infermi 

Schiavi di morte : e se a cessar non vale 
Gli oltraggi lor, de' necessarii danni 
Si consola il plebeo. Men duro è il male 
Che riparo non ha? dolor non sente 
Chi di speranza è nudo? 
Guerra mortale, eterna, o fato indegno, 
Teco il prode guerreggia, 1 
Di cedere inesperto ; 2 e la tiranna 
Tua destra, 3 allor che vincitrice il grava, 



1 Om., Iliade, II, 121: 

dticpTjXTOv rcóXsp-ov rcoXe/iCJsiv >)&è jiaxeoftai. 

8 Oraz., Odi, IV, 9 : 

non pugnavit ingens 
Idomeneus Sthenelusve solus 
Dicendo Musi» pr&lia. 

Oraz., Odi, I, 6: 

Noe, Agrippa, neque hecc dieere nee gravem 
Pelidos atomachum cedere neacii 

s Parlando nel proprio nome, il poeta usa un'immagine 
simile : 

La man che flagellando si colora 
Nel mio sangae innocente. 



310 CAPITOLO IX. 



Indomito scrollando si pompeggia, 1 

Quando nell'alto lato 

L' amaro ferro intride, 

E maligno alle nere ombre sorride. 8 

Che orgoglio, che gloria e, direi, che diletto 
vengono all' eroe da questa virtù nuova, sotten- 
trata all' antica che non era poi se non un' illu- 
sione infusa dai Celesti nelle menti umane ! Am- 
molliti dall' ozio e dalla voluttà, gli Dei non 
avrebbero il coraggio di gettare volontariamente 

la vita : 

Spiace agli Dei chi violento irrompe 
Nel Tartaro. Non fora 
Tanto valor ne' molli eterni petti. 
Forse i travagli nostri, e forse il cielo 
I casi acerbi e gl'infelici affetti 
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose? 3 



1 È quella stessa bellissima sentenza che Lucano (Phars., 
Vili, 267-9) pose in bocca a Pompeo, dopo la disfatta di Far- 
saglia : 

Nec sic mea fata premuntur, 
Ut nequeam relevare caput, cladesque recepta» 
Escutere. 

2 Viro., jEn. t I, 547 : 

neque adhuc crudelibus occubat umbris. 

3 Questi versi ci fanno rammentare di quelli che il La- 
martine scriveva intorno al 1819, o certamente qualche anno 
prima che fosse pubblicata la presente canzone. Il poeta 
francese {Premières Médit. poèti ques ) VII: Le Désespoir), ve- 
dendo come nel mondo il male trionfasse del bene e la for- 
tuna della virtù, interrogava il creatore di tutte le cose: 

Quel crimo avons-nous fait pour meritar de naitre ? 
L'inseneible néant t'a-t-il demandò l'otre, 
Ou l'a-t-il accepté? 

Sommes-nous, ò hasard ! l'oeuvre de tes caprices ? 
Ou plutòt, Dieu cruel, fallait-il nos supplices 
Pour ta felicitò? 



SECONDO PERIODO POETICO. 311 

Levatosi così sopra gli stessi Dei e appagato 
T immenso suo orgoglio, Bruto può, come da al- 
tezza inaccessibile, guardare i casi della vita. Alla 
procella dei suoi primi pensieri succede in lui una 
calma solenne. Il passaggio però dall' uno all' altro 
stato è forse un po' troppo rapido, e accusa nel 
poeta il desiderio di metter subito in bocca a 
Bruto alcune sue predilette speculazioni sulla sorte 
dell' uomo : 

Non fra sciagure e colpe, 

Ma libera ne* boschi e pura etade 

Natura a noi prescrisse, 



E tra i fatti della storia umana, che destarono in lui tanta 
indignazione, e* era appunto quello di Bruto costretto a rin- 
negare la virtù: 

Un Brutus qui, mourant pour la verta qu'il aime, 
Doute au dernier moment de cette vertu mème 
Et dit: Tu n'es qu'un nom ! 

Nei maggiori poeti degli ultimi tempi il pensiero del- 
l'aperta ribellione a Dio o al Fato si manifestava talvolta 
in sentenze e immagini mirabilmente simili fra loro. Ma nel 
Leopardi le une e le altre tengono sempre del classico : sono 
innesti del pensiero moderno sul pensiero antico, fatti con 
abilità insuperabile e amore unico. £ per venire al luogo 
della suddetta canzone, dove egli si conviene quasi alla let- 
tera col poeta francese, ci par sommamente probabile che 
T accusa fatta agli Dei di aver destinato V uomo al dolore, 
vivendo essi senza cura di sorta, sia una lontana remini- 
scenza di Omero {Iliade, XXIV, 525-6): 

°Q<Z Y&p éwsxXc&oavxo $eol. SetXorot ppoxototv 
Zu)etv àxvojiévois • aùxol x' àxY)5és£ eloiv. 

Il nostro sospetto ci par tanto più fondato, perchè questi 
due versi precedono immediatamente quel luogo di Omero, 
dal quale il Leopardi medesimo disse di aver tratto una 
delle sentenze dell' Ultimo canto di Saffo, come vedremo 
fra poco. 



312 CAPITOLO IX. 



Reina un tempo e Diva. Or poi eh 1 a terra 

Sparse i regni beati empio costume, 

E il viver macro ad altre leggi addisse ; 

Quando gì' infausti giorni 

Virile alma ricusa, 

Aiede natura, e il non suo dardo accusa? 

Il senso di queste parole rimarrebbe alquanto 
oscuro, se non fosse che, a leggerle, ci rammen- 
tiamo del Dialogo di Pfotino e di Porfirio, dove il 
Leopardi intese a dimostrare che P uomo, essendo 
passato dallo stato primitivo alla civiltà e perciò 
conformandosi ora a leggi diverse da quelle pre- 
scritte dalla natura, non può a diritto essere ac- 
cusato di far contro esse leggi, quando si risolva 
ad anticiparsi la morte con P opera propria. Per- 
duto il primo ed innocente modo di vivere, con 
qual giustizia gli s' impedirebbe il volontario mo- 
rire, il sottrarsi all' infelicità che da quella perdita 
gli è derivata? 



IV. 



Ma Bruto, a mostrar da più lati P infortunio 
della specie umana, paragona questa con altre che 
popolano la* terra. Solamente T uomo è capace di 
usare la vita, per disfare in se stesso la vita. 
Le belve ignorano una tanta ferocia ; ma se, non 
la ignorando, volessero recarla ad atto, nessuna 
legge ne farebbe loro divieto. A questo punto la 
meditazione di Bruto acquista vigor nuovo, e la 



SECONDO PERIODO POETICO. 313 

forma ne diviene più peregrina. L'idea della morte 
volontaria prende nella canzone immagini sempre 
nuove; qui, in proposito di creature che quella 
morte non conoscevano, si avvantaggia di qual- 
che maniera oraziana : 

Di colpa ignare e de 1 lor proprii danni 
Le fortunate belve 
Serena adduce al non previsto passo 
La tarda età. Ma se spezzar la fronte 
Ne' rudi tronchi, o da montano sasso 
Dare al vento precipiti le membra, 1 
Lor suadesse affanno ; 
Al misero desio nulla contesa 
Legge arcana farebbe 
tenebroso ingegno. A voi, fra quante 
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, 
Figli di Prometeo, la vita increbbe ; 
A voi le morte ripe, 
Se il fato ignavo pende, 
Soli, o miseri, a voi Giove contende. 

Poi, allo strepito e alla strage che poco avanti 
avevano commossa e insanguinata la terra, Bruto 
contrappone la pace e il profondo silenzio del 
cielo, e più specialmente lo spettacolo della luna 
che sorgeva dal mare irrigato di sangue romano : 

E tu dal mar cui nostro sangue irriga, 
Candida luna, sorgi, 
E T inquieta notte e la funesta 



1 Oraz., Od,, ìli, 27 : 



Sive te rupe* et acuta leto 
Saxa deleetant, age te procella 
Crede veloci. 



314 CAPITOLO IX. 



All' ausonio valor campagna esplori. 
Cognati petti 1 il vincitor calpesta, 
Fremono i poggi, dalle somme vette 
Roma antica mina ; 2 
Tu sì placida sei? 

La dipintura è condotta così che ogni suo mi- 
nimo particolare concorra ad accrescere evidenza 
al profondo pensiero che la governa. La luna era 
« candida », anche sorgendo dalle onde insangui- 
nate ; era ce placida », anche guardando la mutua 
strage dei figli di una stessa terra. Candida e pla- 
cida, cioè non tocca dalla nostra miseria, e indif- 
ferente a tutto ciò che agita questa povera razza 
umana. E ad aumentare P effetto, già grande fino 
a qui, delP antitesi, il poeta fa che Bruto, segui- 
tando, dica alla luna : 

Tu la nascente 
Lavinia prole, e gli anni 
Lieti vedesti, e i memorandi allori; 
E tu suir alpe l' immutato raggio 



1 OviD., Met. t II, 663 : 

cognataque corpora vertor * 

VI, 498 : 

cognataque pectora aupplex. 

2 Viro., JE?i., II, 290: 

ruit alto a culmine Troia. 

Cfr. verso 603 dello stesso libro — Lucano, Phars., VII, 418 
e quei luoghi dell' Iliade, XIII, 772-3: XV, 557-8: 

vuv fi)Xexo nóCaa. xaif £xpY]£ 
"IXiO£ OLÌizeivi}. 

IIp£v y* 7]è xaxaxxocfxsv fjè xa-c' àxprjg 
"IXtov airceivYjv éXéstv xxaaftai ie tcoXìtoc£. 



SECONDO PERIODO POETICO. 315 

Tacita i verserai quando ne' danni 
Del servo italo nome, 
Sotto barbaro piede 
Rintronerà quella solinga sede. 

Cresce, come dicevo, 1' effetto dell' antitesi, 
perchè mentre la scena della natura, eh' è l'uno 
dei termini, riman sempre la stessa, all' altro, 
cioè al fatto storico presente, si va aggiungendo 
tutta la storia romana. Si tratti di una sola bat- 
taglia, o di tutti i trionfi, o anche della caduta di 
Roma, la pace e l' indifferenza della natura sono 
sempre le stesse ! 

Ma non ostante la profonda serenità di senti- 
mento e di parola, che direbbesi venuta a Bruto 
dallo spettacolo senza mutamento eh' egli ammi- 
rava nell' universo, noi intendiamo come i suoi 
nuovi pensieri intorno alla vita umana non ab- 
biano oppresso il suo ardente amor patrio, e come 
le sue stesse <r feroci note », dove si accenna alla 
caduta di Roma, diventin quasi tenere. Ah, quando 
in certi momenti terribili vorremmo considerare 
come vane anche l' idee della patria e della li- 



1 VlRG., Mn., H, 255: 

tacite per amica silentia Lunce. 

STAZ., Theb., II, 58-9 : 

Inde per Arcturum, medùeque silentia Lunce 
Arva super, populosque tneat. 

Lue, Phars., VII, 422-5 : 

Te geminum Titan procedere vidit in axem. 
Haud multum terree spatium restabat Eoce, 
Ut Ubi nox, tibi tota dies, tibi curreret cether, 
Omniaque errantea atellce Romana videvent. 



316 CAPITOLO IX. 



berta, il nostro cuore esulta pur sempre a quei 
santi nomi ! 

Nello stesso canto la nullità della vita umana 
si scorge anche meglio da questo, che nei regni 
della natura non pure ciò che da noi è remoto 
e diverso, ma ancor tutto ciò che ci è più vicino 
e somigliante, vive ignaro di noi: 

Ecco tra nudi sassi o in verde ramo 
E la fera e V augello, 
Del consueto obblio gravido il petto, 
L' alta ruina ignora e le mutate 
Sorti del mondo : e come prima il tetto 
Rosseggerà del villanello industre, 
Al mattutino canto 
Quel desterà le valli, e per le balze 
Quella T inferma plebe 
Agiterà delle minori belve. 1 
Oh casi ! oh gener vano ! abbietta parte 
Siam delle cose; e non le tinte glebe, 
Non gli ululati 2 spechi 
Turbò nostra sciagura, 
Né scolorò le stelle umana cura. 



1 OV1D., MeL, III, 356 : 

trepido* agitantem in retia cervos 

Cfr. X, 539 ; V, 506. Vedi anche Oraz., Od., H, 13 : 

Nee curat Orion leone», 
Aut timido* agitare lyncas. 

2 ViRG., JEn., IV, 609 : 

Nocturnisque Heeate triviis ululata per urbes. 

Staz., Theo., I, 328-29 : 

Ogygiis ululata furoribus antro 
Deserit, et pingue» Baccheo sanguine colles. 

Ibid., III, 157-9 : 

At quanto melius, dextraque in sorte Jugataf, 
Quis steriles thalami, nulloque ululata dolore 
Hespexit Lucina domum. 



SECONDO PERIODO POETICO. 317 

Il nostro orgoglio vorrebbe persuaderci esser 
noi i signori della natura ; noi, che pur ne siamo 
la specie più abbietta ed infelice : sentenza molto 
simile a quella onde Giove appresso Omero con- 
sidera T uomo come il più misero tra tutti i vi- 
venti. 1 Bruto, infine, dalle più alte meditazioni 
ritorna al suo fiero proposito, accennato dianzi 
in quella dipintura del prode che 

nelP alto lato 
L'amaro ferro intride, 
E maligno alle nere ombre sorride. 

Quel prode era lui stesso che si apparecchiava 
a sottrarsi alla vita dicendo: 

Non io d' Olimpo o di Gocito i sordi 
Regi, o la terra indegna, 
E non la notte moribondo appello. 

Parrebbe ci fosse una contradizione fra questi 
versi deir ultima stanza, dove Bruto sdegna d' in- 
vocare gli Dei, e quelli della seconda, in cui gli 
ha già invocati. Ma si noti che nella seconda li 
chiamava per ischernirli e quasi sfidarli ; mentre 
qui dice che non si cura di pregarli propizi a sé 
nel supremo passo. Insomma, l' invocazione fatta 
a principio è stata un' acerba rampogna : altre di 
diversa natura non avrebbe saputo farne. Se i 
due luoghi della canzone s' interpretano a questo 
modo, T apparente contradizione si risolve in una 
nuova bellezza poetica. 

1 Iliade, XVII, 443 e segg.; XXI, 461 e segg. 



318 CAPITOLO IX. 



V. 

Le ultime parole dell'eroe sono le seguenti: 

Non te [appello], dell' atra morte ultimo raggio, 

Conscia futura età. Sdegnoso avello 

Placar singulti, ornar parole e doni 

Di vii caterva? In peggio 

Precipitano i tempi ; * e mal s' affida 

A putridi ne pò ti 

L' onor d' egregie menti e la suprema 

De' miseri vendetta. A me d' intorno 

Le penne il bruno augello avido roti ; 

Prema la fera, e il nembo 

Tratti V ignota spoglia ; 

E Paura il nome e la memoria accoglia. 2 



1 VIRO., Georg., I, 199-200 : 

Sic omnia fatta 
In peius ruere. 

2 II professor Luigi Chicehero, il quale ha notato (vedi 
il Virgilio dell'ÀRCANGELi, ediz. napoletana del 1861, p. 591 
e segg.) alcuni luoghi virgiliani, imitati dal Leopardi, ma non 
più di sette o otto, e nessuno di quelli da me ricordati in 
questo e in altri scritti sul medesimo argomento, dice che 
quel conscia fama sequatur de\V Eneide (X, 679) si potrebbe 
tradurre colla « conscia futura età » del nostro poeta. Credo 
ci sia da aggiungere che questa intera sentenza di Bruto è 
stata suggerita al Leopardi dallo stesso luogo virgiliano, in 
cui Turno, fremendo di rabbia e di vergogna per vedersi 
tolto con inganno dal campo di battaglia, prega i venti che 
lo portino in parte dove non possano seguirlo né i Rutuli, 
né la conscia fama {JEn., X, 678-9) : 

Ferte ratem, scevisque vadis immittite Syrtis, 
Quo neque me Rutuli, nec conscia fama aequatur. 

Turno, come Bruto Minore, bramava che perisse di sé 
fino il nome e la memoria. 



SECONDO PERIODO POETICO. 319 

Bruto getta da sé non pure i conforti di cui 
gli uomini vicini a morte sogliono sentir bisogno, 
ma persino quello eh' è più proprio dei grandi 
infelici : l' appello alla posterità, alla coscienza 
delle generazioni future. Egli ha in disprezzo la 
gente del suo tempo e quella che verrà poi, la 
gloria e la religione delle tombe, la pietà dei su- 
perstiti e le illusioni tutte che nascondono agli 
uomini, piccoli e grandi, il nulla di ogni loro cosa. 

Ma la mite e gentil Saffo non incomincia, 
come Bruto, maledicendo tutto ciò che l'era stato 
caro fino a quel momento; anzi ne ragiona col 
desiderio mesto di chi si ricordi del tempo felice 
nella miseria. Dei molli spettacoli della natura 
non si diletta più come prima; e soltanto brama 
di contemplarli un' ultima volta, di rivolgere loro 
un saluto e quasi un bacio prima che gli abban- 
doni per sempre : 

Placida notte e verecondo raggio 
Della cadente luna; e tu che spunti 
Fra la tacita selva in su la rupe, 
Nunzio del giorno; oh dilettose e care, 
Mentre ignote mi fur l' Erinni e il fato, 
Sembianze agli occhi miei ; già non arride 
Spettacol molle ai disperati affetti. 

Dal tempo in cui le fu scoperta la vanità delle 
cose e disperati affetti 1' ebbero dominata, cercò 
spettacoli che a lei significassero non già Y ar- 
monia, bensì il disordine e la lotta tra le miste- 



320 CAPITOLO IX. 



riose forze della natura. Dentro lei e' era guerra, 
e perciò bramava di veder guerra da per tutto: 

Noi T insueto allor gaudio ravviva 
Quando per V etra liquido * si volve 
E per li campi trepidanti * il flutto 
Polveroso de' Noti, 8 e quando il carro, 



I ViRG., Georg., I, 404 : 

Adparet liquido sublimia in aere Nisus. 

OviD., Met., I, 23: 

Et liquidum spisso seerevit ab aere ccelum. 

8 Scelgo tre esempi fra i molti che si potrebbero addurre 
a commento di questa voce. Il primo, citato dall'autore stesso 
a proposito della voce trepide, prima usata e poi mutata in 
inquiete nel canto di Bruto; ed è il virgiliano trepidantia 
bello Corda {Georg., IV, 69-70). L' altro è di Silio Italico 
(Pun., IV, 25-6): 

Haud segni» euneta magister 
Pracipitat timor, ac vastis trepidatur in arvia. 

II terzo poi, di Manilio {Astron., 111,631), corrisponderebbe 
forse anche meglio al sentimento leopardiano, se la sua vera 
lezione è quella che noi seguiamo : 

Et trepidum pelogus tacita» tum languet in undas, 

che altri legge : 

Et tepidutn pelagus siccatis languet in undis. 

3 In un suo scritto intitolato Manzoni e Leopardi (Nuova 
Ant. t agosto 1873, p. 770 e segg.), il Mamiani notava che il 
Leopardi « non sempre scansò di essere oscuro e tal rara 
volta i suoi traslati e le accezioni nove che induce nei vo- 
caboli, ricordano Stazio o Claudiano adoperanti lo stesso ar- 
tifizio di trovare arditissimi tropi e insolite significazioni di 
voci, per crescere varietà ed efficacia ». A me parrebbe che 
T illustre uomo, profferendo una sentenza così ardita, avrebbe 
dovuto confortarla di esempi tolti appunto da questi mede- 
simi poeti latini. Ma invece di allegare qualche luogo di Sta- 
zio o di Claudiano, egli seguita dicendo: « E per via d'esem- 
pio, se Lucrezio avvisando nei venti uno scorrimento dell' aria 
osò dire che fluiscono, venti fluunt, al Leopardi sembrò le- 



SECONDO PERIODO POETICO. 321 

cito di chiamare flutto il vorticoso scorrimento dei Noti ». E 
qui il Marni ani cita il luogo della canzone leopardiana, al 
quale si riferisce questa nostra nota. Or è da osservare, pri- 
mamente, che con Lucrezio siamo ancora al tempo aureo della 
latinità. Poi, il Leopardi non fu niente affatto più ardito del 
poeta latino, il quale non solo osò dire: venti fluunt, ma, in 
proposito degli odori che partendo dai corpi si propagano nel- 
T aria, adoperò appunto la voce fluctus (De rerum natura, IV, 
678-80) : 

Primum res multas esse uecesse'st, 
Unde fluens volvat varius se fluctus odorum; 
Nam fluere, et mitti volgo, spargique putandum'st. 

E il Marchetti, autore cosi classico nella forma e citato 
dalla Crusca, non dubitò di tradurre alla lettera quel tras- 
lato lucreziano: 

E prima è d'uopo 
Suppor che molte cose in terra sono, 
Onde di vario odor flutto diverso 
Continuo esala. 

Il Mamiani segue a dire : « Del pari, se da 1 Latini e da 
noi il guastamento degli animi fu domandato corruzione, stimò 
il Leopardi crescere novità e forza al traslato, scrivendo : 

e mal s' affida 
A putridi nepoti 
L' onor d' egregie menti » . 

A me non pare che il poeta italiano fosse, così dicendo , 
troppo ardito o intendesse crescere novità a quel traslato; 
perchè, non già Stazio o Glaudiano, né alcun altro scrittore 
della decadenza, ma Properzio stesso, parlando di una per- 
fida mezzana, aveva detto (ffleg., IV, 5) : 

Vidi ego rugoso tussim concrescere collo, 



Alque animam in tegeies putretn expirare pater nas. 

Con tutto il rispetto dovuto al Mamiani, io credo che il 
Leopardi avrebbe fatto degli appunti di lui quella medesima 
stima che fece delle critiche di alcuni letterati contempora- 
nei, ai quali rispose nelle sue Annotazioni filologiche. In ogni 
modo, se nei predetti luoghi si fosse veramente allontanato 
dair esempio de 1 migliori scrittori, noi diremmo che un poeta 
come lui non dovrebbe essere tassato di soverchio ardimento. 
Altro è il cercare se le immagini e le accezioni nuove, usate 
da un poeta anche sommo, sieno conformi o no all'indole 
della lingua nazionale, e se buone o cattive in sé medesime, 
altro è il condannarle sol perchè possano sembrare più o 

ZUMBINI. 21 



322 CAPITOLO IX. 



Grave carro di Giove 1 a noi sul capo, 
Tonando, il tenebroso aere divide. 8 
Noi per le balze e le profonde valli 
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta 
Fuga de* greggi sbigottiti, 8 o d' alto 
Fiume alla dubbia sponda 
Il suono e la vittrice ira deir onda. 4 



meno remote dagli esempi classici. Il primo di questi criteri 
è giusto, e il farne uso anche verso un grande scrittore è 
un diritto della critica; ma non si potrebbe dire lo stesso 
del secondo, specialmente quando si trattasse di giudicare il 
gusto di un Leopardi. Chi ardirebbe in questo caso tenere 
il modo di Ercole, che 

segno li suoi riguardi, 
Acciocché Tuoni più oltre non si metta? 

Certamente poi quel critico che volesse costringere un 
altissimo poeta a conformarsi sempre agli esempi dei classici, 
sarebbe almeno obbligato ad avere ampia notizia di cotesti 
classici benedetti, che i nostri puristi lodano a cielo e ri- 
cordano continuamente a scorno degli scrittori di oggi, ma 
eh 1 essi medesimi non sempre mostrano di studiare e inten- 
dere come pur si dovrebbe. 

1 Oraz., Od., I, 12: 

Tu gravi curri* quaties Olympum. 

4 Oraz., Od., I, 34 : 

namque Diespiter, 
Igni coru8co nubila dividens 
Plerumque, per purum tonante» 
Egit equoa volucremque currum. 

8 Nella descrizione che Virgilio (Georg., I, 328-30) fa 
della tempesta, e che sarà stata presente al nostro poeta in 
questo luogo, si accenna egualmente alla fuga delle belve: 

Ipse Pater, media nimborum in nocte, eorusca 
Fulmina molitur dextra: quo maxuma molti 
Terra tremit ; fugere fera*. 

4 OVID., MeL, XI, 553: 

linda, velut victrix, èinuatas despicit undas. 

Fasti, I, 526 : 

Urite victrices Neptunia Pergamo flammee. 

E VIRO., Georg., II, 306-7 : 

Inde 8ecutu8 [ignis], 
Per ramoa vietor perque alta cacumina regnai. 



SECONDO PERIODO POETICO. 323 

Quell'anima gentile sperava che, vedendo volta 
in tumulto la festa della vita, sentirebbe come quie- 
tarsi il suo travaglio interno, il suo invitto biso- 
gno di essere amata ! Povera Saffo, o, piuttosto, 
povero Leopardi che parlavi in suo nome ! Tu di- 
menticavi che la natura è ancor più bella nelle 
sue tempeste, e che allora più che mai il cuore 
esulta e sente amore : dimenticavi ciò che tu slesso 
avevi detto : 

D'amor digiuna 
Siede V alma di quello a cui nel petto 
• Non si rallegra il cor quando a tenzone 
Scendono i venti, e quando nembi aduna 
L' Olimpo, e fìede le montagne il rombo 
Della procella. 

Non cessando le sue angosce neanche in mezzo 
ai nembi, ella si rivolge ai preghi. Ma la sua 
preghiera, fatta tante volte indarno, non è più 
sorretta dalla fede e finisce in un lamento: 

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella 
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta 
Infinita beltà parte nessuna 
Alla misera Saffo i numi e l' empia 
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni 
Vile, o Natura, e grave ospite l addetta, 
E dispregiata amante, alle vezzose 
Tue forme il core e le pupille invano 
Supplichevole intendo. 



1 Lue, Phars., Vili, 157 : 

Quod 8ubmi88a itimi», nulli gravi 8 ho8pita turbee. 



324 CAPITOLO IX. 



Senz' accorgersene, ritorna col pensiero a quei 
molli spettacoli che s' era proposto di fuggire, per* 
che non conformi ai suoi nuovi affetti: 

A me non ride 
L' aprico margo, e dall' eterea porta 
Il mattutino albor; me non il canto 
De' colorati augelli, 1 e non de' faggi 
11 murmure saluta. 

Pur dianzi bramava partecipare allo spettacolo 
della procella, quasi questa fosse una tragedia della 
natura; bramava, sciolta da ogni affetto umano, 
mescersi coi venti, lottare coi nembi. Ora eccola 
tornata mite, affettuosa e fragile creatura. Perchè 
fuggita da un uomo a lei così caro, ella credesi 
parimenti fuggita da ogni cosa più bella : 

e dove all'ombra 
Degl' inchinati salici dispiega 
Candido rivo il puro seno, al mio 
Lubrico pie le flessuose 8 linfe 
Disdegnando sottragge, 
E preme in fuga l' odorate spiagge. 3 



1 Virg., Mn. y IV, 525 : 

pictceque voluerea. 

1 ViRG., Oeorg. t III, 14-15: 

Tardis ingens ubi flexibw errai 
Mincius. 

8 ORAZ., Od., II, 3 : 

Quid obliquo laborat 
Lympha fugax trepidare rivo ? 



SECONDO PERIODO POETICO. 325 



VI. 

Ma se nelle precedenti stanze Saffo ha lamen- 
tato la sua infelicità particolare, senza cercarne 
il perchè, nella seguente accenna a quel problema, 
guardando non pure a se stessa, ma a tutto Tuman 
genere. Pasciutasi per Y addietro di ameni errori 
e di sogni dorati, ella accoglie ora nel suo petto 
un ordine di pensieri e di dubbi angosciosi, da cui 
sarebbe stata aliena, se l'infortunio non l'avesse 
disposta alle più dolorose contemplazioni della vita: 

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso 
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo 
11 ciel mi fosse e di fortuna il volto? 
In che peccai bambina, allor che ignara 
Di misfatto è la vita, onde poi scemo 
Di giovanezza, 1 e disfiorato, al fuso 
Dell'indomita Parca si volvesse 2 
Il ferrigno mio starne? Incaute voci 
Spande il tuo labbro: i destinati eventi 
Move arcano consiglio. Arcano è tutto, 
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole 
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo 
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme 
De' più verd' anni ! 



1 II poeta esprimerà poi nel proprio nome questo mede* 
simo lamento: 

agli anni miei 
Anche negaro i fati 
La giovanezza. 

1 Viro., J£n., I, 22 : 

sic volvere Parcaa* 



326 CAPITOLO IX. 



Come dissi da principio, Saffo parla un lin- 
guaggio che in sostanza non è meno sconsolalo di 
quello di Bruto ; e come Bruto, non che combat- 
tere, crede di poter vincere il fato volgendo le 
mani contro se stessa. Pur nondimeno ella non pare 
ben certa che Y infelicità sia anche il retaggio del- 
l' intera specie umana. Talvolta si lamenta come 
s' ella sola fosse stata esclusa dalla festa della 
vita; tal altra compiange nel tempo stesso sé e 
tutto T uman genere, nato, come lei, al pianto. 
Parrebbe avesse il poeta voluto rappresentarla come 
una creatura dolce, tenera, passionata, ma non an- 
cora in tutto esperta della vita. Per la medesima 
ragione fece eh' ella parlasse quasi singhiozzando 
e come soverchiata dalla propria angoscia. Benché 
scontenta della vita, ella non ha le rampogne e 
le minacce spaventose onde Bruto assale il Fato 
e gli Dei, ma solo un lampo d' ironia là dove, se- 
guitando, dice: 

Alle sembianze il Padre 1 
Alle amene sembianze eterno regno 
Die nelle genti ; e per virili imprese, 
Per dotta lira o canto, 
Virtù non luce in disadorno ammanto. 2 



1 Ricorre frequentissimo nei classici questo modo di no- 
minar Giove. Nel solo primo libro delle Georgiche se ne 
trovano tre esempi : vs. 121, 328, 353. 

8 VIRO., Mn. t V, 344 : 

Gr attor et pulchro veniena in eorpore vìrtus; 

immagine che il Tasso fece sua dove, accennando alla virtù 
di Rinaldo, disse (Ger. lib. f V, 8): 

Qhe in sì bel corpo più cara venia. 



SECONDO PERIODO POETICO. 327 



Era proprio degno del nome di padre colui che 
aveva sottoposto le sue creature ad una legge onde 
più spesso gemevano gli spiriti più gentili, e per 
cui ella medesima, dopo aver tanto pianto, si ri- 
solveva di morire ! d Saffo è mite anche nel suo 
lamento; in lei c'è come un dolore stanco, una 
pacata rassegnazione all' ineluttabile fato. Ci par 
eh' ella morrebbe quasi paga, se un' ultima stilla 
d' amarezza non le venisse da quelle improvvise 
ricordanze dei sogni giovanili. È 1 amarezza stessa 
che il ripensare alle sue speranze antiche soleva 
infondere nel Leopardi, e che gli avrebbe scemato 
persino la tanto invocata felicità del giorno fatale. 2 
Anche per la povera Saffo la memoria dei sogni 
giovanili tempra di affanno il dolce sentimento 
della morte vicina. Ed ella si affretta verso quella 
pace suprema : 

Morremo. Il velo indegno a terra sparto, 
Rifuggirà T ignudo animo a Dite, 
E il crudo fallo emenderà del cieco 
Dispensator de' casi. 

1 Che quella parola di Saffo suoni ironica, mi par tanto 
più probabile, perchè il Leopardi ha in altra occasione mani- 
festato simile sentimento col semplice uso della stessa parola: 
Como volle colui che a tutti è padre, 

disse nella prima ottava dei Paralipomeni, dove l'ironia è 
manifesta, e fu già notata dall'Ambrosoli. 

1 Le Ricordanze : 

Ahi, ma qualvolta 
A voi ripenso, o mie speranze antiche .... 

A Silvia : 

Quando sovvienimi di cotanta speme, 
Un affetto mi preme 
Acerbo e sconsolato .... 



328 CAPITOLO IX. 



Bruto descrisse fin anco il modo in cui avrebbe 
troncata la sua vita; direbbesi ch'egli si pia- 
cesse di quella atroce dipintura e ne traesse 
maggior vanto per sé e nuova cagione di scherno 
per il Fato: 

Quando nell' alto lato 

L' amaro ferro intride, 

E maligno alle nere ombre sorride. 

Ma Saffo dice « Morremo », e non più, non le ba- 
stando T animo d' indugiarsi col pensiero al modo. 
Pure, benché rifugga dal ritrarre queir atto or- 
rendo eh' è prossima a compiere, pensa con ma- 
nifesta soddisfazione al «velo indegno », alla sua 
non bella persona che Y era stata cagione di tanto 
martirio, e eh' ella fra poco con le proprie mani 
abbatterà, quasi per vendicarsene. E solo all' ul- 
timo si rammenta di colui eh' essa, benché in- 
darno, aveva tanto amato, e gli rivolge una pa- 
rola di addio. Non più lodi, né lusinghe ; non più 
lamenti. Ella considera il suo amore come un fatto 
remoto, dal quale in qua il suo spirito s'era messo 
per vie dove, come nel deserto, il cammino se- 
gnasi sempre con dolore. Aveva meditato sul de- 
stino umano, sui problemi dell' esistenza, e dopo 
un lungo e faticoso viaggio della mente, bramava 
oramai di ridursi in porto : ed il porto della vita 
è la morte. Ignara per lungo tempo che alla sola 
bellezza Iddio avesse dato eterno regno nelle genti, 
ella imprecò a quel giovanetto che fuggiva lei ; ma 



SECONDO PERIODO POETICO. 329 

ora si avvede che non potrebbe più maledirlo senza 
grande ingiustizia : 

E tu cui lungo 
Amore indarno, e lunga fede, e vano 
D* implacato desio furor mi strinse, 
Vivi felice, se felice in terra 
Visse nato mortai. Me non asperse 
Del soave licor del doglio avaro 
Giove, 1 poi che perir gì' inganni e il sogno 
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto 
Giorno di nostra età primo s' invola. 
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra 
Della gelida morte. 2 Ecco di tante 
Sperate palme e dilettosi errori, 
Il Tartaro m' avanza ; e il prode ingegno 
Han la tenaria 3 Diva, 
E T atra notte, e la silente riva. 

In questi ultimi versi e' è queir antitesi, da cui 
il nostro autore derivò le sue note più sublimi, 
tra la coscienza poetica e la coscienza filosofica, 
tra i sogni della prima età e l' amara scienza della 



1 OM., Iliade, XXIV, 527-30. 
* ViRG., Georg., Ili, 66 e segg. : 

Optitna quoque dies miserie mortalibus avi 
Prima fugit ; subeunt morbi, triatiaque seneetua ; 
Et labor, et dura rapit inelementia mortia. 

3 VlRG., Georg., IV, 467-8 : 

Tamariaa etiam fauees, alta ostia Ditta, 
Et caligatitene nigra formidine lueum. 

Lue, Phars., IX, 36 : 

apertam Tanaron umbris. 

VIRO., JSn., VI, 374-5 : 

Tu Btygiae inhumatus aquas, amnemque aeverum 
Eumenidum odapieiea, ripamve injuasua adibia? 



330 CAPITOLO IX. 



vita, e che or suona più che mai dolorosa sulle 
labbra di una gentil creatura che innanzi tempo 
sparisce. Sparisce volgendo un ultimo accento e 
un ultimo sguardo, impressi ancora di desiderio e 
di affetto, a quegli ideali eh' ella ha esperimentati 
vani e a quella luce eh' ella volontaria abbandona ! 



Ad illustrare V Ultimo canto di Saffo molto con- 
feriscono alcuni dei nuovi Pensieri: ne ricorderò 
soli due. Uno è quello dove si discorre dell'im- 
portanza che hanno in arte l'amabilità e la bel- 
lezza non pur delle persone che il poeta si pro- 
ponesse di ritrarre, ma (osservazione nuova o non 
mai così delicatamente espressa da altri) di sé 
medesimo. « Il quale ancora in qualsivoglia caso o 
genere di poesia si deve ben guardare dal dar so- 
spetto che egli sia brutto, perchè nel leggere una 
bella poesia noi subito ci figuriamo un bel poeta. 
E quel contrasto ci sarebbe disgustosissimo. Molto 
più s' egli parla di sé, delle sue sventure, de' suoi 
amori sfortunati, come il Petrarca» ec. 1 L'altro 
pensiero, riferentesi al dolore dell' uomo che, ricco 
di immaginazione, di sentimento e di entusiasmo, 
sia al tempo stesso privo della bellezza del corpo, 2 è 
il miglior commento che si possa fare ai versi: 
« Bello il tuo manto, o divo cielo » ec. Cotesto pen- 

1 Pens., I, 321 (21 agosto 1820). 
8 Ibid., II, 148-49 (5 marzo 1821). 



SECONDO PERIODO POETICO. 331 



siero precede di poco più che di un anno il tempo 
in cui fu scritta la canzone. 

Ma un commento di questa anche più diretto, 

10 abbiamo nella seguente nota appartenente alle 
carte napoletane non ancora pubblicate: 

« Il fondamento di questa Canzone sono i versi 
che Ovidio scrive in persona di Saffo, epist. 15, 
v. 31 segg. Si mihi difficilis formata natura negavit ec. 
La cosa più difficile del mondo, e quasi impos- 
sibile, si è d' interessare per una persona brutta ; e 
io non avrei preso mai quest' assunto di commuo- 
vere i Lettori sopra la sventura della bruttezza, 
se in questo particolar caso, che ho scelto a bella 
posta, non avessi trovato molte circostanze che 
sono di grandissimo aiuto, cioè: 1° la gioventù di 
Saffo e il suo esser di donna. Noi scriviamo prin- 
cipalmente agli uomini. Ora ni moia fea, ni vieja 
hermosa, dicono gli Spagnuoli : 2° il suo grandis- 
simo spirito, ingegno, sensibilità, fama, anzi gloria 
immortale, e le sue note disavventure, le quali 
circostanze par che la debbano fare amabile e gra- 
ziosa, ancorché non bella; o se non lei, almeno 
la sua memoria : 3°, e soprattutto, la sua antichità. 

11 grande spazio frapposto tra Saffo e noi con- 
fonde le immagini, e dà luogo a quel vago ed in- 
certo che favorisce sommamente la poesia. Per 
bruttissima che Saffo potesse essere, che certo non 
fu, T antichità, l'oscurità de' tempi, l'incertezza ec. 
introducono quelle illusioni che suppliscono ad ogni 
difetto ». 



332 CAPITOLO IX. 



La notizia è certo di grande importanza ; pure 
occorre si noti ciò che in essa è di men che esatto 
e ciò che le si deve aggiungere, perchè se ne 
illustri tutto il sentimento della canzone: a tale 
effetto, bisogna anche fondarsi sopra altre testi- 
monianze dell'autore stesso e sulla conoscenza del 
suo cuore. 

Quanto air inesattezza, i citati versi di Ovidio 
non credo si possano ritenere come il fondamento 
della canzone ; parmi invece eh' essi ci abbiano 
una parte meramente accessoria; e se non proprio 
quella che assegnai loro nel mio commento, certo 
una non molto più larga né più efficace. Le sen- 
tenze dell'Epistola corrispondono appena a certi 
concetti particolari della canzone, se pure, come 
anche notai, qualcuno di questi non contraddica 
a quelle. Diversissima, in ogni modo, è la Saffo 
latina da questa italiana, i cui più alti pensieri 
sono tali che Ovidio stesso non ebbe e non avrebbe 
potuto aver mai. Or a siffatti pensieri, che sono 
la precipua sostanza del componimento, non si ac- 
cenna nella notizia; né vi è il menomo indizio 
che qui il poeta intendesse ritrarre anche il suo 
più segreto affanno: non accennati dunque gli ele- 
menti universali, né quelli del tutto personali, la 
cui congiunzione perfetta costituisce il pregio so- 
vrano dell' arte. 

Ma se insufficiente come commento della can- 
zone, la sopradetta nota, quasi a compenso, con- 
ferisce moltissimo a illustrare la mente e l'arte 



SECONDO PERIODO POSTICO. 333 

del Leopardi e in ispecie quella che dissi idea 
comune a tutte le canzoni del presente periodo; 
come si scorge dal terzo e ultimo paragrafo, dov' è 
detto dei singolari vantaggi che alla poesia ven- 
gono dall' antichità. Certo qui sono accennate più 
particolarmente quelle illusioni a cui dà luogo 
il grande spazio frapposto tra cose molto remote 
e noi ; ma vi è anche compresa implicitamente 
F idea di quella gioventù del genere umano, onde 
già i tempi antichi erano al nostro autore poetici 
di per se stessi. Tutto, guardando a quelli, ci ap- 
pare sommamente poetico, per Y una e per Y al- 
tra cagione: per le loro più liete condizioni sto- 
riche e per la distanza. Tale concetto appunto è 
quello che, come dissi in più occasioni, rischiara 
tutte le prime poesie leopardiane. 



Fine. 



INDICE. 



Dedica Pag. v 

Prefazione vii 

Capitolo I. — Studi giovanili di erudizione 1 

» II. — Studi giovanili letterari 39 

» III. — Primo periodo poetico 59 

» IV. — Attraverso lo « Zibaldone ». — Parte prima. 91 

Parte seconda 135 

Parte terza 171 

» V. — Secondo periodo poetico. — « Idilli » 206 

» VI. — Secondo periodo poetico. — Canzone « Ad 

Angelo Mai ». 238 

» VII. -- Secondo periodo poetico.— Canzone « Nelle 

nozze della sorella Paolina > 253 

» VIII. — Secondo periodo poetico. — Canzone « Alla 

Primavera o delle Favole Antiche »... 264 
» IX. — Secondo periodo poetico.— Canzoni : « Bruto 

Minore » e « Ultimo canto di Saffo »... 297 



Presso G. BARBÈRA, Editore 

FIRENZE. 



(Collezione Diamante.) 

LEOPARDI (Giacomo), Le POESIE, nuova edizione cor- 
retta su stampe e manoscritti, con versi inediti e la 
Vita dell'Autore, a cura di Giovanni Mestica. — Un 
volume in 16°, pag. xi-650 L. 2.25 

Legato in tela 3. — 

— LE Prose originali, nuova edizione corretta su 
stampe e manoscritti, a cura di Giovanni Mestica. — 
Un volume in 16°, pag. XI-650 2. 25 

Legato in tela 3. — 

(Collezione Gialla.) 

Appendice all'Epistolario e agli Scritti giova- 
nili di Giacomo Leopardi, a compimento delle edi- 
zioni fiorentine, per cura di Prospero VianL— -Uó vo- 
lume in 16°, col ritratto del Leopardi in età giovanile, 
pag. LXXXVI-258 3. — 

(Edizione Vade-Mecum.) 

LEOPARDI (Giacomo), Canti, PARALIPOMENI.— Seconda 
edizione. — Un voi. di pag. 354, col ritr. del Poeta. 2. — 

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fessore Raffaello Fornaciari. — Sesta edizione interamente 
rifatta. — Un volume in 16°, pag. XX-250 .... 1. 50 

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ralipomeni, con commenti del prof. Raffaello Fornaciari. 
— Quarta edizione riveduta e aumentata. — Un volume 
in 16°, pag. 256 1. 50 

(Collana femminile.) 
BOG-HEN GONIGLIANI (Emma), La DONNA NELLA 

Vita e nelle Opere di Giacomo Leopardi. Opera 
pubblicata in occasione del primo Centenario Leopar- 
diano. — Un volume in 16° oblungo, pag. XII-406, con 
medaglioni 4. — 

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JAN Zi 7946 




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